Pereto - Rocca di Botte

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domenica 6 gennaio 2019

Epifania del Signore 2019


Epifania: la parola indica la manifestazione del Signore, il quale, come dice san Paolo nella seconda Lettura (cfr Ef 3,6), si rivela a tutte le genti, rappresentate oggi dai Magi. Si svela così la bellissima realtà di Dio venuto per tutti: ogni nazione, lingua e popolazione è da Lui accolta e amata. Simbolo di questo è la luce, che tutto raggiunge e illumina.
Ora, se il nostro Dio si manifesta per tutti, desta tuttavia sorpresa come si manifesta. Nel Vangelo è narrato un via-vai attorno al palazzo del re Erode, proprio mentre Gesù è presentato come re: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?» (Mt 2,2), domandano i Magi. Lo troveranno, ma non dove pensavano: non nel palazzo regale di Gerusalemme, ma in un’umile dimora a Betlemme. Lo stesso paradosso emergeva a Natale, quando il Vangelo parlava del censimento di tutta la terra ai tempi dell’imperatore Augusto e del governatore Quirinio (cfr Lc 2,2). Ma nessuno dei potenti di allora si rese conto che il Re della storia nasceva al loro tempo. E ancora, quando Gesù, sui trent’anni, si manifesta pubblicamente, precorso da Giovanni il Battista, il Vangelo offre un’altra solenne presentazione del contesto, elencando tutti i “grandi” di allora, potere secolare e spirituale: Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisania, i sommi sacerdoti Anna e Caifa. E conclude: «la Parola di Dio venne su Giovanni nel deserto» (Lc 3,2). Dunque su nessuno dei grandi, ma su un uomo che si era ritirato nel deserto. Ecco la sorpresa: Dio non sale alla ribalta del mondo per manifestarsi.
Ascoltando quella lista di personaggi illustri, potrebbe venire la tentazione di “girare le luci” su di loro. Potremmo pensare: sarebbe stato meglio se la stella di Gesù fosse apparsa a Roma sul colle Palatino, dal quale Augusto regnava sul mondo; tutto l’impero sarebbe diventato subito cristiano. Oppure, se avesse illuminato il palazzo di Erode, questi avrebbe potuto fare del bene, anziché del male. Ma la luce di Dio non va da chi splende di luce propria. Dio si propone, non si impone; illumina, ma non abbaglia. È sempre grande la tentazione di confondere la luce di Dio con le luci del mondo. Quante volte abbiamo inseguito i seducenti bagliori del potere e della ribalta, convinti di rendere un buon servizio al Vangelo! Ma così abbiamo girato le luci dalla parte sbagliata, perché Dio non era lì. La sua luce gentile risplende nell’amore umile. Quante volte poi, come Chiesa, abbiamo provato a brillare di luce propria! Ma non siamo noi il sole dell’umanità. Siamo la luna, che, pur con le sue ombre, riflette la luce vera, il Signore. La Chiesa è il mysterium lunae e il Signore è la luce del mondo (cfr Gv 9,5). Lui, non noi.
La luce di Dio va da chi la accoglie. Isaia nella prima Lettura (cfr 60,2) ci ricorda che la luce divina non impedisce alle tenebre e alle nebbie fitte di ricoprire la terra, ma risplende in chi è disposto a riceverla. Perciò il profeta rivolge un invito, che interpella ciascuno: «Àlzati, rivestiti di luce» (60,1). Occorre alzarsi, cioè levarsi dalla propria sedentarietà e disporsi a camminare. Altrimenti si rimane fermi, come gli scribi consultati da Erode, i quali sapevano bene dov’era nato il Messia, ma non si mossero. E poi bisogna rivestirsi di Dio che è la luce, ogni giorno, finché Gesù diventi il nostro abito quotidiano. Ma