Pereto - Rocca di Botte

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domenica 2 novembre 2014

ANGELUS 1 Novembre - Solennità di Tutti i Santi

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
I primi due giorni del mese di Novembre costituiscono per tutti noi un momento intenso di fede, di preghiera e di riflessione sulle “cose ultime” della vita. Celebrando, infatti, tutti i Santi e commemorando tutti i fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra vive ed esprime nella Liturgia il vincolo spirituale che la unisce alla Chiesa del cielo. Oggi diamo lode a Dio per la schiera innumerevole dei santi e delle sante di tutti i tempi: uomini e donne comuni, semplici, a volte “ultimi” per il mondo, ma “primi” per Dio. Al tempo stesso già ricordiamo i nostri cari defunti visitando i cimiteri: è motivo di grande consolazione pensare che essi sono in compagnia della Vergine Maria, degli apostoli, dei martiri e di tutti i santi e le sante del Paradiso!
La solennità odierna ci aiuta così a considerare una verità fondamentale della fede cristiana, che noi professiamo nel “Credo”: lacomunione dei santi. Che cosa significa questo: la comunione dei santi? È la comunione che nasce dalla fede e unisce tutti coloro che appartengono a Cristo in forza del Battesimo. Si tratta di una unione spirituale - tutti siamo uniti! - che non viene spezzata dalla morte, ma prosegue nell’altra vita. In effetti sussiste un legame indistruttibile tra noi viventi in questo mondo e quanti hanno varcato la soglia della morte. Noi quaggiù sulla terra, insieme a coloro che sono entrati nell’eternità, formiamo una sola e grande famiglia. Si mantiene questa familiarità.
Questa meravigliosa comunione, questa meravigliosa unione comune tra terra e cielo si attua nel modo più alto ed intenso nella Liturgia, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, che esprime e realizza la più profonda unione tra i membri della Chiesa. Nell’Eucaristia, infatti, noi incontriamo Gesù vivo e la sua forza, e attraverso di Lui entriamo in comunione con i nostri fratelli nella fede: quelli che vivono con noi qui in terra e quelli che ci hanno preceduto nell’altra vita, la vita senza fine. Questa realtà ci colma di gioia: è bello avere tanti fratelli nella fede che camminano al nostro fianco, ci sostengono con il loro aiuto e insieme a noi percorrono la stessa strada verso il cielo. Ed è consolante sapere che ci sono altri fratelli che hanno già raggiunto il cielo, ci attendono e pregano per noi, affinché insieme possiamo contemplare in eterno il volto glorioso e misericordioso del Padre.
Nella grande assemblea dei Santi, Dio ha voluto riservare il primo posto alla Madre di Gesù. Maria è al centro della comunione dei santi, quale singolare custode del vincolo della Chiesa universale con Cristo, del vincolo della famiglia. Lei è la Madre, Lei è la Madre nostra, nostra Madre. Per chi vuole seguire Gesù sulla via del Vangelo, lei è la guida sicura, perché è la prima discepola. Lei è la Madre premurosa ed attenta, a cui confidare ogni desiderio e difficoltà.
Preghiamo insieme la Regina di tutti i Santi, perché ci aiuti a rispondere con generosità e fedeltà a Dio, che ci chiama ad essere santi come Egli è Santo (cfr Lv 19,2; Mt 5,48).


http://w2.vatican.va/content/vatican/it.html

1 Novembre - OGNISSANTI

Il giorno di tutti i Santi, noto anche come Ognissanti, è una festa cristiana che celebra insieme la gloria e l'onore di tutti iSanti (siano o non siano stati canonizzati).
La solennità del calendario liturgico romano (in latinoSollemnitas Omnium Sanctorum) cade il 1º novembre (seguita il 2 novembre dalla Commemorazione dei Defunti), ed è una festa di precetto, che prevedeva anche una vigilia e un'ottava nelcalendario anteriore alla riforma liturgica voluta dal concilio ecumenico Vaticano II.


Le commemorazioni dei martiri, comuni a diverse Chiese, cominciarono ad esser celebrate nel IV secolo. Le prime tracce di una celebrazione generale sono attestate ad Antiochia, e fanno riferimento alla Domenica successiva alla Pentecoste. Questa usanza viene citata anche nella settantaquattresima omelia di Giovanni Crisostomo (407) ed è preservata fino ad oggi dalle chiese orientali. Anche Efrem Siro (373) parla di tale festa, e la colloca il 13 maggio
La ricorrenza della chiesa occidentale potrebbe derivare dalla festa romana della dedicatio Sanctae Mariae ad Martyres, ovvero l'anniversario della trasformazione del Pantheon in chiesa dedicata alla Vergine e a tutti i martiri, avvenuta il 13 maggio del 609 o 610 da parte di papa Bonifacio IV;[2][3] la data del 13 maggio coincide con quella citata da Efrem Siro.
In seguito Papa Gregorio III (731-741) scelse il 1º novembre come data dell'anniversario della consacrazione di una cappella a San Pietro alle reliquie "dei santi apostoli e di tutti i santi, martiri e confessori, e di tutti i giusti resi perfetti che riposano in pace in tutto il mondo". Arrivati ai tempi di Carlo Magno, la festività di Ognissanti era diffusamente celebrata in novembre.
Il 1º novembre venne decretato festa di precetto da parte del re franco Luigi il Pio nell'835. Il decreto fu emesso "su richiesta di papa Gregorio IV e con il consenso di tutti i vescovi". La festa si dotò di ottava solenne ancora presente nel rito straordinario della Chiesa durante il pontificato di Papa Sisto IV della Rovere, quando, bandendo la crociata per la liberazione di Otranto nel settembre 1480, il pontefice implorò la benedizione dell'Altissimo sulle schiere cristiane.
L'antropologo James Frazer, osservando che, prima di diventare festa di precetto, Ognissanti veniva già festeggiato in Inghilterra (paese un tempo abitato dai celti) il 1º novembre, ipotizzò che tale data fosse stata scelta dalla Chiesa per creare una continuità cristiana con Samhain, l'antica festa celtica del nuovo anno (secondo le teorie dello storico Rhŷs), a seguito di richieste in tal senso provenienti dal mondo monastico irlandese. Questo studioso, insieme con altri, sostenne che, secondo le credenze celtiche, durante la festa del Samhain i morti avrebbero potuto ritornare nei luoghi che frequentavano mentre erano in vita, e che quel giorno celebrazioni gioiose venissero tenute in loro onore. Da questo punto di vista le antiche tribù celtiche erano un tutt'uno col loro passato ed il loro futuro. Questo aspetto della festa non sarebbe mai stato eliminato pienamente, nemmeno con l'avvento del Cristianesimo che infatti il 2 novembre celebra i defunti.
Lo storico inglese Ronald Hutton ha messo in discussione queste tesi, osservando come Ognissanti venisse celebrato da vari secoli (prima di essere festa di precetto), in date discordanti nei vari paesi: per la chiesa di Roma era il 13 maggio, in Irlanda (paese di cultura celtica) era il 20 aprile, mentre il 1º novembre era una data diffusa in Inghilterra e Germania (paesi di cultura germanica). Inoltre, sempre secondo Hutton, non ci sarebbero prove che Samhain avesse a che fare coi morti, e la Commemorazione dei defuntiiniziò a essere celebrata solo in seguito, nel 998.

https://it.wikipedia.org/

mercoledì 14 maggio 2014

Siete tutti invitati!!!!
Vi aspettiamo per vivere insieme una serata di musica e testimonianze attorno al fuoco e un pezzo di pizza!!!!
 
