Pereto - Rocca di Botte

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domenica 18 gennaio 2015

BATTESIMO DEL SIGNORE

Abbiamo ascoltato nella prima Lettura che il Signore si preoccupa dei suoi figli come un genitore: si preoccupa di dare ai suoi figliun cibo sostanzioso. Mediante il profeta Dio dice: «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?» (Is 55,2). Dio, come un bravo papà e una brava mamma, vuole dare cose buone ai suoi figli. E che cos’è questo cibo sostanzioso che Dio ci dà? E’ la sua Parola: la sua Parola ci fa crescere, ci fa portare buoni frutti nella vita, come la pioggia e la neve fanno bene alla terra e la rendono feconda (cfr Is 55,10-11). Così voi, genitori, e anche voi, padrini e madrine, nonni, zii, aiuterete questi bambini a crescere bene se darete loro la Parola di Dio, il Vangelo di Gesù. E anche darlo con l’esempio! Tutti i giorni, prendete l’abitudine di leggere un brano del Vangelo, piccolino, e portate sempre con voi un piccolo Vangelo in tasca, nella borsa, per poterlo leggere. E questo sarà l’esempio per i figli, vedere papà, mamma, i padrini, nonno, nonna, gli zii, leggere la Parola di Dio.
Voi mamme date ai vostri figli il latte – anche adesso, se piangono per fame, allattateli, tranquilli. Ringraziamo il Signore per il dono del latte, e preghiamo per quelle mamme – sono tante, purtroppo – che non sono in condizione di dare da mangiare ai loro figli. Preghiamo e cerchiamo di aiutare queste mamme. Dunque, quello che fa il latte per il corpo, la Parola di Dio lo fa per lo spirito: la Parola di Dio fa crescere la fede. E grazie alla fede noi siamo generati da Dio. E’ quello che succede nel Battesimo. Abbiamo ascoltato l’apostolo Giovanni: «Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio» (1 Gv 5,1). In questa fede i vostri bambini vengono battezzati. Oggi è la vostra fede, cari genitori, padrini e madrine. E’ la fede della Chiesa, nella quale questi piccoli ricevono il Battesimo. Ma domani, con la grazia di Dio, sarà la loro fede, il loro personale “sì” a Gesù Cristo, che ci dona l’amore del Padre.
Dicevo: è la fede della Chiesa. Questo è molto importante. Il Battesimo ci inserisce nel corpo della Chiesa, nel popolo santo di Dio. E in questo corpo, in questo popolo in cammino, la fede viene trasmessa di generazione in generazione: è la fede della Chiesa. E’ la fede di Maria, nostra Madre, la fede di san Giuseppe, di san Pietro, di sant’Andrea, di san Giovanni, la fede degli Apostoli e dei Martiri, che è giunta fino a noi, attraverso il Battesimo: una catena di trasmissione di fede. E’ molto bello questo! E’ un passarsi di mano in mano la candela della fede: lo esprimeremo anche tra poco con il gesto di accendere le candele dal grande cero pasquale. Il grande cero rappresenta Cristo risorto, vivo in mezzo a noi. Voi, famiglie, prendete da Lui la luce della fede da trasmettere ai vostri figli. Questa luce la prendete nella Chiesa, nel corpo di Cristo, nel popolo di Dio che cammina in ogni tempo e in ogni luogo. Insegnate ai vostri figli che non si può essere cristiano fuori dalla Chiesa, non si può seguire Gesù Cristo senza la Chiesa, perché la Chiesa è madre, e ci fa crescere nell’amore a Gesù Cristo.
Un ultimo aspetto emerge con forza dalle Letture bibliche di oggi: nel Battesimo siamo consacrati dallo Spirito Santo. La parola “cristiano” significa questo, significa consacrato come Gesù, nello stesso Spirito in cui è stato immerso Gesù in tutta la sua esistenza terrena. Lui è il “Cristo”, l’unto, il consacrato, i battezzati siamo “cristiani”, cioè consacrati, unti . E allora, cari genitori, cari padrini e madrine, se volete che i vostri bambini diventino veri cristiani, aiutateli a crescere “immersi” nello Spirito Santo, cioè nel calore dell’amore di Dio, nella luce della sua Parola. Per questo, non dimenticate di invocare spesso lo Spirito Santo, tutti i giorni. “Lei prega, Signora?” – “Sì” - “Chi prega?” – “Io prego Dio” - Ma “Dio”, così, non esiste: Dio è persona e in quanto persona esiste il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. “Tu chi preghi?” – “Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo”. Di solito preghiamo Gesù. Quando preghiamo il “Padre Nostro”, preghiamo il Padre. Ma lo Spirito Santo non lo preghiamo tanto. E’ tanto importante pregare lo Spirito Santo, perché ci insegna a portare avanti la famiglia, i bambini, perché questi bambini crescano nell’atmosfera della Trinità Santa. E’ proprio lo Spirito che li porta avanti. Per questo non dimenticate di invocare spesso lo Spirito Santo, tutti i giorni. Potete farlo, per esempio, con questa semplice preghiera: “Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore”. Potete fare questa preghiera per i vostri bambini, oltre che naturalmente per voi stessi!
Quando fate questa preghiera, sentite la presenza materna della Vergine Maria. Lei ci insegna a pregare lo Spirito Santo, e a vivere secondo lo Spirito, come Gesù. La Madonna, nostra madre, accompagni sempre il cammino dei vostri bambini e delle vostre famiglie. Così sia.