per indossare l’abito di Dio, che è semplice come la luce, bisogna prima dismettere i vestiti pomposi. Altrimenti si fa come Erode, che alla luce divina preferiva le luci terrene del successo e del potere. I Magi, invece, realizzano la profezia, si alzano per essere rivestiti di luce. Essi soli vedono la stella in cielo: non gli scribi, non Erode, nessuno a Gerusalemme. Per trovare Gesù c’è da impostare un itinerario diverso, c’è da prendere una via alternativa, la sua, la via dell’amore umile. E c’è da mantenerla. Infatti, il Vangelo odierno conclude dicendo che i Magi, incontrato Gesù, «per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (Mt 2,12). Un’altra strada, diversa da quella di Erode. Una via alternativa al mondo, come quella percorsa da quanti a Natale stanno con Gesù: Maria e Giuseppe, i pastori. Essi, come i Magi, hanno lasciato le loro dimore e sono diventati pellegrini sulle vie di Dio. Perché solo chi lascia i propri attaccamenti mondani per mettersi in cammino trova il mistero di Dio.
Vale anche per noi. Non basta sapere dove Gesù è nato, come gli scribi, se non raggiungiamo quel dove. Non basta sapere che Gesù è nato, come Erode, se non lo incontriamo. Quando il suo dove diventa il nostro dove, il suo quando il nostro quando, la sua persona la nostra vita, allora le profezie si compiono in noi. Allora Gesù nasce dentro e diventa Dio vivo per me. Oggi, fratelli e sorelle, siamo invitati a imitare i Magi. Essi non discutono, no, camminano; non rimangono a guardare, ma entrano nella casa di Gesù; non si mettono al centro, ma si prostrano a Lui, che è il centro; non si fissano nei loro piani, ma si dispongono a prendere altre strade. Nei loro gesti c’è un contatto stretto col Signore, un’apertura radicale a Lui, un coinvolgimento totale in Lui. Con Lui utilizzano il linguaggio dell’amore, la stessa lingua che Gesù, ancora infante, già parla. Infatti i Magi vanno dal Signore non per ricevere, ma per donare. Ci chiediamo: a Natale abbiamo portato qualche dono a Gesù, per la sua festa, o ci siamo scambiati regali solo tra di noi?
Se siamo andati dal Signore a mani vuote, oggi possiamo rimediare. Il Vangelo riporta infatti, per così dire, una piccola lista-regali: oro, incenso e mirra. L’oro, ritenuto l’elemento più prezioso, ricorda che a Dio va dato il primo posto. Va adorato. Ma per farlo bisogna privare sé stessi del primo posto e credersi bisognosi, non autosufficienti. Ecco allora l’incenso, a simboleggiare la relazione col Signore, la preghiera, che come profumo sale a Dio (cfr Sal 141,2). Ma, come l’incenso per profumare deve bruciare, così per la preghiera occorre “bruciare” un po’ di tempo, spenderlo per il Signore. E farlo davvero, non solo a parole. A proposito di fatti, ecco la mirra, unguento che verrà utilizzato per avvolgere con amore il corpo di Gesù deposto dalla croce (cfr Gv 19,39). Il Signore gradisce che ci prendiamo cura dei corpi provati dalla sofferenza, della sua carne più debole, di chi è rimasto indietro, di chi può solo ricevere senza dare nulla di materiale in cambio. È preziosa agli occhi di Dio la misericordia verso chi non ha da restituire, la gratuità! È preziosa agli occhi di Dio la gratuità. In questo tempo di Natale che volge al termine, non perdiamo l’occasione per fare un bel regalo al nostro Re, venuto per tutti non sui palcoscenici fastosi del mondo, ma nella povertà luminosa di Betlemme. Se lo faremo, la sua luce risplenderà su di noi
Papa Francesco