 
 
 

mercoledì 16 aprile 2014

Triduo Pasquale

Triduo Pasquale

Il centro del Mistero di Cristo e della Chiesa. Il Centro dell'Anno liturgico.

Presentazione

Ci avviciniamo al centro del Mistero, al Mistero della nostra salvezza. Vorremmo presentare alcune considerazioni che, forse ci aiuteranno a viverlo in modo più profondo, a chiarire ed approfondire alcuni aspetti teologici e rituali che celebriamo in questi giorni della Passione, della Morte/Sepoltura e della Gloriosa Risurrezione del Signore. 

Siamo figli della nostra epoca che spesso, invece di cercare le spiegazioni alle nostre domande spirituali nelle fonti antiche, nella chiesa antica, ci basiamo piuttosto su una certa religiosità, che qualche volta ha poco a che fare con lo spirito liturgico e tanto meno con la sana tradizione della Chiesa. Ecco che motivati da queste riflessioni abbiamo voluto ripresentare l’argomento del Triduo Sacro per capirne meglio la portata. 

Queste note non vogliono essere un lavoro scientifico, ma piuttosto una riflessione trasversale sul Mistero della nostra salvezza, racchiuso nelle celebrazioni, che la tradizione della Chiesa gelosamente ha conservato per venti secoli. 

Partiremo dal Giovedì santo per arrivare alla Veglia della Notte santa, anche se forse sarebbe più logico, dal punto di vista dello sviluppo storico, iniziare da questa celebrazione. Essa è infatti il centro al quale ruota non solo il Triduo della Pasqua ma tutto l’Anno liturgico.

Giovedì santo

Il giorno del Giovedì è uno dei giorni più difficili da diversi punti di vista. Nella storia non è mai appartenuto al Triduo. Nell’ultima riforma del Vaticano II è però entrato a farne parte, o meglio a esserne un’introduzione. Infatti il giovedì appartiene a due tempi liturgici. Innanzitutto è l’ultimo giorno della Quaresima, con esso finisce anche il digiuno quaresimale. Con esso però, o meglio con la Messa In Coena Domini, inizia anche il Triduo pasquale dei tre giorni «Passionis et Resurrectionis Domini», che si conclude con i secondi vespri della Domenica di Pasqua. Abbiamo dunque un triduo, con quattro momenti diversi, che nei libri liturgici non è molto esplicito. 

Un altro problema è legato alla Messa crismale abitualmente celebrata giovedì mattina. La celebrazione, anche se non appartiene al Triduo stesso è importante in quanto serve a consacrare gli oli necessari per il Sacramento dell’Iniziazione cristiana e dell’unzione degli infermi nella Veglia di Pasqua. 

Dalla storia abbiamo dedotto che questa celebrazione non è legata in modo fisso a quel giorno. Essa è segnata solo come l’ultima messa di Quaresima prima della celebrazione della Veglia. Infatti sia venerdì che sabato sono giorni aliturgici cioè senza la celebrazione di Eucaristia. Questa prassi viene ancora gelosamente custodita dalle diverse Chiese. Qui menzioniamo anche il digiuno intrapasquale di questi due giorni che non è più penitenziale, ma viene legato all’attesa della risurrezione o attesa escatologica di Cristo nella seconda venuta. I Padri hanno sottolineato anche un altro aspetto, quello cioè del vangelo: “Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno” (Mt 9,14-15). Dunque, mentre il Maestro non c’è più i discepoli digiunano fino alla festa di Pasqua. 

La Tradizione Romana fino al VII sec. conosce solo la celebrazione della riconciliazione dei penitenti. Non si trova nessun accenno alla celebrazione della Coena Domini in quanto solo nella Notte Santa si celebrerà, come suo culmine, la liturgia eucaristica, l’Eucaristia di Pasqua, di Cristo Risorto. Nelle altre Chiese abbiamo alcuni accenni di due messe (ad es. in Agostino). Un certo sviluppo avviene a partire dal VII sec. quando si celebreranno tre messe: la prima della riconciliazione dei penitenti, la seconda con la consacrazione degli oli, verso mezzogiorno, e la terza la sera. È interessante notare che sia la seconda che la terza Messa non avevano la Liturgia della parola, ma iniziavano con l’offerta. Il giovedì però abbiamo altri due riti che pian piano verranno sempre più considerati. Il primo è la lavanda dei piedi, il secondo, invece, la deposizione e l’adorazione eucaristica. 

Il primo proviene dalla Chiesa di Gerusalemme. Le prime testimonianze si hanno fin dal V sec. Inizialmente esprimeva il mandatum di Cristo: «affinché come ho fatto io, facciate anche voi.» (Gv 13,15) – non umiliazione dunque, ma prevalentemente l’amore e il servizio. Il gesto è molto accentuato nella tradizione monastica in riferimento all’accoglienza degli ospiti. Nella liturgia invece entra verso il VII sec. Il concilio di Toledo del 694 lo considera come semi-liturgico. Più tardi assume un significato diverso, quello cioè di umiliazione di Cristo. Ambrogio invece lo collega con il battesimo come gesto di purificazione del cristiano. Qualche studioso però, avanza l’ipostesi, che, specie nella tradizione giovannea, come sia gesto del battesimo stesso; ipotesi oggi poco sostenibile. Nella liturgia romana si presenta con l’arrivo del Pontificale Romano – Germanico, ma non inserito nella messa bensì nei vespri. 

Il secondo, e cioè la deposizione del Santissimo e l’adorazione è assai antico. Ne troviamo menzione ad es. nel Ordo Romanus Primus. Le specie consacrate rimanenti venivano conservate, dopo la celebrazione, in un cofanetto apposito nella sacrestia, ma senza particolari segni di onore. Il giorno della successiva celebrazione, venivano riportate al pontefice nel presbiterio. Ivi, dopo esser state da lui adorate per qualche momento, venivano usate per la comunione nella celebrazione stessa. L’adorazione eucaristica inizia verso XIII sec. quando Urbano IV estende a tutta la Chiesa la festa del Corpus Domini. Il tabernacolo provvisorio del Giovedì santo diventa allora un punto focale della devozione eucaristica. In questo contesto, con l’aggiunta di segni di tristezza ed emotività, il tabernacolo diventa il sepolcro, anche se non si è celebrata ancora la morte di Gesù. Sicuramente su ciò ha influito la perdita del tema della doppia traditio, cioè quella di Cristo nel sacramento, che si consegna alla Chiesa, e quella di Giuda che consegna Cristo alla morte. In questo senso forse sarebbe più facile vedere il collegamento con il mistero della Pasqua. Staccandolo dalla tradizione si rischia un eccessivo accento dell’adorazione, che falsa la celebrazione. 

I riti odierni del giovedì santo sono stati rivisti sia dalla prima riforma del 1955 che da quella del Vaticano II. La Chiesa vuole che la messa In coena domini sia concelebrata e con più solennità. I temi da richiamare all’attenzione dei fedeli sono: l’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio ministeriale, e il comandamento dell’amore fraterno. La colletta è stata sostituita. Quella precedente che parlava della traditio è cambiata con una di nuova composizione: Sacratissimam, Deus, frequentantibus Caenam…, che esprime meglio il senso della celebrazione. In questo senso sono state anche cambiate le letture. La 1Cor 11, 20-32 fu cambiata con un brano dell’Esodo (12,1-8.11-14) che contiene le prescrizioni per la pasqua ebraica. Segue il Salmo con il responsorio: “Che cosa renderò al Signore… alzerò il calice della salvezza”. Esso introduce la seconda lettura dalla 1Cor 11,23-26. La pericope del vangelo, invece, non è stata cambiata. Dopo l’omelia, pro opportunitate si procede alla lavanda dei piedi, che in confronto con l’Ordo precedente è stata semplificata. L’orazione sulle offerte è stata sostituita, come anche il prefazio: quello della Croce con uno nuovo dell’Eucaristia. Si conserva il canto Ubi caritas et amor, oggi proposto per la processione delle offerte. Così anche il canone con le parti proprie. Non si parla più dei salmi durante la comunione, che dovevano soddisfare l’obbligo del vespro. Esso semplicemente non si dice più. Dopo la celebrazione, il Santissimo sacramento viene portato processionalmente al tabernacolo provvisorio, dove si potrà svolgere un’adorazione protratta, ma le rubriche suggeriscono che questa sia fatta senza particolari solennità. Dopo la celebrazione si compie la spogliazione dell’altare. Non è più un rito particolare , ma tutto si svolge con semplicità.