PAPA FRANCESCO
vatican.va


EPIFANIA DEL SIGNORE

Quel Bambino, nato a Betlemme dalla Vergine Maria, è venuto non soltanto per il popolo d’Israele, rappresentato dai pastori di Betlemme, ma anche per l’intera umanità, rappresentata oggi dai Magi, provenienti dall’Oriente. Ed è proprio sui Magi e sul loro cammino alla ricerca del Messia che la Chiesa ci invita oggi a meditare e pregare.
Questi Magi venuti dall’Oriente sono i primi di quella grande processione di cui ci ha parlato il profeta Isaia nella prima Lettura (cfr 60,1-6): una processione che da allora non si interrompe più, e che attraverso tutte le epoche riconosce il messaggio della stella e trova il Bambino che ci indica la tenerezza di Dio. Ci sono sempre nuove persone che vengono illuminate dalla luce della stella, che trovano la strada e giungono fino a Lui.
I Magi, secondo la tradizione, erano uomini sapienti: studiosi degli astri, scrutatori del cielo, in un contesto culturale e di credenze che attribuiva alle stelle significati e influssi sulle vicende umane. I Magi rappresentano gli uomini e le donne in ricerca di Dio nelle religioni e nelle filosofie del mondo intero: una ricerca che non ha mai fine. Uomini e donne in ricerca.
I Magi ci indicano la strada sulla quale camminare nella nostra vita. Essi cercavano la vera Luce: «Lumen requirunt lumine», dice un inno liturgico dell’Epifania, riferendosi proprio all’esperienza dei Magi; «Lumen requirunt lumine». Seguendo una luce essi ricercanola luce. Andavano alla ricerca di Dio. Visto il segno della stella, lo hanno interpretato e si sono messi in cammino, hanno fatto un lungo viaggio.
È lo Spirito Santo che li ha chiamati e li ha spinti a mettersi in cammino; e in questo cammino avverrà anche il loro personale incontro con il vero Dio.
Nel loro cammino i Magi incontrano tante difficoltà. Quando arrivano a Gerusalemme loro vanno al palazzo del re, perché considerano ovvio che il nuovo re sarebbe nato nel palazzo reale. Là perdono la vista della stella. Quante volte si perde la vista della stella! E incontrano una tentazione, messa lì dal diavolo: è l’inganno di Erode. Il re Erode si mostra interessato al bambino, ma non per adorarlo, bensì per eliminarlo. Erode è l’uomo di potere, che nell’altro riesce a vedere soltanto il rivale. E in fondo egli considera anche Dio come un rivale, anzi come il rivale più pericoloso. Nel palazzo i Magi attraversano un momento di oscurità, di desolazione, che riescono a superare grazie ai suggerimenti dello Spirito Santo, che parla mediante le profezie della Sacra Scrittura. Queste indicano che il Messia nascerà a Betlemme, la città di Davide.
A quel punto riprendono il cammino e rivedono la stella: l’evangelista annota che provarono «una gioia grandissima» (Mt 2,10), una vera consolazione. Giunti a Betlemme, trovarono «il bambino con Maria sua madre» (Mt 2,11). Dopo quella di Gerusalemme, questa per loro fu la seconda, grande tentazione: rifiutare questa piccolezza. E invece: «si prostrarono e lo adorarono», offrendogli i loro doni preziosi e simbolici. È sempre la grazia dello Spirito Santo che li aiuta: quella grazia che, mediante la stella, li aveva chiamati e guidati lungo il cammino, ora li fa entrare nel mistero. Quella stella che ha accompagnato il camino li fa entrare nel mistero. Guidati dallo Spirito, arrivano a riconoscere che i criteri di Dio sono molto diversi da quelli degli uomini, che Dio non si manifesta nella potenza di questo mondo, ma si rivolge a noi nell’umiltà del suo amore. L’amore di Dio è grande, sì. L’amore di Dio è potente, sì. Ma l’amore di Dio è umile, tanto umile! I Magi sono così modelli di conversione alla vera fede perché hanno creduto più nella bontà di Dio che non nell’apparente splendore del potere.
E allora ci possiamo chiedere: qual è il mistero in cui Dio si nasconde? Dove posso incontrarlo? Vediamo attorno a noi guerre, sfruttamento di bambini, torture, traffici di armi, tratta di persone… In tutte queste realtà, in tutti questi fratelli e sorelle più piccoli che soffrono per tali situazioni, c’è Gesù (cfr Mt 25,40.45). Il presepe ci prospetta una strada diversa da quella vagheggiata dalla mentalità mondana: è la strada dell’abbassamento di Dio, quell’umiltà dell’amore di Dio si abbassa, si annienta, la sua gloria nascosta nella mangiatoia di Betlemme, nella croce sul calvario, nel fratello e nella sorella che soffre.
I Magi sono entrati nel mistero. Sono passati dai calcoli umani al mistero: e questa è stata la loro conversione. E la nostra? Chiediamo al Signore che ci conceda di vivere lo stesso cammino di conversione vissuto dai Magi. Che ci difenda e ci liberi dalle tentazioni che nascondono la stella. Che abbiamo sempre l’inquietudine di domandarci: dov’è la stella?, quando – in mezzo agli inganni mondani – l’abbiamo persa di vista. Che impariamo a conoscere in modo sempre nuovo il mistero di Dio, che non ci scandalizziamo del “segno”, dell’indicazione, quel segno detto dagli Angeli: «un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12), e che abbiamo l’umiltà di chiedere alla Madre, alla nostra Madre, che ce lo mostri. Che troviamo il coraggio di liberarci dalle nostre illusioni, dalle nostre presunzioni, dalle nostre “luci”, e che cerchiamo questo coraggio nell’umiltà della fede e possiamo incontrare la Luce, Lumen, come hanno fatto i santi Magi. Che possiamo entrare nel mistero. Così sia.
PAPA FRANCESCO
vatican.va




SOLENNITA' DI MARIA SS.ma MADRE DI DIO

Tornano oggi alla mente le parole con le quali Elisabetta pronunciò la sua benedizione sulla Vergine Santa: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga a me?» (Lc 1,42-43).
Questa benedizione si pone in continuità con la benedizione sacerdotale che Dio aveva suggerito a Mosè perché la trasmettesse ad Aronne e a tutto il popolo: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26). Celebrando la solennità di Maria Santissima, la Santa Madre di Dio, la Chiesa ci ricorda che Maria è la prima destinataria di questa benedizione. In Lei essa trova compimento: infatti, nessun’altra creatura ha visto brillare su di sé il volto di Dio come Maria, che ha dato un volto umano al Verbo eterno, così che tutti lo possiamo contemplare.
Oltre alla contemplazione del volto di Dio, noi possiamo anche lodarlo e glorificarlo come i pastori, che se ne tornarono da Betlemme con un canto di ringraziamento dopo aver visto il Bambino e la sua giovane mamma (cfr Lc 2,16). Erano insieme, come sono stati insieme al Calvario, perché Cristo e la sua Madre sono inseparabili: tra loro esiste un rapporto strettissimo, come tra ogni figlio e la sua madre. La carne di Cristo – che è cardine della nostra salvezza (Tertulliano) – è stata intessuta nel grembo di Maria (cfr Sal 139,13). Tale inseparabilità è significata anche dal fatto che Maria, prescelta per essere Madre del Redentore, ne ha condiviso intimamente tutta la missione rimanendo accanto al Figlio fino alla fine sul calvario.
Maria è così unita a Gesù perché ha avuto di Lui la conoscenza del cuore, la conoscenza della fede, nutrita dall’esperienza materna e dal legame intimo con il suo Figlio. La Vergine Santa è la donna di fede, che ha fatto posto a Dio nel suo cuore, nei suoi progetti; è la credente capace di cogliere nel dono del Figlio l’avvento di quella «pienezza del tempo» (Gal 4,4) nella quale Dio, scegliendo l’umile via dell’esistenza umana, è entrato personalmente nel solco della storia della salvezza. Per questo non si può capire Gesù senza sua Madre.
Altrettanto inseparabili sono Cristo e la Chiesa, perché la Chiesa e Maria vanno sempre insieme e questo è proprio il mistero della donna nella comunità ecclesiale, e non si può capire la salvezza operata da Gesù senza considerare la maternità della Chiesa. Separare Gesù dalla Chiesa sarebbe voler introdurre una «dicotomia assurda», come scrisse il beato Paolo VI (cfr Esort. ap.Evangelii nuntiandi, 16). Non è possibile «amare il Cristo, ma non la Chiesa, ascoltare il Cristo, ma non la Chiesa, appartenere al Cristo, ma al di fuori della Chiesa» (Ibid.) Infatti è proprio la Chiesa, la grande famiglia di Dio, che ci porta Cristo. La nostra fede non è una dottrina astratta o una filosofia, ma è la relazione vitale e piena con una persona: Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio fattosi uomo, morto e risorto per salvarci e vivo in mezzo a noi. Dove lo possiamo incontrare? Lo incontriamo nella Chiesa, nella nostra Santa Madre Chiesa Gerarchica. È la Chiesa che dice oggi: “Ecco l’agnello di Dio”; è la Chiesa che lo annuncia; è nella Chiesa che Gesù continua a compiere i suoi gesti di grazia che sono i Sacramenti.
Questa azione e missione della Chiesa esprime la sua maternità. Infatti essa è come una madre che custodisce Gesù con tenerezza e lo dona a tutti con gioia e generosità. Nessuna manifestazione di Cristo, neanche la più mistica, può mai essere staccata dalla carne e dal sangue della Chiesa, dalla concretezza storica del Corpo di Cristo. Senza la Chiesa, Gesù Cristo finisce per ridursi a un’idea, a una morale, a un sentimento. Senza la Chiesa, il nostro rapporto con Cristo sarebbe in balia della nostra immaginazione, delle nostre interpretazioni, dei nostri umori.
Cari fratelli e sorelle! Gesù Cristo è la benedizione per ogni uomo e per l’intera umanità. La Chiesa, donandoci Gesù, ci offre la pienezza della benedizione del Signore. Proprio questa è la missione del popolo di Dio: irradiare su tutti popoli la benedizione di Dio incarnata in Gesù Cristo. E Maria, la prima e perfetta discepola di Gesù, la prima e perfetta credente, modello della Chiesa in cammino, è Colei che apre questa strada di maternità della Chiesa e ne sostiene sempre la missione materna rivolta a tutti gli uomini. La sua testimonianza discreta e materna cammina con la Chiesa fin dalle origini. Ella, Madre di Dio, è anche Madre della Chiesa e, per mezzo della Chiesa, è Madre di tutti gli uomini e di tutti i popoli.
Che questa Madre dolce e premurosa ci ottenga la benedizione del Signore per l’intera famiglia umana. In modo speciale oggi, Giornata Mondiale della Pace, invochiamo la sua intercessione perché il Signore doni pace a questi nostri giorni: pace nei cuori, pace nelle famiglie, pace tra le Nazioni. Quest’anno, in particolare, il messaggio per la Giornata della Pace è: «Non più schiavi, ma fratelli». Tutti siamo chiamati a essere liberi, tutti a essere figli e ciascuno secondo le proprie responsabilità, a lottare contro le moderne forme di schiavitù. Da ogni popolo, cultura e religione, uniamo le nostre forze. Ci guidi e ci sostenga Colui che, per renderci tutti fratelli, si è fatto nostro servo.
Guardiamo Maria, contempliamo la Santa Madre di Dio. E vorrei proporvi di salutarla insieme, come ha fatto quel coraggioso popolo di Efeso, che gridava davanti ai suoi pastori quando entravano in Chiesa: “Santa Madre di Dio!”. Che bel saluto per la nostra Madre… Dice una storia, non so se è vera, che alcuni, fra quella gente, avevano i bastoni in mano, forse per far capire ai Vescovi cosa sarebbe accaduto loro se non avessero avuto il coraggio di proclamare Maria “Madre di Dio”. Invito tutti voi, senza bastoni, ad alzarvi e per tre volte salutarla, in piedi, con questo saluto della primitiva Chiesa: “Santa Madre di Dio!”.