venerdì 4 gennaio 2019

Solennità di Maria SS Madre di Dio



«Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori» (Lc 2,18). Stupirci: a questo siamo chiamati oggi, a conclusione dell’Ottava di Natale, con lo sguardo ancora posato sul Bambino nato per noi, povero di tutto e ricco di amore. Stupore: è l’atteggiamento da avere all’inizio dell’anno, perché la vita è un dono che ci dà la possibilità di ricominciare sempre, anche dalla condizione più bassa.
Ma oggi è anche il giorno in cui stupirsi davanti alla Madre di Dio: Dio è un piccolo bimbo in braccio a una donna, che nutre il suo Creatore. La statua che abbiamo davanti mostra la Madre e il Bambino così uniti da sembrare una cosa sola. È il mistero di oggi, che desta uno stupore infinito: Dio si è legato all’umanità, per sempre. Dio e l’uomo sempre insieme, ecco la buona notizia d’inizio anno: Dio non è un signore distante che abita solitario i cieli, ma l’Amore incarnato, nato come noi da una madre per essere fratello di ciascuno, per essere vicino: il Dio della vicinanza. Sta sulle ginocchia di sua madre, che è anche nostra madre, e da lì riversa sull’umanità una tenerezza nuova. E noi capiamo meglio l’amore divino, che è paterno e materno, come quello di una madre che non smette di credere nei figli e mai li abbandona. Il Dio-con-noi ci ama indipendentemente dai nostri sbagli, dai nostri peccati, da come facciamo andare il mondo. Dio crede nell’umanità, dove si staglia, prima e ineguagliabile, la sua Madre.
All’inizio dell’anno, chiediamo a lei la grazia dello stupore davanti al Dio delle sorprese. Rinnoviamo lo stupore delle origini, quando nacque in noi la fede. La Madre di Dio ci aiuta: la Madre che ha generato il Signore, genera noi al Signore. È madre e rigenera nei figli lo stupore della fede, perché la fede è un incontro, non è una religione. La vita, senza stupore, diventa grigia, abitudinaria; così la fede. E anche la Chiesa ha bisogno di rinnovare lo stupore di essere dimora del Dio vivente, Sposa del Signore, Madre che genera figli. Altrimenti, rischia di assomigliare a un bel museo del passato. La “Chiesa museo”. La Madonna, invece, porta nella Chiesa l’atmosfera di casa, di una casa abitata dal Dio della novità. Accogliamo con stupore il mistero della Madre di Dio, come gli abitanti di Efeso al tempo del Concilio. Come loro la acclamiamo “Santa Madre di Dio”. Da leilasciamoci guardarelasciamoci abbracciare, lasciamoci prendere per mano.
Lasciamoci guardare. Questo soprattutto nel momento del bisogno, quando ci troviamo impigliati nei nodi più intricati della vita, giustamente guardiamo allaMadonna, alla Madre. Ma è bello anzitutto lasciarci guardare dalla Madonna. Quando ci guarda, lei non vede dei peccatori, ma dei figli. Si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima; gli occhi della piena di grazia rispecchiano la bellezza di Dio, riflettono su di noi il paradiso. Gesù ha detto che l’occhio è «la lampada del corpo» (Mt 6,22): gli occhi della Madonna sanno illuminare ogni oscurità, riaccendono ovunque la speranza. Il suo sguardo rivolto a noi dice: “Cari figli, coraggio; ci sono io, la vostra madre!”
Questo sguardo materno, che infonde fiducia, aiuta a crescere nella fede. La fede è un legame con Dio che coinvolge tutta intera la persona, e che per essere custodito ha bisogno della Madre di Dio. Il suo sguardo materno ci aiuta a vederci figli amati nel popolo credente di Dio e ad amarci tra noi, al di là dei limiti e degli orientamenti di ciascuno. La Madonna ci radica nella Chiesa, dove l’unità conta più della diversità, e ci esorta a prenderci cura gli uni degli altri. Lo sguardo di Maria ricorda che per la fede è essenziale la tenerezza, che argina la tiepidezza. Tenerezza: la Chiesa della tenerezza. Tenerezza, parola che oggi tanti vogliono cancellare dal dizionario. Quando nella fede c’è posto per la Madre di Dio, non si perde mai il centro: il Signore, perché Maria non indica mai sé stessa, ma Gesù; e i fratelli, perché Maria è madre.