Venerdì santo

L’odierna celebrazione del Venerdì ha i suoi albori probabilmente nella celebrazione della Chiesa di Gerusalemme, che era solita rievocare, con particolari riti, la passione di Cristo e ciò nei luoghi dove essa era realmente avvenuta. Le testimonianze di Egeria, probabilmente hanno influito sulla formazione di questa liturgia nelle Chiese di Roma. Dall’antichità questo giorno è stato aliturgico, cioè privo della celebrazione eucaristica. Il nucleo della celebrazione, come apprendiamo dall’Apologia di Giustino, è la celebrazione della Parola di Dio e, in modo particolare, la Passione secondo Giovanni. Gli Ordines ci offrono uno schema ben preciso: la prostrazione del vescovo con la preghiera silenziosa, una prima lettura seguita dal Tratto, e una seconda lettura, cui seguiva il canto della Passione. Concludevano la celebrazione le Orazioni solenni, che ri-elaborate, sono presenti nella nostra celebrazione. Esistevano anche altri schemi come quello, oggi adottato dal Messale: dopo la prostrazione viene proclamata la colletta che dà inizio alla Liturgia della Parola. Questa prosegue con le letture e la proclamazione della Passione secondo Giovanni, e concludersi con le solenni orazioni della Preghiera universale. 

Come abbiamo detto, la celebrazione romana ha subito l’influsso delle tradizioni orientali. Nel VIII-IX sec. i vescovi di Roma provenivano da quella tradizione. Portano con loro l’Adorazione della croce. Nell’Urbe si conservava un frammento del legno della Croce. Esso veniva portato in processione dalla basilica di Santa Croce al Laterano. La processione veniva guidata dal papa che, scalzo, a mo’ di vescovi orientali, portava il turibolo (uso sconosciuto nella tradizione romana) davanti alla reliquia della Santa Croce. Tutto probabilmente si svolgeva in silenzio, in quanto solo nel tardo VIII sec. abbiamo testimonianze del canto delle antifone: Ecce lignum crucis… o Crucem tuam adoramus… di origine bizantina, che accompagnavano l’adorazione della croce. Nel XII sec. entra nella liturgia romana, specie sotto l’influsso delle liturgie franco-germaniche, un altro fattore: la drammatizzazione. Abbiamo molti gesti come ad esempio la velazione – svelazione della croce fin ora sconosciuta, le processioni con le statue, con la figura di Cristo morto, ma anche la stessa celebrazione diventa molto più complessa. Un ruolo che agevola questa pietà popolare è l’incomprensione della liturgia da parte dei fedeli. 

Si è parlato già del carattere particolare del digiuno di questi giorni. In questo senso entra anche il digiuno eucaristico. “Il Signore è assente dal mondo, allora i discepoli digiunano”. C’è anche però un altro fattore. L’unico mistero di questi tre giorni culmina nella celebrazione della Veglia Pasquale, e in particolare nell’Eucaristia. “Bramiamo, dunque, il pane celeste della Risurrezione di Cristo”. Comunque per ciò che riguarda la comunione nell’arco dei secoli, gli usi sono stati diversi. Inizialmente come ci testimonia Ordo XXIII nella celebrazione del papa non ci si comunicava. “Chi vuole comunicarsi vada nelle altre chiese consumando da ciò che è stato conservato dalla celebrazione del giovedì”. Dal XIII secolo, però si comunica solo il pontefice. Il popolo, fino alla riforma del Vaticano II non poteva ricevere il pane eucaristico. 

Oggi la celebrazione del Venerdì non è stata molto cambiata nella struttura celebrativa. E’ stata introdotta la comunione dei fedeli, restituita dalla riforma del 1955, anche se forse sarebbe stato meglio rimanere nella prassi antica, rappresentata tra l’altro dalle tradizioni orientali o anche da quella ambrosiana. La celebrazione si svolge nel primo pomeriggio. Il sacerdote indossa le vesti rosse, simboleggianti la regalità di Cristo, e ciò dall’inizio della celebrazione. L’ingresso del celebrante, fatto senza nessun canto, prosegue con la prostrazione e la preghiera silenziosa. Successivamente, dall’ambone, viene proclamata una delle collette a scelta, di nuova composizione. Segue la liturgia della Parola. Le letture sono state cambiate, e con ciò è cambiata anche la visione teologica. La prima lettura dal profeta Osea viene sostituita da quella del Servo sofferente di Isaia. Anche la seconda, al posto della lettura dall’Esodo, oggi viene proclamata la lettera agli Ebrei, che vuole significare il sacrificio di Cristo. Il vangelo, per l’antica tradizione, è sempre quello di Giovanni. Si può fare una piccola omelia seguita dalle solenni orazioni che, alcune riviste, e altre cambiate, esprimono meglio la mentalità del nostro tempo. 

La seconda parte della celebrazione, l’adorazione della Croce, è stata semplificata. Il messale presenta due forme del rito. Per la comunione è stato abolito il Confiteor e l’assoluzione. Viene riportato sull’altare il Santissimo, senza solennità. Durante la comunione si può cantare un canto adatto, ma non più precisato. Alla fine, dalle tre orazioni è stata conservata una sola: Omnipotens sempiterne Deus… cui segue la preghiera super populum. L’assemblea si scioglie in silenzio. 

Riassumendo possiamo dire che questa celebrazione generalmente è un buon progetto celebrativo della Passione del Signore: La Liturgia della Parola proclama la passione. Le Invocazioni pregano la passione. La Venerazione della Croce adora la passione, e la Comunione ci fa comunicare con la passione. E’ stato un po’ criticato per motivo della comunione reintrodotta da Pio XII. Ci sono infatti molteplici modi della presenza di Cristo, e la comunione della Veglia è il culmine, cui tutto il cammino quaresimale conduce.

Sabato santo.

Sabato santo è il giorno del grande silenzio – perché – come dice un’antica omelia, “il Re dorme. La terra tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormono”. Le Chiese orientali celebrano la discesa di Cristo agli inferi. Egli, che rompe le porte dell’inferno, redime e libera i santi, che aspettavano da secoli la sua risurrezione. La chiesa romana, oltre all’Ufficio del mattino e della sera, non ha però mai istituito alcuna celebrazione del Cristo nel sepolcro. E’ la celebrazione silenziosa del tempo sospeso, del riposo, ma non del nulla-fare. Sabato mattina venivano convocati i catecumeni per la pubblica professione di fede. Questo giorno era segnato da un severo digiuno fino alla celebrazione della Veglia. 

Purtroppo, per causa della sempre più anticipata celebrazione della Veglia, fino al punto di celebrarla al mattino, si è perso il senso primitivo di questo giorno. Grazie alla riforma liturgica che riporta la Vigilia di pasqua alla sera, viene restituito al sabato santo il significato originario.