PAPA FRANCESCO
vatican.va


SANTA FAMIGLIA DI GESU', MARIA E GIUSEPPE

Incredibile! Gesù, la sorgente di vita, il Redentore, la luce dei non credenti, l’onore di Israele, è destinato ad essere un segno di contraddizione; egli che è chiamato a portare la redenzione dovrà, nello stesso tempo, essere la spina che provocherà la perdita di molti uomini. E colei che ha dato alla luce il Redentore, che ha unito in sé l’amore di Dio e quello dell’uomo, è destinata a sopportare il dolore della spada che trapassa il cuore!
Tutto ciò sembra strano, eppure è stato proprio così: l’incredibile è successo.
La profezia di Simeone si compie nella sua totalità nei secoli.
Il cuore di Maria ha conosciuto il dolore di sette spade che lo trapassavano quando lei tremava per la vita del Bambino durante la fuga in Egitto; quando lo vedeva sfinito, non compreso, umiliato nel suo apostolato; quando venne arrestato, processato, torturato, e quando lo accompagnò nella via della croce, vedendolo soffrire e morire sulla croce. Ancora oggi Maria continua a soffrire con noi quando pone il suo sguardo sulle nostre pene e sulle nostre sofferenze, continua a soffrire con noi che rischiamo, coi nostri peccati, di perderci.
È raro vedere un ritratto o una statua della Madonna sorridente, mentre quasi in ogni chiesa vediamo rappresentata Maria addolorata.
Gesù è venuto dai suoi, ma i suoi non l’hanno accolto (Gv 1,6); ha portato la luce, ma il mondo è rimasto nelle tenebre. Gesù cercava la redenzione di tutti, ma molti l’hanno respinto, hanno lottato contro di lui. Per costoro è divenuto un segno di condanna. Per questo è segno di divisione: ognuno di noi porta in cuore delle contraddizioni e si scontra con degli ostacoli per seguire Gesù. Dobbiamo imparare ad accogliere il suo amore.
Noi tutti abbiamo nostalgia dell’amore. Ma la nostalgia non basta. Occorre che i raggi dell’amore ci raggiungano e si infiammino per divenire un grande fuoco che ci scaldi e che ci dia il coraggio di vivere e di sacrificarci in nome di Cristo, affinché la Madre di Dio possa guardarci non più con le lacrime agli occhi, ma col sorriso.
 



NATALE DEL SIGNORE

“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”.
Soltanto la contemplazione può semplificare la nostra preghiera per arrivare a constatare la profondità della scena e del segno che ci è dato.
Una mangiatoia, un bambino, Maria in contemplazione, Giuseppe meditabondo: “Veramente tu sei un Dio misterioso!”. Il Padre, il solo che conosce il Figlio, ci conceda di riconoscerlo affinché l’amiamo e lo imitiamo.
Nessun apparato esteriore, nessuna considerazione, nel villaggio tutto è indifferente. Solo alcuni pastori, degli emarginati dalla società...
E tutto questo è voluto: “Egli ha scelto la povertà, la nudità.
Ha disprezzato la considerazione degli uomini, quella che proviene dalla ricchezza, dallo splendore, dalla condizione sociale”. Nessun apparato, nessuno splendore esteriore.
Eppure egli è il Verbo che si è fatto carne, la luce rivestita di un corpo. Egli si trova nel mondo che egli stesso continuamente crea, ma vi è nascosto. Perché vuole apparirci solo di nascosto?
Egli fino ad allora era, secondo l’espressione di Nicolas Cabasilas, un re in esilio, uno straniero senza città, ed eccolo che fa ritorno alla sua dimora. Perché la terra, prima di essere la terra degli uomini, è la terra di Dio. E, ritornando, ritrova questa terra creata da lui e per lui.
“Dio si è fatto portatore di carne perché l’uomo possa divenire portatore di Spirito”,
dice Atanasio di Alessandria.
“Il suo amore per me ha umiliato la sua grandezza.
Si è fatto simile a me perché io lo accolga.
Si è fatto simile a me perché io lo rivesta”
(Cantico di Salomone).
Per capire, io devo ascoltare lui che mi dice:
“Per toccarmi, lasciate i vostri bisturi...
Per vedermi, lasciate i vostri sistemi di televisione...
Per sentire le pulsazioni del divino nel mondo, non
prendete strumenti di precisione...
Per leggere le Scritture, lasciate la critica...
Per gustarmi, lasciate la vostra sensibilità...”
(Pierre Mounier).
Ma credete e adorate.
 