Sguardo della Madre, sguardo delle madri. Un mondo che guarda al futuro senza sguardo materno è miope. Aumenterà pure i profitti, ma non saprà più vedere negli uomini dei figli. Ci saranno guadagni, ma non saranno per tutti. Abiteremo la stessa casa, ma non da fratelli. La famiglia umana si fonda sulle madri. Un mondo nel quale la tenerezza materna è relegata a mero sentimento potrà essere ricco di cose, ma non ricco di domani. Madre di Dio, insegnaci il tuo sguardo sulla vita e volgi il tuo sguardo su di noi, sulle nostre miserie. Rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.
Lasciamoci abbracciare. Dopo lo sguardo, entra qui in gioco il cuore, nel quale, dice il Vangelo odierno, «Maria custodiva tutte queste cose, meditandole» (Lc 2,19). La Madonna, cioè, aveva tutto a cuore, abbracciava tutto, eventi favorevoli e contrari. E tutto meditava, cioè portava a Dio. Ecco il suo segreto. Allo stesso modo ha a cuore la vita di ciascuno di noi: desidera abbracciare tutte le nostre situazioni e presentarle a Dio.
Nella vita frammentata di oggi, dove rischiamo di perdere il filo, è essenziale l’abbraccio della Madre. C’è tanta dispersione e solitudine in giro: il mondo è tutto connesso, ma sembra sempre più disunito. Abbiamo bisogno di affidarci alla Madre. Nella Scrittura ella abbraccia tante situazioni concrete ed è presente dove c’è bisogno: si reca dalla cugina Elisabetta, viene in soccorso agli sposi di Cana, incoraggia i discepoli nel Cenacolo… Maria è rimedio alla solitudine e alla disgregazione. È la Madre della consolazione, che con-sola: sta con chi è solo. Ella sa che per consolare non bastano le parole, occorre la presenza; e lì è presente come madre. Permettiamole di abbracciare la nostra vita. Nella Salve Regina la chiamiamo “vita nostra”: sembra esagerato, perché è Cristo la vita (cfr Gv 14,6), ma Maria è così unita a Lui e così vicina a noi che non c’è niente di meglio che mettere la vita nelle sue mani e riconoscerla “vita, dolcezza e speranza nostra”.
E poi, nel cammino della vita, lasciamoci prendere per mano. Le madri prendono per mano i figli e li introducono con amore nella vita. Ma quanti figli oggi, andando per conto proprio, perdono la direzione, si credono forti e si smarriscono, liberi e diventano schiavi. Quanti, dimentichi dell’affetto materno, vivono arrabbiati con sé stessi e indifferenti a tutto! Quanti, purtroppo, reagiscono a tutto e a tutti con veleno e cattiveria! La vita è così. Mostrarsi cattivi talvolta pare persino sintomo di fortezza. Ma è solo debolezza. Abbiamo bisogno di imparare dalle madri che l’eroismo sta nel donarsi, la fortezza nell’aver pietà, la sapienza nella mitezza.
Dio non ha fatto a meno della Madre: a maggior ragione ne abbiamo bisogno noi. Gesù stesso ce l’ha data, non in un momento qualsiasi, ma dalla croce: «Ecco tua madre!» (Gv 19,27) ha detto al discepolo, ad ogni discepolo. La Madonna non è un optional: va accolta nella vita. È la Regina della pace, che vince il male e conduce sulle vie del bene, che riporta l’unità tra i figli, che educa alla compassione.
Prendici per mano, Maria. Aggrappati a te supereremo i tornanti più angusti della storia. Portaci per mano a riscoprire i legami che ci uniscono. Radunaci insieme sotto il tuo manto, nella tenerezza dell’amore vero, dove si ricostituisce la famiglia umana: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”. Lo diciamo tutti insieme alla Madonna: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”.