Vorrei menzionare qui l’uso in alcune chiese in modo particolare dell’Est europeo, di benedire i cibi per il primo pasto della domenica, proveniente forse dalle usanze franco-germaniche dell’VIII sec. Ancora oggi è molto sentito e partecipato anche se, forse, l’uso sarebbe da rivedere per motivi pastorali.

Domenica di Risurrezione

Veglia della Notte santa – la Madre di tutte le veglie. Così S. Agostino definisce questa celebrazione. Essa si colloca al cuore dell’Anno liturgico, al centro di ogni celebrazione. Ad essa si preparavano i nuovi cristiani, in essa speravano i peccatori, tutti potevano di nuovo attingere dalla mensa ai “cancelli celesti”. Essa rappresenta Totum pasquale sacramentum. Infatti in essa si celebrano non solo i fatti della risurrezione, ma anche quelli della passione di Cristo. 

Dalla comunità primitiva non abbiamo nessuna testimonianza della celebrazione della Pasqua in una domenica precisa. Infatti i cristiani celebravano la risurrezione del Signore ogni domenica, ogni settimana. Ben presto, però, si è iniziato a commemorare la resurrezione in un giorno particolare annuale. Già gli scritti del III sec. come ad es. Didascalia Apostolorum, ci danno la testimonianza di queste celebrazioni. Si insiste sul digiuno, di cui abbiamo già parlato, sul vegliare di tutta la notte nelle preghiere, nelle suppliche, con salmi e le letture fino alle tre della notte. 

La lettura della Parola è uno dei punti principali. Non è molto facile stabilire lo schema antico delle letture. Probabilmente le letture erano sei. Quasi sempre poi sono presenti la lettura dalla Genesi (creazione), il sacrificio di Abramo, il passaggio del Mar Rosso… 

La Veglia primitiva non ha accenni in proposito all’istituzione dell’Eucaristia. Nella tradizione romana però la lettura del passaggio del Mar Rosso viene interpretata in senso battesimale. Dunque nel VII sec. lo schema della celebrazione potrebbe essere questo: La lettura della Parola, La celebrazione del Battesimo, La celebrazione dell’Eucaristia. 

A questo, abbastanza presto, si aggiunge anche la Liturgia della Luce, che apre la celebrazione. Il rito probabilmente proviene dal “lucernario” di cui abbiamo diverse testimonianze. Già Egeria ci tramanda che a Gerusalemme nel IV sec. si accendevano la sera, con una certa ritualità, le candele. Probabilmente all’inizio, questo gesto era solo di tipo pratico, perché era buio. Anche il Gelasiano antico, che rappresenta la liturgia dei Titoli, ha l’Accensione della candela. Ciò non è però presente nelle celebrazioni papali, ma dal V-VI sec. diventa prassi per tutte le chiese, tranne quella del pontefice, che l’assume solo verso XI sec. Dal X sec. si aggiungono nel sud della Francia, i grani d’incenso che arrivano anche a Roma verso XI sec. 

Il canto che accompagna l’accensione della lampada è assai antico. Già Ippolito Romano ci presentava una preghiera di benedizione del cero durante la cena. Il canto del Exultet in diverse forme è testimoniato dal IV sec. 

Per ciò che riguarda il tempo della celebrazione abbiamo già fatto qualche accenno. Inizialmente e fino al V sec., era una celebrazione notturna che finiva all’alba. Ma dal VI sec. si sposta sempre più avanti. I motivi di questo cambiamento potrebbero essere i seguenti: i candidati al battesimo non sono più adulti ma bambini e non era facile farli vegliare di notte. Un altro motivo può essere quello del digiuno che poteva essere interrotto solo dopo la veglia. Nel IX sec. la celebrazione è già in crisi; si cerca allora di anticiparla, arrivando all’assurdo, con la disposizione del papa Pio V, che vietò la celebrazione della messa nel pomeriggio. Così tutta la celebrazione della veglia notturna finiva a mezzogiorno del sabato; ciò a scapito della molteplice simbologia di questa notte santa. Solo con la riforma del 1951, che anticipava quella vaticana, si ripristinava la celebrazione nelle ore notturne. 

Siccome tutti i riti finivano di sabato, la domenica rimaneva “vuota”. Anche Leone Magno ha ancora un sermone solo per la Veglia. Ma all’inizio del V sec. nasce un formulario anche per la messa della domenica di Pasqua. Il Gelasiano Antico ne è la testimonianza. 

Una piccola menzione deve esser fatta dei Vespri battesimali celebrati dal V sec. e descritti nell’Ordo XXVII dell’VIII sec. Scomparsi nel XIII sec. oggi suggeriti perché siano ripristinati. 

Oggi la celebrazione è stata ritoccata in diversi punti, ma soprattutto semplificata nei riti. Consta di quattro momenti fondamentali. 

1. La liturgia della luce 
2. La liturgia della Parola 
3. La liturgia battesimale 
4. La celebrazione eucaristica 

La liturgia della luce, essendo compiuta nelle ore notturne, ha ripristinato la sua simbologia. Il rito è stato semplificato con la possibilità di adattamenti ulteriori sia da parte del celebrante che dalle Conferenze Episcopali. Compiuta la benedizione del fuoco e del cero, l’assemblea fa rientro in chiesa con il triplice acclamazione del “Cristo – luce del mondo”. Degno di sottolineatura è il fatto della partecipazione dell’assemblea, sia nella risposta “Rendiamo grazie a Dio”, che nell’accensione delle loro candele; prima della riforma l’assemblea era quasi ignorata. Segue il canto dell’Exultet che oggi può essere cantato anche da un cantore. Alcune voci critiche hanno sottolineato l’”assenza” dello Spirito santo, alquanto importante nel senso del “fecondatore” dell’acqua battesimale. Forse sarebbe più opportuno anche collocarlo dopo la Liturgia della Parola come sintesi di essa. 

La Liturgia della Parola è stata arricchita con le orazioni “a scelta”, che rendono più facile la comprensione delle letture. Oggi abbiamo nove letture scelte dall’Antico e dal Nuovo testamento. Si può tralasciarne qualcuna, mai però quella dell’Esodo, cioè del passaggio del Mar Rosso. Nel varco dall’Antico al Nuovo si ha il canto del Gloria – canto pasquale per eccellenza - accompagnato dal suono delle campane. Quell’inno nell’Occidente fu riservato proprio alla Notte santa. A ciò si aggiungono diversi “Alleluia” che annunziano la gioia della Risurrezione del Signore. 

Alla Liturgia della Parola segue la Liturgia Battesimale. Il messale presenta due varianti: quando ci sono i battezzandi, oppure la sola benedizione dell’acqua lustrale. Qui vediamo una novità non indifferente: la rinnovazione delle promesse battesimali e l’aspersione dell’assemblea con l’acqua benedetta. I fedeli portano in mano la candela accesa col fuoco nuovo, che simboleggia l’attesa del Signore che ritorna alla fine dei tempi. E’ da sottolineare che i padri più che l’attesa della risurrezione vedono qui l’attesa escatologica. Parafrasando si potrebbe dire: “se vedete la prima alba celebrate l’Eucaristia. E’ segno che questa volta il Signore non verrà”. 

Si è voluto lasciare alla Veglia il senso battesimale. Pertanto se ci sono i candidati al battesimo qui ha il luogo la celebrazione del sacramento. 

Al termine la celebrazione prosegue con l’Eucaristia. Tutto il mondo cosmico è rinnovato dal Mistero Pasquale. I neo-battezzati per la prima volta si comunicano assieme con tutti i fedeli. Tutti partecipano al sacramento dell’altare, a cui l’intera preparazione quaresimale e il digiuno intra-pasquale hanno portato. 