lunedì 3 novembre 2014

ANGELUS 2 Novembre - Commemorazione di Tutti i Defunti

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Ieri abbiamo celebrato la Solennità di tutti i Santi, e oggi la liturgia ci invita a commemorare i fedeli defunti. Queste due ricorrenze sono intimamente legate fra di loro, così come la gioia e le lacrime trovano in Gesù Cristo una sintesi che è fondamento della nostra fede e della nostra speranza. Da una parte, infatti, la Chiesa, pellegrina nella storia, si rallegra per l’intercessione dei Santi e dei Beati che la sostengono nella missione di annunciare il Vangelo; dall’altra, essa, come Gesù, condivide il pianto di chi soffre il distacco dalle persone care, e come Lui e grazie a Lui fa risuonare il ringraziamento al Padre che ci ha liberato dal dominio del peccato e della morte.
Tra ieri e oggi tanti fanno una visita al cimitero, che, come dice questa stessa parola, è il “luogo del riposo”, in attesa del risveglio finale. È bello pensare che sarà Gesù stesso a risvegliarci. Gesù stesso ha rivelato che la morte del corpo è come un sonno dal quale Lui ci risveglia. Con questa fede sostiamo – anche spiritualmente – presso le tombe dei nostri cari, di quanti ci hanno voluto bene e ci hanno fatto del bene. Ma oggi siamo chiamati a ricordare tutti, anche quelli che nessuno ricorda. Ricordiamo le vittime delle guerre e delle violenze; tanti “piccoli” del mondo schiacciati dalla fame e della miseria; ricordiamo gli anonimi che riposano nell’ossario comune. Ricordiamo i fratelli e le sorelle uccisi perché cristiani; e quanti hanno sacrificato la vita per servire gli altri. Affidiamo al Signore specialmente quanti ci hanno lasciato nel corso di quest’ultimo anno.
La tradizione della Chiesa ha sempre esortato a pregare per i defunti, in particolare offrendo per essi la Celebrazione eucaristica: essa è il miglior aiuto spirituale che noi possiamo dare alle loro anime, particolarmente a quelle più abbandonate. Il fondamento della preghiera di suffragio si trova nella comunione del Corpo Mistico. Come ribadisce il Concilio Vaticano II, «la Chiesa pellegrinante sulla terra, ben consapevole di questa comunione di tutto il Corpo Mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti» (Lumen gentium, 50).
Il ricordo dei defunti, la cura dei sepolcri e i suffragi sono testimonianza di fiduciosa speranza, radicata nella certezza che la morte non è l’ultima parola sulla sorte umana, poiché l’uomo è destinato ad una vita senza limiti, che ha la sua radice e il suo compimento in Dio. A Dio rivolgiamo questa preghiera: «Dio di infinita misericordia, affidiamo alla tua immensa bontà quanti hanno lasciato questo mondo per l’eternità, dove tu attendi l'intera umanità, redenta dal sangue prezioso di Cristo, tuo Figlio, morto in riscatto per i nostri peccati. Non guardare, Signore, alle tante povertà, miserie e debolezze umane, quando ci presenteremo davanti al tuo tribunale, per essere giudicati per la felicità o la condanna. Volgi su di noi il tuo sguardo pietoso, che nasce dalla tenerezza del tuo cuore, e aiutaci a camminare sulla strada di una completa purificazione. Nessuno dei tuoi figli vada perduto nel fuoco eterno dell’inferno, dove non ci può essere più pentimento. Ti affidiamo Signore le anime dei nostri cari, delle persone che sono morte senza il conforto sacramentale, o non hanno avuto modo di pentirsi nemmeno al temine della loro vita. Nessun abbia da temere di incontrare Te, dopo il pellegrinaggio terreno, nella speranza di essere accolto nelle braccia della tua infinita misericordia. Sorella morte corporale ci trovi vigilanti nella preghiera e carichi di ogni bene fatto nel corso della nostra breve o lunga esistenza. Signore, niente ci allontani da Te su questa terra, ma tutto e tutti ci sostengano nell'ardente desiderio di riposare serenamente ed eternamente in Te. Amen» (P. Antonio Rungi, passionista, Preghiera dei defunti).
Con questa fede nel destino supremo dell’uomo, ci rivolgiamo ora alla Madonna, che ha patito sotto la Croce il dramma della morte di Cristo ed ha partecipato poi alla gioia della sua risurrezione. Ci aiuti Lei, Porta del cielo, a comprendere sempre più il valore della preghiera di suffragio per i defunti. Loro ci sono vicini! Ci sostenga nel quotidiano pellegrinaggio sulla terra e ci aiuti a non perdere mai di vista la meta ultima della vita che è il Paradiso. E noi con questa speranza che non delude mai, andiamo avanti!

http://w2.vatican.va/content/vatican/it.html

domenica 2 novembre 2014

ANGELUS 1 Novembre - Solennità di Tutti i Santi

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
I primi due giorni del mese di Novembre costituiscono per tutti noi un momento intenso di fede, di preghiera e di riflessione sulle “cose ultime” della vita. Celebrando, infatti, tutti i Santi e commemorando tutti i fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra vive ed esprime nella Liturgia il vincolo spirituale che la unisce alla Chiesa del cielo. Oggi diamo lode a Dio per la schiera innumerevole dei santi e delle sante di tutti i tempi: uomini e donne comuni, semplici, a volte “ultimi” per il mondo, ma “primi” per Dio. Al tempo stesso già ricordiamo i nostri cari defunti visitando i cimiteri: è motivo di grande consolazione pensare che essi sono in compagnia della Vergine Maria, degli apostoli, dei martiri e di tutti i santi e le sante del Paradiso!
La solennità odierna ci aiuta così a considerare una verità fondamentale della fede cristiana, che noi professiamo nel “Credo”: lacomunione dei santi. Che cosa significa questo: la comunione dei santi? È la comunione che nasce dalla fede e unisce tutti coloro che appartengono a Cristo in forza del Battesimo. Si tratta di una unione spirituale - tutti siamo uniti! - che non viene spezzata dalla morte, ma prosegue nell’altra vita. In effetti sussiste un legame indistruttibile tra noi viventi in questo mondo e quanti hanno varcato la soglia della morte. Noi quaggiù sulla terra, insieme a coloro che sono entrati nell’eternità, formiamo una sola e grande famiglia. Si mantiene questa familiarità.
Questa meravigliosa comunione, questa meravigliosa unione comune tra terra e cielo si attua nel modo più alto ed intenso nella Liturgia, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, che esprime e realizza la più profonda unione tra i membri della Chiesa. Nell’Eucaristia, infatti, noi incontriamo Gesù vivo e la sua forza, e attraverso di Lui entriamo in comunione con i nostri fratelli nella fede: quelli che vivono con noi qui in terra e quelli che ci hanno preceduto nell’altra vita, la vita senza fine. Questa realtà ci colma di gioia: è bello avere tanti fratelli nella fede che camminano al nostro fianco, ci sostengono con il loro aiuto e insieme a noi percorrono la stessa strada verso il cielo. Ed è consolante sapere che ci sono altri fratelli che hanno già raggiunto il cielo, ci attendono e pregano per noi, affinché insieme possiamo contemplare in eterno il volto glorioso e misericordioso del Padre.
Nella grande assemblea dei Santi, Dio ha voluto riservare il primo posto alla Madre di Gesù. Maria è al centro della comunione dei santi, quale singolare custode del vincolo della Chiesa universale con Cristo, del vincolo della famiglia. Lei è la Madre, Lei è la Madre nostra, nostra Madre. Per chi vuole seguire Gesù sulla via del Vangelo, lei è la guida sicura, perché è la prima discepola. Lei è la Madre premurosa ed attenta, a cui confidare ogni desiderio e difficoltà.
Preghiamo insieme la Regina di tutti i Santi, perché ci aiuti a rispondere con generosità e fedeltà a Dio, che ci chiama ad essere santi come Egli è Santo (cfr Lv 19,2; Mt 5,48).


http://w2.vatican.va/content/vatican/it.html

1 Novembre - OGNISSANTI

Il giorno di tutti i Santi, noto anche come Ognissanti, è una festa cristiana che celebra insieme la gloria e l'onore di tutti iSanti (siano o non siano stati canonizzati).
La solennità del calendario liturgico romano (in latinoSollemnitas Omnium Sanctorum) cade il 1º novembre (seguita il 2 novembre dalla Commemorazione dei Defunti), ed è una festa di precetto, che prevedeva anche una vigilia e un'ottava nelcalendario anteriore alla riforma liturgica voluta dal concilio ecumenico Vaticano II.