Papa Francesco

sabato 29 dicembre 2018

Omelia del Santo Padre Francesco Natale 2018




Giuseppe, con Maria sua sposa, salì «alla città di Davide chiamata Betlemme» (Lc2,4). Stanotte, anche noi saliamo a Betlemme per scoprirvi il mistero del Natale.
1. Betlemme: il nome significa casa del pane. In questa “casa” il Signore dà oggi appuntamento all’umanità. Egli sa che abbiamo bisogno di cibo per vivere. Ma sa anche che i nutrimenti del mondo non saziano il cuore. Nella Scrittura, il peccato originale dell’umanità è associato proprio col prendere cibo: «prese del frutto e ne mangiò», dice il libro della Genesi (3,6). Prese e mangiò. L’uomo è diventato avido e vorace. Avere, riempirsi di cose pare a tanti il senso della vita. Un’insaziabile ingordigia attraversa la storia umana, fino ai paradossi di oggi, quando pochi banchettano lautamente e troppi non hanno pane per vivere.
Betlemme è la svolta per cambiare il corso della storia. Lì Dio, nella casa del pane, nasce in una mangiatoia. Come a dirci: eccomi a voi, come vostro cibo. Non prende, offre da mangiare; non dà qualcosa, ma sé stesso. A Betlemme scopriamo che Dio non è qualcuno che prende la vita, ma Colui che dona la vita. All’uomo, abituato dalle origini a prendere e mangiare, Gesù comincia a dire: «Prendete, mangiate. Questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Il corpicino del Bambino di Betlemme lancia un nuovo modello di vita: non divorare e accaparrare, ma condividere e donare. Dio si fa piccolo per essere nostro cibo. Nutrendoci di Lui, Pane di vita, possiamo rinascere nell’amore e spezzare la spirale dell’avidità e dell’ingordigia. Dalla “casa del pane”, Gesù riporta l’uomo a casa, perché diventi familiare del suo Dio e fratello del suo prossimo. Davanti alla mangiatoia, capiamo che ad alimentare la vita non sono i beni, ma l’amore; non la voracità, ma la carità; non l’abbondanza da ostentare, ma la semplicità da custodire.
Il Signore sa che abbiamo bisogno ogni giorno di nutrirci. Perciò si è offerto a noi ogni giorno della sua vita, dalla mangiatoia di Betlemme al cenacolo di Gerusalemme. E oggi ancora sull’altare si fa Pane spezzato per noi: bussa alla nostra porta per entrare e cenare con noi (cfr Ap 3,20). A Natale riceviamo in terra Gesù, Pane del cielo: è un cibo che non scade mai, ma ci fa assaporare già ora la vita eterna.
A Betlemme scopriamo che la vita di Dio scorre nelle vene dell’umanità. Se la accogliamo, la storia cambia a partire da ciascuno di noi. Perché quando Gesù cambia il cuore, il centro della vita non è più il mio io affamato ed egoista, ma Lui, che nasce e vive per amore. Chiamati stanotte a salire a Betlemme, casa del pane, chiediamoci: qual è il cibo della mia vita, di cui non posso fare a meno? È il Signore o è altro? Poi, entrando nella grotta, scorgendo nella tenera povertà del Bambino una nuova fragranza di vita, quella della semplicità, chiediamoci: ho davvero bisogno di molte cose, di ricette complicate per vivere? Riesco a fare a meno di tanti contorni superflui, per scegliere una vita più semplice? A Betlemme, accanto a Gesù, vediamo gente che ha camminato, come Maria, Giuseppe e i pastori. Gesù è il Pane del cammino. Non gradisce digestioni pigre, lunghe e sedentarie, ma chiede di alzarsi svelti da tavola per servire, come pani spezzati per gli altri. Chiediamoci: a Natale spezzo il mio pane con chi ne è privo?