Purtroppo dal punto di vista pastorale c’è ancora molto da fare, perché la Veglia sia riscoperta anche da parte dei fedeli. La Vigilia di Natale ad es., riesce abbastanza bene; tanto più dovrebbe essere celebrata questa, La Madre di tutte le veglie, unica nell’anno. Si dovrebbero forse, accentuare maggiormente gli elementi fondamentali di questa celebrazione: la Liturgia della Parola, la celebrazione dell’acqua e soprattutto la celebrazione dell’Eucaristia, che è il coronamento di esse. Quest’ultima rischia però di passare in secondo ordine, in quanto non comporta una propria originalità.




sabato 12 aprile 2014

Domenica delle Palme


Domenica delle Palme e della Passione. Inizia la Settimana Santa, la settimana delle settimane, nella quale la Chiesa celebra i misteri della salvezza portati a compimento da Cristo negli ultimi giorni della sua vita.

La liturgia di oggi inizia con il trionfo dell'ingresso a Gerusalemme e prosegue con il racconto della passione e morte di Gesù sul Calvario. Le palme e la croce, l'acclamazione "Osanna" e il grido "Crocifiggilo!". Perché questo accostamento? Gesù aveva solo annunciato che la croce è il prezzo da pagare per risorgere. È una motivazione, non la spiegazione. Che poi nella croce debba vedersi il disegno divino, diventa un puro atto di fede. E di questo mistero Gesù stesso portò tutto il peso nell'orto del Getsemani laddove si riscontrano quelli che i medici chiamano i "sintomi da panico": sudorazione di sangue, desiderio di fuggire, paura di morire, caduta a terra, angoscia.
La spiegazione è in un mistero ancora più profondo, l'amore di Dio. Un amore che portò Gesù laddove il suo cuore non lo avrebbe voluto portare ma quando capì, nell'orto degli ulivi, che l'amore gli chiedeva questo andare fino in fondo, "fino alla fine", non si tirò indietro, anche se sudava sangue. Ecco perché nel suo corpo squarciato si squarcia anche il velo del tempio che celava il volto di Dio. Guardando al crocifisso Giovanni dice: Dio è amore.

Questa Domenica ci presenta Gesù, ponendo la processione delle palme? che è il segno liturgico del trionfo del Signore? come introduzione al racconto della sua passione. "Dio non è venuto a spiegare la sofferenza: è venuto a riempirla della sua presenza", scriveva Paul Claudel. Solo se teniamo presente questo tesoro nascosto dentro il nostro soffrire e dentro il dolore del mondo, questo può acquistare significato.
Gesù non ci invia nel mondo come testimoni della croce, ma come testimoni della sua resurrezione, di un amore così grande? "fino alla fine"? da vincere ogni morte. Ci sono testimoni di questo tipo?

Così si legge nel testamento lasciato da padre Christian de Chenge, trappista, priore di Notre Dame d'Atlas, in Algeria, ucciso una decina di anni fa insieme con altri sei confratelli: "...evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno considerato con precipitazione un ingenuo o un idealista: «Ci dica adesso quel che pensa!». Ma queste persone devono sapere che la mia più lancinante curiosità verrà finalmente soddisfatta. Ecco che potrò, a Dio piacendo, immergere il mio sguardo in quello del Padre per contemplare con lui i suoi figli dell'Islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua Passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre quella di stabilire la comunione, ristabilire la rassomiglianza, giocando con le differenze. Questa vita perduta, totalmente mia, totalmente loro, rendo grazie a Dio che sembra averla voluta interamente per quella gioia, nonostante tutto e contro tutto... E anche te, amico dell'ultimo minuto, che non sapevi quel che facevi. Sì, anche per te voglio prevedere questo Grazie e questo Addio, con il volto tuo. E che sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piacerà a Dio, nostro Padre comune. Amen! Insciallah!".
Sembrano parole da un altro mondo. Sono solo pronunciate a due metri da terra. In cima ad una croce. La croce del Figlio, apice della più completa incomprensione e abbandono. "Se sei Figlio di Dio..." è la parola che risuona con maggiore insistenza durante tutta la passione, negando l'identità più profonda di Gesù. Il Vangelo di Matteo mostra che proprio nella morte di Gesù si compiono tutte le profezie e il Figlio si svela tale per il suo abbandono fiducioso nelle mani di Colui che non lo abbandona. Perciò la croce non è oscuramento, ma teofania, rivelazione del vero volto di Dio che è amore.



martedì 25 marzo 2014

Annunciazione


L'Annunciazione del Signore, che la Chiesa ci fa meditare oggi, mette a confronto la fede di Maria e la sua accoglienza del Verbo di Dio, e l'incredulità dei discepoli di Cristo che la Parola ci ha proposto fino ad oggi. Maria crede fin dall'inizio: lei, "la piena di grazia", crede alle parole dell'angelo, senza aver visto miracoli, prima di aver ascoltato le parole di Gesù. La liturgia ci riporta alle origini della storia di Gesù, ci ricorda che il suo concepimento è frutto dello Spirito Santo. Il dono del Messia esige un'accoglienza piena come quella di Maria che apre il suo grembo, che chiede all'angelo qual è la sua parte nel progetto di Dio: «Come è possibile? Non conosco uomo», e che risponde: «Ecco sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto»: modello di fede per ogni credente.

Il brano evangelico che precede l'annunciazione del Signore narra dell'annuncio a Zaccaria della nascita di Giovanni Battista (Lc1,5-23), e in queste due figure troviamo i due modi possibili di rispondere alla Grazia di Dio. Zaccaria umanamente non può credere che ciò avvenga, perché Elisabetta è ormai avanti negli anni, e di fronte alla sua incredulità Dio gli toglie il dono della parola. Non hai creduto alla parola di Dio, non potrai più parlare fino a che non nascerà Giovanni. Zaccaria, il sacerdote, che osserva tutte le Leggi, non è pronto ad accogliere la Grazia di Dio. All'opposto, Maria, una ragazza poco più che adolescente, non solo non fa obiezioni alle parole dell'angelo ma si pone, anzi, in una dimensione di servizio, di disponibilità, pur non conoscendo per quali strade Dio l'avrebbe condotta. La fanciulla di Nazaret si sente annunciare due notizie umanamente sconvolgenti: sarà Madre del Messia e la maternità si realizzerà per lei senza partecipazione umana. Possiamo immaginare lo sbigottimento di Maria che, essendo già "promessa sposa" di Giuseppe, rischiava di venire lapidata per adulterio. Spesso accogliere il disegno di Dio su di noi può sembrare una follia, ma c'è bisogno di una fiducia piena in Lui, affinché i piani di Dio su di noi e sull'umanità si possano realizzare

sabato 11 gennaio 2014

Battesimo di Gesù

Il battesimo di Gesù da parte di Giovanni Battista è narrato nei vangeli sinottici, mentre il Vangelo secondo Giovanni presenta la testimonianza da parte di Giovanni Battista della discesa dello Spirito Santo su Gesù ma non parla del suo battesimo.

L'episodio si colloca nell'ambito dell'attività di Giovanni Battista, che battezza il popolo nelle acque del Giordano.