Le commemorazioni dei martiri, comuni a diverse Chiese, cominciarono ad esser celebrate nel IV secolo. Le prime tracce di una celebrazione generale sono attestate ad Antiochia, e fanno riferimento alla Domenica successiva alla Pentecoste. Questa usanza viene citata anche nella settantaquattresima omelia di Giovanni Crisostomo (407) ed è preservata fino ad oggi dalle chiese orientali. Anche Efrem Siro (373) parla di tale festa, e la colloca il 13 maggio
La ricorrenza della chiesa occidentale potrebbe derivare dalla festa romana della dedicatio Sanctae Mariae ad Martyres, ovvero l'anniversario della trasformazione del Pantheon in chiesa dedicata alla Vergine e a tutti i martiri, avvenuta il 13 maggio del 609 o 610 da parte di papa Bonifacio IV;[2][3] la data del 13 maggio coincide con quella citata da Efrem Siro.
In seguito Papa Gregorio III (731-741) scelse il 1º novembre come data dell'anniversario della consacrazione di una cappella a San Pietro alle reliquie "dei santi apostoli e di tutti i santi, martiri e confessori, e di tutti i giusti resi perfetti che riposano in pace in tutto il mondo". Arrivati ai tempi di Carlo Magno, la festività di Ognissanti era diffusamente celebrata in novembre.
Il 1º novembre venne decretato festa di precetto da parte del re franco Luigi il Pio nell'835. Il decreto fu emesso "su richiesta di papa Gregorio IV e con il consenso di tutti i vescovi". La festa si dotò di ottava solenne ancora presente nel rito straordinario della Chiesa durante il pontificato di Papa Sisto IV della Rovere, quando, bandendo la crociata per la liberazione di Otranto nel settembre 1480, il pontefice implorò la benedizione dell'Altissimo sulle schiere cristiane.
L'antropologo James Frazer, osservando che, prima di diventare festa di precetto, Ognissanti veniva già festeggiato in Inghilterra (paese un tempo abitato dai celti) il 1º novembre, ipotizzò che tale data fosse stata scelta dalla Chiesa per creare una continuità cristiana con Samhain, l'antica festa celtica del nuovo anno (secondo le teorie dello storico Rhŷs), a seguito di richieste in tal senso provenienti dal mondo monastico irlandese. Questo studioso, insieme con altri, sostenne che, secondo le credenze celtiche, durante la festa del Samhain i morti avrebbero potuto ritornare nei luoghi che frequentavano mentre erano in vita, e che quel giorno celebrazioni gioiose venissero tenute in loro onore. Da questo punto di vista le antiche tribù celtiche erano un tutt'uno col loro passato ed il loro futuro. Questo aspetto della festa non sarebbe mai stato eliminato pienamente, nemmeno con l'avvento del Cristianesimo che infatti il 2 novembre celebra i defunti.
Lo storico inglese Ronald Hutton ha messo in discussione queste tesi, osservando come Ognissanti venisse celebrato da vari secoli (prima di essere festa di precetto), in date discordanti nei vari paesi: per la chiesa di Roma era il 13 maggio, in Irlanda (paese di cultura celtica) era il 20 aprile, mentre il 1º novembre era una data diffusa in Inghilterra e Germania (paesi di cultura germanica). Inoltre, sempre secondo Hutton, non ci sarebbero prove che Samhain avesse a che fare coi morti, e la Commemorazione dei defuntiiniziò a essere celebrata solo in seguito, nel 998.

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mercoledì 14 maggio 2014

Siete tutti invitati!!!!
Vi aspettiamo per vivere insieme una serata di musica e testimonianze attorno al fuoco e un pezzo di pizza!!!!
 
 
 
 

mercoledì 16 aprile 2014

Triduo Pasquale

Triduo Pasquale

Il centro del Mistero di Cristo e della Chiesa. Il Centro dell'Anno liturgico.

Presentazione

Ci avviciniamo al centro del Mistero, al Mistero della nostra salvezza. Vorremmo presentare alcune considerazioni che, forse ci aiuteranno a viverlo in modo più profondo, a chiarire ed approfondire alcuni aspetti teologici e rituali che celebriamo in questi giorni della Passione, della Morte/Sepoltura e della Gloriosa Risurrezione del Signore. 

Siamo figli della nostra epoca che spesso, invece di cercare le spiegazioni alle nostre domande spirituali nelle fonti antiche, nella chiesa antica, ci basiamo piuttosto su una certa religiosità, che qualche volta ha poco a che fare con lo spirito liturgico e tanto meno con la sana tradizione della Chiesa. Ecco che motivati da queste riflessioni abbiamo voluto ripresentare l’argomento del Triduo Sacro per capirne meglio la portata. 

Queste note non vogliono essere un lavoro scientifico, ma piuttosto una riflessione trasversale sul Mistero della nostra salvezza, racchiuso nelle celebrazioni, che la tradizione della Chiesa gelosamente ha conservato per venti secoli. 

Partiremo dal Giovedì santo per arrivare alla Veglia della Notte santa, anche se forse sarebbe più logico, dal punto di vista dello sviluppo storico, iniziare da questa celebrazione. Essa è infatti il centro al quale ruota non solo il Triduo della Pasqua ma tutto l’Anno liturgico.

Giovedì santo

Il giorno del Giovedì è uno dei giorni più difficili da diversi punti di vista. Nella storia non è mai appartenuto al Triduo. Nell’ultima riforma del Vaticano II è però entrato a farne parte, o meglio a esserne un’introduzione. Infatti il giovedì appartiene a due tempi liturgici. Innanzitutto è l’ultimo giorno della Quaresima, con esso finisce anche il digiuno quaresimale. Con esso però, o meglio con la Messa In Coena Domini, inizia anche il Triduo pasquale dei tre giorni «Passionis et Resurrectionis Domini», che si conclude con i secondi vespri della Domenica di Pasqua. Abbiamo dunque un triduo, con quattro momenti diversi, che nei libri liturgici non è molto esplicito. 

Un altro problema è legato alla Messa crismale abitualmente celebrata giovedì mattina. La celebrazione, anche se non appartiene al Triduo stesso è importante in quanto serve a consacrare gli oli necessari per il Sacramento dell’Iniziazione cristiana e dell’unzione degli infermi nella Veglia di Pasqua. 

Dalla storia abbiamo dedotto che questa celebrazione non è legata in modo fisso a quel giorno. Essa è segnata solo come l’ultima messa di Quaresima prima della celebrazione della Veglia. Infatti sia venerdì che sabato sono giorni aliturgici cioè senza la celebrazione di Eucaristia. Questa prassi viene ancora gelosamente custodita dalle diverse Chiese. Qui menzioniamo anche il digiuno intrapasquale di questi due giorni che non è più penitenziale, ma viene legato all’attesa della risurrezione o attesa escatologica di Cristo nella seconda venuta. I Padri hanno sottolineato anche un altro aspetto, quello cioè del vangelo: “Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno” (Mt 9,14-15). Dunque, mentre il Maestro non c’è più i discepoli digiunano fino alla festa di Pasqua. 

La Tradizione Romana fino al VII sec. conosce solo la celebrazione della riconciliazione dei penitenti. Non si trova nessun accenno alla celebrazione della Coena Domini in quanto solo nella Notte Santa si celebrerà, come suo culmine, la liturgia eucaristica, l’Eucaristia di Pasqua, di Cristo Risorto. Nelle altre Chiese abbiamo alcuni accenni di due messe (ad es. in Agostino). Un certo sviluppo avviene a partire dal VII sec. quando si celebreranno tre messe: la prima della riconciliazione dei penitenti, la seconda con la consacrazione degli oli, verso mezzogiorno, e la terza la sera. È interessante notare che sia la seconda che la terza Messa non avevano la Liturgia della parola, ma iniziavano con l’offerta. Il giovedì però abbiamo altri due riti che pian piano verranno sempre più considerati. Il primo è la lavanda dei piedi, il secondo, invece, la deposizione e l’adorazione eucaristica. 