2. Dopo Betlemme casa del pane, riflettiamo su Betlemme città di Davide. Lì Davide, da ragazzo, faceva il pastore e come tale fu scelto da Dio, per essere pastore e guida del suo popolo. A Natale, nella città di Davide, ad accogliere Gesù ci sono proprio i pastori. In quella notte «essi – dice il Vangelo – furono presi da grande timore» (Lc 2,9), ma l’angelo disse loro: «non temete» (v. 10). Torna tante volte nel Vangelo questo non temete: sembra il ritornello di Dio in cerca dell’uomo. Perché l’uomo, dalle origini, ancora a causa del peccato, ha paura di Dio: «ho avuto paura e mi sono nascosto» (Gen 3,10), dice Adamo dopo il peccato. Betlemme è il rimedio alla paura, perché nonostante i “no” dell’uomo, lì Dio dice per sempre “sì”: per sempre sarà Dio-con-noi. E perché la sua presenza non incuta timore, si fa tenero bambino. Non temete: non viene detto a dei santi, ma a dei pastori, gente semplice che al tempo non si distingueva certo per garbo e devozione. Il Figlio di Davide nasce tra i pastori per dirci che mai più nessuno è solo; abbiamo un Pastore che vince le nostre paure e ci ama tutti, senza eccezioni.
I pastori di Betlemme ci dicono anche come andare incontro al Signore. Essi vegliano nella notte: non dormono, ma fanno quello che Gesù più volte chiederà: vegliare (cfr Mt 25,13; Mc 13,35; Lc 21,36). Restano vigili, attendono svegli nel buio; e Dio «li avvolse di luce» (Lc 2,9). Vale anche per noi. La nostra vita può essere un’attesa, che anche nelle notti dei problemi si affida al Signore e lo desidera; allora riceverà la sua luce. Oppure una pretesa, dove contano solo le proprie forze e i propri mezzi; ma in questo caso il cuore rimane chiuso alla luce di Dio. Il Signore ama essere atteso e non lo si può attendere sul divano, dormendo. Infatti i pastori si muovono: «andarono senza indugio», dice il testo (v. 16). Non stanno fermi come chi si sente arrivato e non ha bisogno di nulla, ma vanno, lasciano il gregge incustodito, rischiano per Dio. E dopo aver visto Gesù, pur non essendo esperti nel parlare, vanno ad annunciarlo, tanto che «tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori» (v. 18).
Attendere svegli, andare, rischiare, raccontare la bellezza: sono gesti di amore. Il buon Pastore, che a Natale viene per dare la vita alle pecore, a Pasqua rivolgerà a Pietro e, attraverso di lui a tutti noi, la domanda finale: «Mi ami?» (Gv21,15). Dalla risposta dipenderà il futuro del gregge. Stanotte siamo chiamati a rispondere, a dirgli anche noi: “Ti amo”. La risposta di ciascuno è essenziale per il gregge intero.
«Andiamo dunque fino a Betlemme» (Lc2,15): così dissero e fecero i pastori. Pure noi, Signore, vogliamo venire a Betlemme. La strada, anche oggi, è in salita: va superata la vetta dell’egoismo, non bisogna scivolare nei burroni della mondanità e del consumismo. Voglio arrivare a Betlemme, Signore, perché è lì che mi attendi. E accorgermi che Tu, deposto in una mangiatoia, sei il pane della mia vita. Ho bisogno della fragranza tenera del tuo amore per essere, a mia volta, pane spezzato per il mondo. Prendimi sulle tue spalle, buon Pastore: da Te amato, potrò anch’io amare e prendere per mano i fratelli. Allora sarà Natale, quando potrò dirti: “Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti amo” (cfr Gv 21,17).