Nel Vangelo secondo Marco Gesù si reca da Nazaret (in Galilea) sulle rive del Giordano, dove viene battezzato da Giovanni Battista. Uscendo dall'acqua, vede i cieli aprirsi e lo Spirito scendere su di lui come una colomba, mentre si ode una "voce dal cielo" che dice «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Anche nel Vangelo secondo Matteo Gesù va dalla Galilea alle rive del Giordano per farsi battezzare da Giovanni; in questo vangelo, però, si narra anche di come Giovanni Battista cerchi di impedirglielo dicendogli «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?», ma Gesù lo convince rispondendogli «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Come in Marco, anche in Matteo Gesù, uscendo dalle acque, vede il cielo aprirsi e discendere lo Spirito di Dio sotto forma di colomba, mentre una voce dal cielo afferma «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».

Nel Vangelo secondo Luca "tutto il popolo" è battezzato e anche Gesù si fa battezzare; mentre è raccolto in preghiera, il cielo si apre e scende su di lui lo Spirito Santo sotto forma di colomba, mentre si ode una voce celeste che dice «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Nel Vangelo secondo Giovanni non si parla, invece, di battesimo, ma solo di discesa dello Spirito sotto forma di colomba. Giovanni Battista rende infatti testimonianza dicendo che colui il quale lo aveva mandato a battezzare con acqua lo aveva avvisato che colui sul quale avrebbe visto scendere lo Spirito per rimanervi sarebbe stato colui che avrebbe battezzato nello Spirito Santo (invece che in acqua come Giovanni), e che aveva visto lo Spirito discendere dal cielo sotto forma di colomba su Gesù e di averlo riconosciuto come Figlio di Dio.

martedì 24 dicembre 2013

LA VEGLIA DI MEZZANOTTE DEL 24 DICEMDRE SARA' CELEBRATA NELLA PARROCCHIA DI ROCCA DI BOTTE.

NEL GIORNO DI NATALE, 25 DICEMBRE GLI ORARI DELLE SANTE MESSA CORRISPONDONO A QUELLE DELLA DOMENICA:
MATTINA 09.30 E POMERIGGIO 16.30

BUONE FESTE! 


sabato 26 ottobre 2013

orari santa messa

 

AGGIORNAMENTO

ORARI SANTA MESSA 

(ora solare)

 

SABATO ORE 16.00



 

DOMENICA ORE 09.30 E 16.30

venerdì 23 agosto 2013

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ
DELL’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza della Libertà, Castel Gandolfo
Giovedì 15 agosto 2013


Cari fratelli e sorelle!
Al termine della Costituzione sulla Chiesa, il Concilio Vaticano II ci ha lasciato una meditazione bellissima su Maria Santissima. Ricordo soltanto le espressioni che si riferiscono al mistero che celebriamo oggi: La prima è questa: «L’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste col suo corpo e la sua anima, e dal Signore esaltata come la regina dell’universo» (n. 59). E poi, verso la fine, vi è quest’altra: «La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è l’immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla come segno di sicura speranza e di consolazione per il Popolo di Dio in cammino, fino a quando non verrà il giorno del Signore» (n. 68). Alla luce di questa bellissima icona di nostra Madre, possiamo considerare il messaggio contenuto nelle Letture bibliche che abbiamo appena ascoltato. Possiamo concentrarci su tre parole-chiave: lotta, risurrezione, speranza.
Il brano dell’Apocalisse presenta la visione della lotta tra la donna e il drago. La figura della donna, che rappresenta la Chiesa, è da una parte gloriosa, trionfante, e dall’altra ancora in travaglio. Così in effetti è la Chiesa: se in Cielo è già associata alla gloria del suo Signore, nella storia vive continuamente le prove e le sfide che comporta il conflitto tra Dio e il maligno, il nemico di sempre. E in questa lotta che i discepoli di Gesù devono affrontare – noi tutti, noi, tutti i discepoli di Gesù dobbiamo affrontare questa lotta – Maria non li lascia soli; la Madre di Cristo e della Chiesa è sempre con noi. Sempre, cammina con noi, è con noi. Anche Maria, in un certo senso, condivide questa duplice condizione. Lei, naturalmente, è ormai una volta per sempre entrata nella gloria del Cielo. Ma questo non significa che sia lontana, che sia staccata da noi; anzi, Maria ci accompagna, lotta con noi, sostiene i cristiani nel combattimento contro le forze del male. La preghiera con Maria, in particolare il Rosario – ma sentite bene: il Rosario. Voi pregate il Rosario tutti i giorni? Ma, non so… [la gente grida: Sì!] Sicuro? Ecco, la preghiera con Maria, in particolare il Rosario ha anche questa dimensione “agonistica”, cioè di lotta, una preghiera che sostiene nella battaglia contro il maligno e i suoi complici. Anche il Rosario ci sostiene nella battaglia.
La seconda Lettura ci parla della risurrezione. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinzi, insiste sul fatto che essere cristiani significa credere che Cristo è veramente risorto dai morti. Tutta la nostra fede si basa su questa verità fondamentale che non è un’idea ma un evento. E anche il mistero dell’Assunzione di Maria in corpo e anima è tutto inscritto nella Risurrezione di Cristo. L’umanità della Madre è stata “attratta” dal Figlio nel suo passaggio attraverso la morte. Gesù è entrato una volta per sempre nella vita eterna con tutta la sua umanità, quella che aveva preso da Maria; così lei, la Madre, che Lo ha seguito fedelmente per tutta la vita, Lo ha seguito con il cuore, è entrata con Lui nella vita eterna, che chiamiamo anche Cielo, Paradiso, Casa del Padre.
Anche Maria ha conosciuto il martirio della croce: il martirio del suo cuore, il martirio dell’anima. Lei ha sofferto tanto, nel suo cuore, mentre Gesù soffriva sulla croce. La Passione del Figlio l’ha vissuta fino in fondo nell’anima. E’ stata pienamente unita a Lui nella morte, e per questo le è stato dato il dono della risurrezione. Cristo è la primizia dei risorti, e Maria è la primizia dei redenti, la prima di «quelli che sono di Cristo». E’ nostra Madre, ma anche possiamo dire è la nostra rappresentante, è la nostra sorella, la nostra prima sorella, è la prima dei redenti che è arrivata in Cielo.
 Il Vangelo ci suggerisce la terza parola: speranza. Speranza è la virtù di chi, sperimentando il conflitto, la lotta quotidiana tra la vita e la morte, tra il bene e il male, crede nella Risurrezione di Cristo, nella vittoria dell’Amore. Abbiamo sentito il Canto di Maria, il Magnificat: è il cantico della speranza, è il cantico del Popolo di Dio in cammino nella storia. E’ il cantico di tanti santi e sante, alcuni noti, altri, moltissimi, ignoti, ma ben conosciuti a Dio: mamme, papà, catechisti, missionari, preti, suore, giovani, anche bambini, nonni, nonne: questi hanno affrontato la lotta della vita portando nel cuore la speranza dei piccoli e degli umili. Maria dice: «L’anima mia magnifica il Signore» - anche oggi canta questo la Chiesa e lo canta in ogni parte del mondo. Questo cantico è particolarmente intenso là dove il Corpo di Cristo patisce oggi la Passione. Dove c’è la Croce, per noi cristiani c’è la speranza, sempre. Se non c’è la speranza, noi non siamo cristiani. Per questo a me piace dire: non lasciatevi rubare la speranza. Che non ci rubino la speranza, perché questa forza è una grazia, un dono di Dio che ci porta avanti guardando il Cielo. E Maria è sempre lì, vicina a queste comunità, a questi nostri fratelli, cammina con loro, soffre con loro, e canta con loro il Magnificat della speranza.
Cari fratelli e sorelle, uniamoci anche noi, con tutto il cuore, a questo cantico di pazienza e di vittoria, di lotta e di gioia, che unisce la Chiesa trionfante con quella pellegrinante, noi; che unisce la terra con il Cielo, che unisce la nostra storia con l’eternità, verso la quale camminiamo. Così sia.