Il primo proviene dalla Chiesa di Gerusalemme. Le prime testimonianze si hanno fin dal V sec. Inizialmente esprimeva il mandatum di Cristo: «affinché come ho fatto io, facciate anche voi.» (Gv 13,15) – non umiliazione dunque, ma prevalentemente l’amore e il servizio. Il gesto è molto accentuato nella tradizione monastica in riferimento all’accoglienza degli ospiti. Nella liturgia invece entra verso il VII sec. Il concilio di Toledo del 694 lo considera come semi-liturgico. Più tardi assume un significato diverso, quello cioè di umiliazione di Cristo. Ambrogio invece lo collega con il battesimo come gesto di purificazione del cristiano. Qualche studioso però, avanza l’ipostesi, che, specie nella tradizione giovannea, come sia gesto del battesimo stesso; ipotesi oggi poco sostenibile. Nella liturgia romana si presenta con l’arrivo del Pontificale Romano – Germanico, ma non inserito nella messa bensì nei vespri. 

Il secondo, e cioè la deposizione del Santissimo e l’adorazione è assai antico. Ne troviamo menzione ad es. nel Ordo Romanus Primus. Le specie consacrate rimanenti venivano conservate, dopo la celebrazione, in un cofanetto apposito nella sacrestia, ma senza particolari segni di onore. Il giorno della successiva celebrazione, venivano riportate al pontefice nel presbiterio. Ivi, dopo esser state da lui adorate per qualche momento, venivano usate per la comunione nella celebrazione stessa. L’adorazione eucaristica inizia verso XIII sec. quando Urbano IV estende a tutta la Chiesa la festa del Corpus Domini. Il tabernacolo provvisorio del Giovedì santo diventa allora un punto focale della devozione eucaristica. In questo contesto, con l’aggiunta di segni di tristezza ed emotività, il tabernacolo diventa il sepolcro, anche se non si è celebrata ancora la morte di Gesù. Sicuramente su ciò ha influito la perdita del tema della doppia traditio, cioè quella di Cristo nel sacramento, che si consegna alla Chiesa, e quella di Giuda che consegna Cristo alla morte. In questo senso forse sarebbe più facile vedere il collegamento con il mistero della Pasqua. Staccandolo dalla tradizione si rischia un eccessivo accento dell’adorazione, che falsa la celebrazione. 

I riti odierni del giovedì santo sono stati rivisti sia dalla prima riforma del 1955 che da quella del Vaticano II. La Chiesa vuole che la messa In coena domini sia concelebrata e con più solennità. I temi da richiamare all’attenzione dei fedeli sono: l’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio ministeriale, e il comandamento dell’amore fraterno. La colletta è stata sostituita. Quella precedente che parlava della traditio è cambiata con una di nuova composizione: Sacratissimam, Deus, frequentantibus Caenam…, che esprime meglio il senso della celebrazione. In questo senso sono state anche cambiate le letture. La 1Cor 11, 20-32 fu cambiata con un brano dell’Esodo (12,1-8.11-14) che contiene le prescrizioni per la pasqua ebraica. Segue il Salmo con il responsorio: “Che cosa renderò al Signore… alzerò il calice della salvezza”. Esso introduce la seconda lettura dalla 1Cor 11,23-26. La pericope del vangelo, invece, non è stata cambiata. Dopo l’omelia, pro opportunitate si procede alla lavanda dei piedi, che in confronto con l’Ordo precedente è stata semplificata. L’orazione sulle offerte è stata sostituita, come anche il prefazio: quello della Croce con uno nuovo dell’Eucaristia. Si conserva il canto Ubi caritas et amor, oggi proposto per la processione delle offerte. Così anche il canone con le parti proprie. Non si parla più dei salmi durante la comunione, che dovevano soddisfare l’obbligo del vespro. Esso semplicemente non si dice più. Dopo la celebrazione, il Santissimo sacramento viene portato processionalmente al tabernacolo provvisorio, dove si potrà svolgere un’adorazione protratta, ma le rubriche suggeriscono che questa sia fatta senza particolari solennità. Dopo la celebrazione si compie la spogliazione dell’altare. Non è più un rito particolare , ma tutto si svolge con semplicità.

Venerdì santo

L’odierna celebrazione del Venerdì ha i suoi albori probabilmente nella celebrazione della Chiesa di Gerusalemme, che era solita rievocare, con particolari riti, la passione di Cristo e ciò nei luoghi dove essa era realmente avvenuta. Le testimonianze di Egeria, probabilmente hanno influito sulla formazione di questa liturgia nelle Chiese di Roma. Dall’antichità questo giorno è stato aliturgico, cioè privo della celebrazione eucaristica. Il nucleo della celebrazione, come apprendiamo dall’Apologia di Giustino, è la celebrazione della Parola di Dio e, in modo particolare, la Passione secondo Giovanni. Gli Ordines ci offrono uno schema ben preciso: la prostrazione del vescovo con la preghiera silenziosa, una prima lettura seguita dal Tratto, e una seconda lettura, cui seguiva il canto della Passione. Concludevano la celebrazione le Orazioni solenni, che ri-elaborate, sono presenti nella nostra celebrazione. Esistevano anche altri schemi come quello, oggi adottato dal Messale: dopo la prostrazione viene proclamata la colletta che dà inizio alla Liturgia della Parola. Questa prosegue con le letture e la proclamazione della Passione secondo Giovanni, e concludersi con le solenni orazioni della Preghiera universale. 

Come abbiamo detto, la celebrazione romana ha subito l’influsso delle tradizioni orientali. Nel VIII-IX sec. i vescovi di Roma provenivano da quella tradizione. Portano con loro l’Adorazione della croce. Nell’Urbe si conservava un frammento del legno della Croce. Esso veniva portato in processione dalla basilica di Santa Croce al Laterano. La processione veniva guidata dal papa che, scalzo, a mo’ di vescovi orientali, portava il turibolo (uso sconosciuto nella tradizione romana) davanti alla reliquia della Santa Croce. Tutto probabilmente si svolgeva in silenzio, in quanto solo nel tardo VIII sec. abbiamo testimonianze del canto delle antifone: Ecce lignum crucis… o Crucem tuam adoramus… di origine bizantina, che accompagnavano l’adorazione della croce. Nel XII sec. entra nella liturgia romana, specie sotto l’influsso delle liturgie franco-germaniche, un altro fattore: la drammatizzazione. Abbiamo molti gesti come ad esempio la velazione – svelazione della croce fin ora sconosciuta, le processioni con le statue, con la figura di Cristo morto, ma anche la stessa celebrazione diventa molto più complessa. Un ruolo che agevola questa pietà popolare è l’incomprensione della liturgia da parte dei fedeli. 

Si è parlato già del carattere particolare del digiuno di questi giorni. In questo senso entra anche il digiuno eucaristico. “Il Signore è assente dal mondo, allora i discepoli digiunano”. C’è anche però un altro fattore. L’unico mistero di questi tre giorni culmina nella celebrazione della Veglia Pasquale, e in particolare nell’Eucaristia. “Bramiamo, dunque, il pane celeste della Risurrezione di Cristo”. Comunque per ciò che riguarda la comunione nell’arco dei secoli, gli usi sono stati diversi. Inizialmente come ci testimonia Ordo XXIII nella celebrazione del papa non ci si comunicava. “Chi vuole comunicarsi vada nelle altre chiese consumando da ciò che è stato conservato dalla celebrazione del giovedì”. Dal XIII secolo, però si comunica solo il pontefice. Il popolo, fino alla riforma del Vaticano II non poteva ricevere il pane eucaristico. 