Papa Francesco

lunedì 24 dicembre 2018

Santa Messa di Natale


24 Dicembre ore 23.00 santo Rosario
                        ore 24.00 Messa di Natale
25 Dicembre ore 9.30 Santa Messa
                        ore 16.30 Santa Messa



venerdì 27 aprile 2018

Incontri di formazione: "Vedere per credere o credere per vedere?"


Pastorale giovanile - Diocesi di Avezzano




Esortazione Apostolica " Gaudete et exsultate" - Papa Francesco

Per essere santi non è necessario essere vescovi, 
sacerdoti, religiose o religiosi. 

Molte volte abbiamo la tentazione di pensare
che la santità sia riservata a coloro 
che hanno la possibilità di mantenere 
le distanze dalle occupazioni ordinarie, 
per dedicare molto tempo alla preghiera. 

Non è così. 

Tutti siamo chiamati ad essere santi 
vivendo con amore e offrendo ciascuno 
la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova...

Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi 
in un cammino di santità. 
Lascia che tutto sia aperto a Dio 
e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo.

Non ti scoraggiare, 
perché hai la forza dello Spirito Santo 
affinché sia possibile, e la santità, 
in fondo, è il frutto dello Spirito Santo nella tua vita (cfr Gal 5,22-23)...

Nella Chiesa, santa e composta da peccatori, 
troverai tutto ciò di cui hai bisogno 
per crescere verso la santità. 

Il Signore l’ha colmata di doni 
con la Parola, i Sacramenti, i santuari, 
la vita delle comunità, la testimonianza dei santi, 
e una multiforme bellezza 
che procede dall’amore del Signore, 
«come una sposa si adorna di gioielli» (Is 61,10).

Domenica 22 Aprile 2018

«Io sono il buon pastore – dice Gesù – 
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 
come il Padre conosce me e io conosco il Padre» (vv. 14-15). 

Gesù non parla di una conoscenza intellettiva, 
no, ma di una relazione personale, 
di predilezione, di tenerezza reciproca, 
riflesso della stessa relazione intima 
di amore tra Lui e il Padre.

 È questo l’atteggiamento attraverso il quale 
si realizza un rapporto vivo con Gesù: 
lasciarci conoscere da Lui. 

Non chiudersi in sé stessi, 
aprirsi al Signore, perché Lui mi conosca. 
Egli è attento a ciascuno di noi, 
conosce in profondità il nostro cuore: 
conosce i nostri pregi e i nostri difetti, 
i progetti che abbiamo realizzato 
e le speranze che sono andate deluse.

Ma ci accetta così come siamo, 
anche con i nostri peccati, 
per guarirci, per perdonarci, ci guida con amore, 
perché possiamo attraversare sentieri 
anche impervi senza smarrire la via.
Ci accompagna Lui.

A nostra volta, noi siamo chiamati a conoscere Gesù
Ciò implica un incontro con Lui, 
un incontro che susciti il desiderio di seguirlo 
abbandonando gli atteggiamenti autoreferenziali 
per incamminarsi su strade nuove, 
indicate da Cristo stesso e aperte su vasti orizzonti. 

Quando nelle nostre comunità 
si raffredda il desiderio di vivere il rapporto con Gesù, 
di ascoltare la sua voce e di seguirlo fedelmente, 
è inevitabile che prevalgano altri modi di pensare 
e di vivere che non sono coerenti col Vangelo. 

Maria, la nostra Madre ci aiuti a maturare 
una relazione sempre più forte con Gesù. 
Aprirci a Gesù, perché entri dentro di noi. 

Una relazione più forte: Lui è risorto. 
Così possiamo seguirlo per tutta la vita. 

In questa Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni 
Maria interceda, perché tanti rispondano con generosità 
e perseveranza al Signore che chiama 
a lasciare tutto per il suo Regno.

Regina Coeli Papa Francesco


Domenica 15 Aprile 2018

Fratelli e sorelle, 
chiediamo la grazia di credere 
che Cristo è vivo, è risorto! 

Questa è la nostra fede, 
e se noi crediamo a questo,
le altre cose sono secondarie.

 Questa è la nostra vita, 
questa è la nostra vera gioventù. 
La vittoria di Cristo sulla morte,
 la vittoria di Cristo sul peccato. 

Cristo è vivo. 
“Sì, sì, adesso farò la Comunione…”.
 Ma quando tu fai la Comunione, 
sei sicuro che Cristo è vivo lì, è risorto? 
“Sì, è un po’ di pane benedetto…” 
No, è Gesù! Cristo è vivo, 
è risorto in mezzo a noi 
e se noi non crediamo questo, 
non saremo mai buoni cristiani, 
non potremo esserlo.

“Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore”. 
Chiediamo al Signore la grazia 
che la gioia non ci impedisca di credere, 
la grazia di toccare Gesù risorto: 
toccarlo nell’incontro mediante la preghiera; 
nell’incontro mediante i sacramenti;
 nell’incontro con il suo perdono 
che è la rinnovata giovinezza della Chiesa; 
nell’incontro con gli ammalati, quando andiamo a trovarli, 
con i carcerati, con quelli che sono i più bisognosi, 
con i bambini, con gli anziani. 