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sabato 29 giugno 2013

Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

SANTA MESSA E IMPOSIZIONE DEL PALLIO
AI NUOVI METROPOLITI
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Sabato, 
29 giugno 2013


Signori Cardinali,
Sua Eminenza Metropolita Ioannis,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Celebriamo la Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni principali della Chiesa di Roma: una festa resa ancora più gioiosa per la presenza di Vescovi da tutto mondo. Una grande ricchezza che ci fa rivivere, in un certo modo, l’evento di Pentecoste: oggi, come allora, la fede della Chiesa parla in tutte le lingue e vuole unire i popoli in un’unica famiglia.
Saluto di cuore e con gratitudine la Delegazione del Patriarcato di Costantinopoli, guidata dal Metropolita Ioannis. Ringrazio il Patriarca ecumenico Bartolomeo I per questo rinnovato gesto fraterno. Saluto i Signori Ambasciatori e le Autorità civili. Un grazie speciale al Thomanerchor, il Coro della Thomaskirche [Chiesa di San Tommaso] di Lipsia - la chiesa di Bach - che anima la Liturgia e che costituisce un’ulteriore presenza ecumenica.
Tre pensieri sul ministero petrino, guidati dal verbo “confermare”. In che cosa è chiamato a confermare il Vescovo di Roma?
1. Anzitutto, confermare nella fede. Il Vangelo parla della confessione di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), una confessione che non nasce da lui, ma dal Padre celeste. Ed è per questa confessione che Gesù dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (v. 18). Il ruolo, il servizio ecclesiale di Pietro ha il suo fondamento nella confessione di fede in Gesù, il Figlio del Dio vivente, resa possibile da una grazia donata dall’alto. Nella seconda parte del Vangelo di oggi vediamo il pericolo di pensare in modo mondano. Quando Gesù parla della sua morte e risurrezione, della strada di Dio che non corrisponde alla strada umana del potere, in Pietro riemergono la carne e il sangue: «si mise a rimproverare il Signore: …questo non ti accadrà mai» (16,22). E Gesù ha una parola dura: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo» (v. 23). Quando lasciamo prevalere i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la logica del potere umano e non ci lasciamo istruire e guidare dalla fede, da Dio, diventiamo pietra d’inciampo. La fede in Cristo è la luce della nostra vita di cristiani e di ministri nella Chiesa!
2. Confermare nell’amore. Nella seconda Lettura abbiamo ascoltato le commoventi parole di san Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). Di quale battaglia si tratta? Non quella delle armi umane, che purtroppo insanguina ancora il mondo; ma è la battaglia del martirio. San Paolo ha un’unica arma: il messaggio di Cristo e il dono di tutta la sua vita per Cristo e per gli altri. Ed è proprio l’esporsi in prima persona, il lasciarsi consumare per il Vangelo, il farsi tutto a tutti, senza risparmiarsi, che lo ha reso credibile e ha edificato la Chiesa. Il Vescovo di Roma è chiamato a vivere e confermare in questo amore verso Cristo e verso tutti senza distinzioni, limiti e barriere. E non solo il Vescovo di Roma: tutti voi, nuovi arcivescovi e vescovi, avete lo stesso compito: lasciarsi consumare per il Vangelo, farsi tutto a tutti. Il compito di non risparmiare, uscire di sé al servizio del santo popolo fedele di Dio.
3. Confermare nell’unità. Qui mi soffermo sul gesto che abbiamo compiuto. Il Pallio è simbolo di comunione con il Successore di Pietro, «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione» (Conc. Ecum Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa  Lumen gentium, 18). E la vostra presenza oggi, cari Confratelli, è il segno che la comunione della Chiesa non significa uniformità. Il Vaticano II, riferendosi alla struttura gerarchica della Chiesa afferma che il Signore «costituì gli Apostoli a modo di collegio o gruppo stabile, a capo del quale mise Pietro, scelto di mezzo a loro» (ibid., 19). Confermare nell’unità: il Sinodo dei Vescovi, in armonia con il primato. Dobbiamo andare per questa strada della sinodalità, crescere in armonia con il servizio del primato. E continua, il Concilio: «questo Collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e universalità del Popolo di Dio» (ibid., 22). Nella Chiesa la varietà, che è una grande ricchezza, si fonde sempre nell’armonia dell’unità, come un grande mosaico in cui tutte le tessere concorrono a formare l’unico grande disegno di Dio. E questo deve spingere a superare sempre ogni conflitto che ferisce il corpo della Chiesa. Uniti nelle differenzenon c’è un’altra strada cattolica per unirci. Questo è lo spirito cattolico, lo spirito cristiano: unirsi nelle differenze. Questa è la strada di Gesù! Il Pallio, se è segno della comunione con il Vescovo di Roma, con la Chiesa universale, con il Sinodo dei Vescovi, è anche un impegno per ciascuno di voi ad essere strumenti di comunione.
Confessare il Signore lasciandosi istruire da Dio; consumarsi per amore di Cristo e del suo Vangelo; essere servitori dell’unità. Queste, cari Confratelli nell’episcopato, le consegne che i Santi Apostoli Pietro e Paolo affidano a ciascuno di noi, perché siano vissute da ogni cristiano. Ci guidi e ci accompagni sempre con la sua intercessione la santa Madre di Dio: Regina degli Apostoli, prega per noi! Amen.