Oggi la celebrazione del Venerdì non è stata molto cambiata nella struttura celebrativa. E’ stata introdotta la comunione dei fedeli, restituita dalla riforma del 1955, anche se forse sarebbe stato meglio rimanere nella prassi antica, rappresentata tra l’altro dalle tradizioni orientali o anche da quella ambrosiana. La celebrazione si svolge nel primo pomeriggio. Il sacerdote indossa le vesti rosse, simboleggianti la regalità di Cristo, e ciò dall’inizio della celebrazione. L’ingresso del celebrante, fatto senza nessun canto, prosegue con la prostrazione e la preghiera silenziosa. Successivamente, dall’ambone, viene proclamata una delle collette a scelta, di nuova composizione. Segue la liturgia della Parola. Le letture sono state cambiate, e con ciò è cambiata anche la visione teologica. La prima lettura dal profeta Osea viene sostituita da quella del Servo sofferente di Isaia. Anche la seconda, al posto della lettura dall’Esodo, oggi viene proclamata la lettera agli Ebrei, che vuole significare il sacrificio di Cristo. Il vangelo, per l’antica tradizione, è sempre quello di Giovanni. Si può fare una piccola omelia seguita dalle solenni orazioni che, alcune riviste, e altre cambiate, esprimono meglio la mentalità del nostro tempo. 

La seconda parte della celebrazione, l’adorazione della Croce, è stata semplificata. Il messale presenta due forme del rito. Per la comunione è stato abolito il Confiteor e l’assoluzione. Viene riportato sull’altare il Santissimo, senza solennità. Durante la comunione si può cantare un canto adatto, ma non più precisato. Alla fine, dalle tre orazioni è stata conservata una sola: Omnipotens sempiterne Deus… cui segue la preghiera super populum. L’assemblea si scioglie in silenzio. 

Riassumendo possiamo dire che questa celebrazione generalmente è un buon progetto celebrativo della Passione del Signore: La Liturgia della Parola proclama la passione. Le Invocazioni pregano la passione. La Venerazione della Croce adora la passione, e la Comunione ci fa comunicare con la passione. E’ stato un po’ criticato per motivo della comunione reintrodotta da Pio XII. Ci sono infatti molteplici modi della presenza di Cristo, e la comunione della Veglia è il culmine, cui tutto il cammino quaresimale conduce.

Sabato santo.

Sabato santo è il giorno del grande silenzio – perché – come dice un’antica omelia, “il Re dorme. La terra tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormono”. Le Chiese orientali celebrano la discesa di Cristo agli inferi. Egli, che rompe le porte dell’inferno, redime e libera i santi, che aspettavano da secoli la sua risurrezione. La chiesa romana, oltre all’Ufficio del mattino e della sera, non ha però mai istituito alcuna celebrazione del Cristo nel sepolcro. E’ la celebrazione silenziosa del tempo sospeso, del riposo, ma non del nulla-fare. Sabato mattina venivano convocati i catecumeni per la pubblica professione di fede. Questo giorno era segnato da un severo digiuno fino alla celebrazione della Veglia. 

Purtroppo, per causa della sempre più anticipata celebrazione della Veglia, fino al punto di celebrarla al mattino, si è perso il senso primitivo di questo giorno. Grazie alla riforma liturgica che riporta la Vigilia di pasqua alla sera, viene restituito al sabato santo il significato originario.

Vorrei menzionare qui l’uso in alcune chiese in modo particolare dell’Est europeo, di benedire i cibi per il primo pasto della domenica, proveniente forse dalle usanze franco-germaniche dell’VIII sec. Ancora oggi è molto sentito e partecipato anche se, forse, l’uso sarebbe da rivedere per motivi pastorali.

Domenica di Risurrezione

Veglia della Notte santa – la Madre di tutte le veglie. Così S. Agostino definisce questa celebrazione. Essa si colloca al cuore dell’Anno liturgico, al centro di ogni celebrazione. Ad essa si preparavano i nuovi cristiani, in essa speravano i peccatori, tutti potevano di nuovo attingere dalla mensa ai “cancelli celesti”. Essa rappresenta Totum pasquale sacramentum. Infatti in essa si celebrano non solo i fatti della risurrezione, ma anche quelli della passione di Cristo. 

Dalla comunità primitiva non abbiamo nessuna testimonianza della celebrazione della Pasqua in una domenica precisa. Infatti i cristiani celebravano la risurrezione del Signore ogni domenica, ogni settimana. Ben presto, però, si è iniziato a commemorare la resurrezione in un giorno particolare annuale. Già gli scritti del III sec. come ad es. Didascalia Apostolorum, ci danno la testimonianza di queste celebrazioni. Si insiste sul digiuno, di cui abbiamo già parlato, sul vegliare di tutta la notte nelle preghiere, nelle suppliche, con salmi e le letture fino alle tre della notte. 

La lettura della Parola è uno dei punti principali. Non è molto facile stabilire lo schema antico delle letture. Probabilmente le letture erano sei. Quasi sempre poi sono presenti la lettura dalla Genesi (creazione), il sacrificio di Abramo, il passaggio del Mar Rosso… 

La Veglia primitiva non ha accenni in proposito all’istituzione dell’Eucaristia. Nella tradizione romana però la lettura del passaggio del Mar Rosso viene interpretata in senso battesimale. Dunque nel VII sec. lo schema della celebrazione potrebbe essere questo: La lettura della Parola, La celebrazione del Battesimo, La celebrazione dell’Eucaristia. 

A questo, abbastanza presto, si aggiunge anche la Liturgia della Luce, che apre la celebrazione. Il rito probabilmente proviene dal “lucernario” di cui abbiamo diverse testimonianze. Già Egeria ci tramanda che a Gerusalemme nel IV sec. si accendevano la sera, con una certa ritualità, le candele. Probabilmente all’inizio, questo gesto era solo di tipo pratico, perché era buio. Anche il Gelasiano antico, che rappresenta la liturgia dei Titoli, ha l’Accensione della candela. Ciò non è però presente nelle celebrazioni papali, ma dal V-VI sec. diventa prassi per tutte le chiese, tranne quella del pontefice, che l’assume solo verso XI sec. Dal X sec. si aggiungono nel sud della Francia, i grani d’incenso che arrivano anche a Roma verso XI sec. 

Il canto che accompagna l’accensione della lampada è assai antico. Già Ippolito Romano ci presentava una preghiera di benedizione del cero durante la cena. Il canto del Exultet in diverse forme è testimoniato dal IV sec. 

Per ciò che riguarda il tempo della celebrazione abbiamo già fatto qualche accenno. Inizialmente e fino al V sec., era una celebrazione notturna che finiva all’alba. Ma dal VI sec. si sposta sempre più avanti. I motivi di questo cambiamento potrebbero essere i seguenti: i candidati al battesimo non sono più adulti ma bambini e non era facile farli vegliare di notte. Un altro motivo può essere quello del digiuno che poteva essere interrotto solo dopo la veglia. Nel IX sec. la celebrazione è già in crisi; si cerca allora di anticiparla, arrivando all’assurdo, con la disposizione del papa Pio V, che vietò la celebrazione della messa nel pomeriggio. Così tutta la celebrazione della veglia notturna finiva a mezzogiorno del sabato; ciò a scapito della molteplice simbologia di questa notte santa. Solo con la riforma del 1951, che anticipava quella vaticana, si ripristinava la celebrazione nelle ore notturne. 

Siccome tutti i riti finivano di sabato, la domenica rimaneva “vuota”. Anche Leone Magno ha ancora un sermone solo per la Veglia. Ma all’inizio del V sec. nasce un formulario anche per la messa della domenica di Pasqua. Il Gelasiano Antico ne è la testimonianza. 