Se noi sentiamo la voglia di fare qualcosa di buono, 
è Gesù risorto che ci spinge a questo. 
E’ sempre la gioia, la gioia che ci fa giovani.

Chiediamo la grazia di essere una comunità gioiosa,
perché ognuno di noi è sicuro, 
ha fede, ha incontrato il Cristo risorto.

Omelia Papa Francesco


Domenica 8 Aprile 2018

Nel Vangelo odierno ritorna più volte il verbo vedere
«I discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20,20); 
poi dissero a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore» (v. 25). 
Ma il Vangelo non descrive come lo videro, 
non descrive il Risorto, evidenzia solo un particolare: 
«Mostrò loro le mani e il fianco» (v. 20)...

Come possiamo vederlo? Come i discepoli: 
attraverso le sue piaghe. 
Guardando lì, essi hanno compreso 
che non li amava per scherzo e che li perdonava, 
nonostante tra loro ci fosse chi l’aveva rinnegato 
e chi l’aveva abbandonato. 
Entrare nelle sue piaghe è 
contemplare l’amore smisurato 
che sgorga dal suo cuore. 
Questa è la strada.

 È capire che il suo cuore batte 
per me, per te, per ciascuno di noi. 

Cari fratelli e sorelle, 
possiamo ritenerci e dirci cristiani, 
e parlare di tanti bei valori della fede, 
ma, come i discepoli, 
abbiamo bisogno di vedere Gesù 
toccando il suo amore
Solo così andiamo al cuore della fede e, 
come i discepoli, troviamo 
una pace e una gioia (cfr vv. 19-20) 
più forti di ogni dubbio.

Omelia Papa Francesco


Sabato Santo 2018

E’ la notte del silenzio del discepolo 
che si trova intirizzito e paralizzato, 
senza sapere dove andare 
di fronte a tante situazioni dolorose 
che lo opprimono e lo circondano. 

E’ il discepolo di oggi, 
ammutolito davanti a una realtà 
che gli si impone facendogli sentire e, 
ciò che è peggio, 
credere che non si può fare nulla 
per vincere tante ingiustizie 
che vivono nella loro carne tanti nostri fratelli...

E in mezzo ai nostri silenzi, 
quando tacciamo in modo così schiacciante, 
allora le pietre cominciano a gridare (cfr Lc 19,40)
e a lasciare spazio al più grande annuncio 
che la storia abbia mai potuto contenere nel suo seno:
 «Non è qui. E’ risorto» (Mt 28,6)...

E se ieri, con le donne, 
abbiamo contemplato «colui che hanno trafitto» (Gv 19,37; cfr Zc 12,10), 
oggi con esse siamo chiamati a contemplare la tomba vuota 
e ad ascoltare le parole dell’angelo: 
«Non abbiate paura […] E’ risorto» (Mt 28,5-6). 
Parole che vogliono raggiungere 
le nostre convinzioni e certezze più profonde, 
i nostri modi di giudicare 
e di affrontare gli avvenimenti quotidiani; 
specialmente il nostro modo di relazionarci con gli altri....

E’ risorto! 
E’ l’annuncio che sostiene la nostra speranza 
e la trasforma in gesti concreti di carità. 
Quanto abbiamo bisogno di lasciare 
che la nostra fragilità sia unta da questa esperienza! 
Quanto abbiamo bisogno 
che la nostra fede sia rinnovata, 
che i nostri miopi orizzonti siano messi in discussione 
e rinnovati da questo annuncio! 
Egli è risorto e con Lui risorge la nostra speranza creativa 
per affrontare i problemi attuali, 
perché sappiamo che non siamo soli.

(Papa Francesco Omelia della Veglia Pasquale 2018)




venerdì 30 marzo 2018

Venerdì Santo 2018


lunedì 26 marzo 2018

Santa Settimana Santa