vatican.va



giovedì 9 maggio 2013

UDIENZA GENERALE Mercoledì, 8 maggio 2013


PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 8 maggio 2013


  
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il tempo pasquale che con gioia stiamo vivendo, guidati dalla liturgia della Chiesa, è per eccellenza il tempo dello Spirito Santo donato «senza misura» (cfr Gv 3,34) da Gesù crocifisso e risorto. Questo tempo di grazia si conclude con la festa della Pentecoste, in cui la Chiesa rivive l’effusione dello Spirito su Maria e gli Apostoli raccolti in preghiera nel Cenacolo.
Ma chi è lo Spirito Santo? Nel Credo noi professiamo con fede: «Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita». La prima verità a cui aderiamo nel Credo è che lo Spirito Santo è Kýrios, Signore. Ciò significa che Egli è veramente Dio come lo sono il Padre e il Figlio, oggetto, da parte nostra, dello stesso atto di adorazione e di glorificazione che rivolgiamo al Padre e al Figlio. Lo Spirito Santo, infatti, è la terza Persona della Santissima Trinità; è il grande dono del Cristo Risorto che apre la nostra mente e il nostro cuore alla fede in Gesù come il Figlio inviato dal Padre e che ci guida all’amicizia, alla comunione con Dio.
Ma vorrei soffermarmi soprattutto sul fatto che lo Spirito Santo è la sorgente inesauribile della vita di Dio in noi. L’uomo di tutti i tempi e di tutti i luoghi desidera una vita piena e bella, giusta e buona, una vita che non sia minacciata dalla morte, ma che possa maturare e crescere fino alla sua pienezza. L’uomo è come un viandante che, attraversando i deserti della vita, ha sete di un’acqua viva, zampillante e fresca, capace di dissetare in profondità il suo desiderio profondo di luce, di amore, di bellezza e di pace. Tutti sentiamo questo desiderio! E Gesù ci dona quest’acqua viva: essa è lo Spirito Santo, che procede dal Padre e che Gesù riversa nei nostri cuori. «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza», ci dice Gesù (Gv 10,10).
Gesù promette alla Samaritana di donare un’“acqua viva”, con sovrabbondanza e per sempre, a tutti coloro che lo riconoscono come il Figlio inviato dal Padre per salvarci (cfr Gv 4, 5-26; 3,17). Gesù è venuto a donarci quest’“acqua viva” che è lo Spirito Santo, perché la nostra vita sia guidata da Dio, sia animata da Dio, sia nutrita da Dio. Quando noi diciamo che il cristiano è un uomo spirituale intendiamo proprio questo: il cristiano è una persona che pensa e agisce secondo Dio, secondo lo Spirito Santo. Ma mi faccio una domanda: e noi, pensiamo secondo Dio? Agiamo secondo Dio? O ci lasciamo guidare da tante altre cose che non sono propriamente Dio? Ciascuno di noi deve rispondere a questo nel profondo del suo cuore.
A questo punto possiamo chiederci: perché quest’acqua può dissetarci sino in fondo? Noi sappiamo che l’acqua è essenziale per la vita; senz’acqua si muore; essa disseta, lava, rende feconda la terra. Nella Lettera ai Romani troviamo questa espressione: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (5,5). L’“acqua viva”, lo Spirito Santo, Dono del Risorto che prende dimora in noi, ci purifica, ci illumina, ci rinnova, ci trasforma perché ci rende partecipi della vita stessa di Dio che è Amore. Per questo, l’Apostolo Paolo afferma che la vita del cristiano è animata dallo Spirito e dai suoi frutti, che sono «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22-23). Lo Spirito Santo ci introduce nella vita divina come “figli nel Figlio Unigenito”. In un altro passo della Lettera ai Romani, che abbiamo ricordato più volte, san Paolo lo sintetizza con queste parole: «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi… avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo “Abbà! Padre!”. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (8,14-17). Questo è il dono prezioso che lo Spirito Santo porta nei nostri cuori: la vita stessa di Dio, vita di veri figli, un rapporto di confidenza, di libertà e di fiducia nell’amore e nella misericordia di Dio, che ha come effetto anche uno sguardo nuovo verso gli altri, vicini e lontani, visti sempre come fratelli e sorelle in Gesù da rispettare e da amare. Lo Spirito Santo ci insegna a guardare con gli occhi di Cristo, a vivere la vita come l’ha vissuta Cristo, a comprendere la vita come l’ha compresa Cristo. Ecco perché l’acqua viva che è lo Spirito Santo disseta la nostra vita, perché ci dice che siamo amati da Dio come figli, che possiamo amare Dio come suoi figli e che con la sua grazia possiamo vivere da figli di Dio, come Gesù. E noi, ascoltiamo lo Spirito Santo? Cosa ci dice lo Spirito Santo? Dice: Dio ti ama. Ci dice questo. Dio ti ama, Dio ti vuole bene. Noi amiamo veramente Dio e gli altri, come Gesù? Lasciamoci guidare dallo Spirito Santo, lasciamo che Lui ci parli al cuore e ci dica questo: che Dio è amore, che Dio ci aspetta, che Dio è il Padre, ci ama come vero Papà, ci ama veramente e questo lo dice soltanto lo Spirito Santo al cuore. Sentiamo lo Spirito Santo, ascoltiamo lo Spirito Santo e andiamo avanti per questa strada dell'amore, della misericordia e del perdono. Grazie.


Rivolgo il mio benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i fedeli della Diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, con il Vescovo Mons. Gestori, convenuti alla Sede di Pietro in occasione dell’Anno della fede; quelli di Roiate e di Conversano, che incoronano rispettivamente la Madonna delle Grazie e la Madonna della Fonte; e i devoti del Santuario della Ravanusa, che celebrano il Giubileo Mariano. Saluto i sacerdoti, le religiose - in particolare il gruppo delle Figlie della Carità -, i seminaristi, i gruppi parrocchiali e le numerose scolaresche. La visita alle tombe degli Apostoli rafforzi in tutti la fede in Cristo, che, asceso alla destra del Padre, è sempre vivo e presente tra noi!
Oggi, 8 maggio, si eleva l’intensa preghiera della “Supplica alla Madonna del Rosario” di Pompei, composta dal Beato Bartolo Longo. Ci uniamo spiritualmente a questo popolare atto di fede e di devozione, affinché per intercessione di Maria, il Signore conceda misericordia e pace alla Chiesa e al mondo intero.
Infine, un pensiero affettuoso ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Madre di Gesù educhi voi, cari giovani, al coraggio delle scelte definitive; aiuti voi, cari ammalati, specialmente quelli dell’Unitalsi di Roma e della “Emme Due” di Sessa Aurunca, ad accettare la sofferenza con amore; e sia di modello a voi, cari sposi novelli, per costruire nella fedeltà la vostra unione coniugale.
Prima di cantare il Padre Nostro, ricordatevi: dobbiamo ascoltare lo Spirito Santo che è dentro di noi, sentirlo. Cosa ci dice? Che Dio è buono, che Dio è padre, che Dio ci ama, che Dio ci perdona sempre. Ascoltiamo lo Spirito Santo.


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venerdì 5 aprile 2013

Orari messe

Estate 2019
ORARI SANTE MESSE:

Sabato ore 17,00

Domenica ore 09,30 e 17,00

Pace e Bene!



lunedì 1 aprile 2013

REGINA COELI


PAPA FRANCESCO
REGINA COELI
Piazza San Pietro
Lunedì dell'Angelo, 1° aprile 2013


Cari fratelli e sorelle,
buongiorno, e buona Pasqua a tutti voi! Vi ringrazio di essere venuti anche oggi numerosi, per condividere la gioia della Pasqua, mistero centrale della nostra fede. Che la forza della Risurrezione di Cristo possa raggiungere ogni persona - specialmente chi soffre – e tutte le situazioni più bisognose di fiducia e di speranza.
Cristo ha vinto il male in modo pieno e definitivo, ma spetta a noi, agli uomini di ogni tempo, accogliere questa vittoria nella nostra vita e nelle realtà concrete della storia e della società. Per questo mi sembra importante sottolineare quello che oggi domandiamo a Dio nella liturgia: «O Padre, che fai crescere la tua Chiesa donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede» (Oraz. Colletta del Lunedì dell’Ottava di Pasqua).
E’ vero, il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioè in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte. La grazia contenuta nei Sacramenti pasquali è un potenziale di rinnovamento enorme per l’esistenza personale, per la vita delle famiglie, per le relazioni sociali. Ma tutto passa attraverso il cuore umano: se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non è buono, che può far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica. Questo è il potere della grazia! Senza la grazia non possiamo nulla. Senza la grazia non possiamo nulla! E con la grazia del Battesimo e della Comunione eucaristica posso diventare strumento della misericordia di Dio, di quella bella misericordia di Dio.
Esprimere nella vita il sacramento che abbiamo ricevuto: ecco, cari fratelli e sorelle, il nostro impegno quotidiano, ma direi anche la nostra gioia quotidiana! La gioia di sentirsi strumenti della grazia di Cristo, come tralci della vite che è Lui stesso, animati dalla linfa del suo Spirito!
Preghiamo insieme, nel nome del Signore morto e risorto, e per intercessione di Maria Santissima, perché il Mistero pasquale possa operare profondamente in noi e in questo nostro tempo, perché l’odio lasci il posto all’amore, la menzogna alla verità, la vendetta al perdono, la tristezza alla gioia.

Dopo il Regina Coeli
Saluto con grande affetto tutti voi, cari pellegrini provenienti da vari Continenti per partecipare a questo incontro di preghiera.
A ciascuno auguro di trascorrere serenamente questo Lunedì dell’Angelo, nel quale risuona con forza l’annuncio gioioso della Pasqua: Cristo è risorto! Buona Pasqua a tutti!
Buona Pasqua a tutti, e buon pranzo!