Una piccola menzione deve esser fatta dei Vespri battesimali celebrati dal V sec. e descritti nell’Ordo XXVII dell’VIII sec. Scomparsi nel XIII sec. oggi suggeriti perché siano ripristinati. 

Oggi la celebrazione è stata ritoccata in diversi punti, ma soprattutto semplificata nei riti. Consta di quattro momenti fondamentali. 

1. La liturgia della luce 
2. La liturgia della Parola 
3. La liturgia battesimale 
4. La celebrazione eucaristica 

La liturgia della luce, essendo compiuta nelle ore notturne, ha ripristinato la sua simbologia. Il rito è stato semplificato con la possibilità di adattamenti ulteriori sia da parte del celebrante che dalle Conferenze Episcopali. Compiuta la benedizione del fuoco e del cero, l’assemblea fa rientro in chiesa con il triplice acclamazione del “Cristo – luce del mondo”. Degno di sottolineatura è il fatto della partecipazione dell’assemblea, sia nella risposta “Rendiamo grazie a Dio”, che nell’accensione delle loro candele; prima della riforma l’assemblea era quasi ignorata. Segue il canto dell’Exultet che oggi può essere cantato anche da un cantore. Alcune voci critiche hanno sottolineato l’”assenza” dello Spirito santo, alquanto importante nel senso del “fecondatore” dell’acqua battesimale. Forse sarebbe più opportuno anche collocarlo dopo la Liturgia della Parola come sintesi di essa. 

La Liturgia della Parola è stata arricchita con le orazioni “a scelta”, che rendono più facile la comprensione delle letture. Oggi abbiamo nove letture scelte dall’Antico e dal Nuovo testamento. Si può tralasciarne qualcuna, mai però quella dell’Esodo, cioè del passaggio del Mar Rosso. Nel varco dall’Antico al Nuovo si ha il canto del Gloria – canto pasquale per eccellenza - accompagnato dal suono delle campane. Quell’inno nell’Occidente fu riservato proprio alla Notte santa. A ciò si aggiungono diversi “Alleluia” che annunziano la gioia della Risurrezione del Signore. 

Alla Liturgia della Parola segue la Liturgia Battesimale. Il messale presenta due varianti: quando ci sono i battezzandi, oppure la sola benedizione dell’acqua lustrale. Qui vediamo una novità non indifferente: la rinnovazione delle promesse battesimali e l’aspersione dell’assemblea con l’acqua benedetta. I fedeli portano in mano la candela accesa col fuoco nuovo, che simboleggia l’attesa del Signore che ritorna alla fine dei tempi. E’ da sottolineare che i padri più che l’attesa della risurrezione vedono qui l’attesa escatologica. Parafrasando si potrebbe dire: “se vedete la prima alba celebrate l’Eucaristia. E’ segno che questa volta il Signore non verrà”. 

Si è voluto lasciare alla Veglia il senso battesimale. Pertanto se ci sono i candidati al battesimo qui ha il luogo la celebrazione del sacramento. 

Al termine la celebrazione prosegue con l’Eucaristia. Tutto il mondo cosmico è rinnovato dal Mistero Pasquale. I neo-battezzati per la prima volta si comunicano assieme con tutti i fedeli. Tutti partecipano al sacramento dell’altare, a cui l’intera preparazione quaresimale e il digiuno intra-pasquale hanno portato. 

Purtroppo dal punto di vista pastorale c’è ancora molto da fare, perché la Veglia sia riscoperta anche da parte dei fedeli. La Vigilia di Natale ad es., riesce abbastanza bene; tanto più dovrebbe essere celebrata questa, La Madre di tutte le veglie, unica nell’anno. Si dovrebbero forse, accentuare maggiormente gli elementi fondamentali di questa celebrazione: la Liturgia della Parola, la celebrazione dell’acqua e soprattutto la celebrazione dell’Eucaristia, che è il coronamento di esse. Quest’ultima rischia però di passare in secondo ordine, in quanto non comporta una propria originalità.




sabato 12 aprile 2014

Domenica delle Palme


Domenica delle Palme e della Passione. Inizia la Settimana Santa, la settimana delle settimane, nella quale la Chiesa celebra i misteri della salvezza portati a compimento da Cristo negli ultimi giorni della sua vita.

La liturgia di oggi inizia con il trionfo dell'ingresso a Gerusalemme e prosegue con il racconto della passione e morte di Gesù sul Calvario. Le palme e la croce, l'acclamazione "Osanna" e il grido "Crocifiggilo!". Perché questo accostamento? Gesù aveva solo annunciato che la croce è il prezzo da pagare per risorgere. È una motivazione, non la spiegazione. Che poi nella croce debba vedersi il disegno divino, diventa un puro atto di fede. E di questo mistero Gesù stesso portò tutto il peso nell'orto del Getsemani laddove si riscontrano quelli che i medici chiamano i "sintomi da panico": sudorazione di sangue, desiderio di fuggire, paura di morire, caduta a terra, angoscia.
La spiegazione è in un mistero ancora più profondo, l'amore di Dio. Un amore che portò Gesù laddove il suo cuore non lo avrebbe voluto portare ma quando capì, nell'orto degli ulivi, che l'amore gli chiedeva questo andare fino in fondo, "fino alla fine", non si tirò indietro, anche se sudava sangue. Ecco perché nel suo corpo squarciato si squarcia anche il velo del tempio che celava il volto di Dio. Guardando al crocifisso Giovanni dice: Dio è amore.

Questa Domenica ci presenta Gesù, ponendo la processione delle palme? che è il segno liturgico del trionfo del Signore? come introduzione al racconto della sua passione. "Dio non è venuto a spiegare la sofferenza: è venuto a riempirla della sua presenza", scriveva Paul Claudel. Solo se teniamo presente questo tesoro nascosto dentro il nostro soffrire e dentro il dolore del mondo, questo può acquistare significato.
Gesù non ci invia nel mondo come testimoni della croce, ma come testimoni della sua resurrezione, di un amore così grande? "fino alla fine"? da vincere ogni morte. Ci sono testimoni di questo tipo?

Così si legge nel testamento lasciato da padre Christian de Chenge, trappista, priore di Notre Dame d'Atlas, in Algeria, ucciso una decina di anni fa insieme con altri sei confratelli: "...evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno considerato con precipitazione un ingenuo o un idealista: «Ci dica adesso quel che pensa!». Ma queste persone devono sapere che la mia più lancinante curiosità verrà finalmente soddisfatta. Ecco che potrò, a Dio piacendo, immergere il mio sguardo in quello del Padre per contemplare con lui i suoi figli dell'Islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua Passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre quella di stabilire la comunione, ristabilire la rassomiglianza, giocando con le differenze. Questa vita perduta, totalmente mia, totalmente loro, rendo grazie a Dio che sembra averla voluta interamente per quella gioia, nonostante tutto e contro tutto... E anche te, amico dell'ultimo minuto, che non sapevi quel che facevi. Sì, anche per te voglio prevedere questo Grazie e questo Addio, con il volto tuo. E che sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piacerà a Dio, nostro Padre comune. Amen! Insciallah!".
Sembrano parole da un altro mondo. Sono solo pronunciate a due metri da terra. In cima ad una croce. La croce del Figlio, apice della più completa incomprensione e abbandono. "Se sei Figlio di Dio..." è la parola che risuona con maggiore insistenza durante tutta la passione, negando l'identità più profonda di Gesù. Il Vangelo di Matteo mostra che proprio nella morte di Gesù si compiono tutte le profezie e il Figlio si svela tale per il suo abbandono fiducioso nelle mani di Colui che non lo abbandona. Perciò la croce non è oscuramento, ma teofania, rivelazione del vero volto di Dio che è amore.