Pereto - Rocca di Botte

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domenica 31 marzo 2013

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA


OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Sabato Santo, 30 marzo 2013


Cari fratelli e sorelle!
1. Nel Vangelo di questa Notte luminosa della Vigilia Pasquale incontriamo per prime le donne che si recano al sepolcro di Gesù con gli aromi per ungere il suo corpo (cfr Lc 24,1-3). Vanno per compiere un gesto di compassione, di affetto, di amore, un gesto tradizionale verso una persona cara defunta, come ne facciamo anche noi. Avevano seguito Gesù, l’avevano ascoltato, si erano sentite comprese nella loro dignità e lo avevano accompagnato fino alla fine, sul Calvario, e al momento della deposizione dalla croce. Possiamo immaginare i loro sentimenti mentre vanno alla tomba: una certa tristezza, il dolore perché Gesù le aveva lasciate, era morto, la sua vicenda era terminata. Ora si ritornava alla vita di prima. Però nelle donne continuava l’amore, ed è l’amore verso Gesù che le aveva spinte a recarsi al sepolcro. Ma a questo punto avviene qualcosa di totalmente inaspettato, di nuovo, che sconvolge il loro cuore e i loro programmi e sconvolgerà la loro vita: vedono la pietra rimossa dal sepolcro, si avvicinano, e non trovano il corpo del Signore. E’ un fatto che le lascia perplesse, dubbiose, piene di domande: “Che cosa succede?”, “Che senso ha tutto questo?” (cfr Lc 24,4). Non capita forse anche a noi così quando qualcosa di veramente nuovo accade nel succedersi quotidiano dei fatti? Ci fermiamo, non comprendiamo, non sappiamo come affrontarlo. La novità spesso ci fa paura, anche la novità che Dio ci porta, la novità che Dio ci chiede. Siamo come gli Apostoli del Vangelo: spesso preferiamo tenere le nostre sicurezze, fermarci ad una tomba, al pensiero verso un defunto, che alla fine vive solo nel ricordo della storia come i grandi personaggi del passato. Abbiamo paura delle sorprese di Dio. Cari fratelli e sorelle, nella nostra vita abbiamo paura delle sorprese di Dio! Egli ci sorprende sempre! Il Signore è così.
Fratelli e sorelle, non chiudiamoci alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita! Siamo spesso stanchi, delusi, tristi, sentiamo il peso dei nostri peccati, pensiamo di non farcela. Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non rassegniamoci mai: non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c’è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui.
2. Ma torniamo al Vangelo, alle donne e facciamo un passo avanti. Trovano la tomba vuota, il corpo di Gesù non c’è, qualcosa di nuovo è avvenuto, ma tutto questo ancora non dice nulla di chiaro: suscita interrogativi, lascia perplessi, senza offrire una risposta. Ed ecco due uomini in abito sfolgorante, che dicono: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto» (Lc 24, 5-6). Quello che era un semplice gesto, un fatto, compiuto certo per amore - il recarsi al sepolcro – ora si trasforma in avvenimento, in un evento che cambia veramente la vita. Nulla rimane più come prima, non solo nella vita di quelle donne, ma anche nella nostra vita e nella nostra storia dell’umanità. Gesù non è un morto, è risorto, è il Vivente! Non è semplicemente tornato in vita, ma è la vita stessa, perché è il Figlio di Dio, che è il Vivente (cfr Nm 14,21-28; Dt 5,26; Gs 3,10). Gesù non è più nel passato, ma vive nel presente ed è proiettato verso il futuro, Gesù è l’«oggi» eterno di Dio. Così la novità di Dio si presenta davanti agli occhi delle donne, dei discepoli, di tutti noi: la vittoria sul peccato, sul male, sulla morte, su tutto ciò che opprime la vita e le dà un volto meno umano. E questo è un messaggio rivolto a me, a te, cara sorella, a te caro fratello. Quante volte abbiamo bisogno che l’Amore ci dica: perché cercate tra i morti colui che è vivo? I problemi, le preoccupazioni di tutti i giorni tendono a farci chiudere in noi stessi, nella tristezza, nell'amarezza … e lì sta la morte. Non cerchiamo lì Colui che è vivo!
Accetta allora che Gesù Risorto entri nella tua vita, accoglilo come amico, con fiducia: Lui è la vita! Se fino ad ora sei stato lontano da Lui, fa’ un piccolo passo: ti accoglierà a braccia aperte. Se sei indifferente, accetta di rischiare: non sarai deluso. Se ti sembra difficile seguirlo, non avere paura, affidati a Lui, stai sicuro che Lui ti è vicino, è con te e ti darà la pace che cerchi e la forza per vivere come Lui vuole.
3. C’è un ultimo semplice elemento che vorrei sottolineare nel Vangelo di questa luminosa Veglia Pasquale. Le donne si incontrano con la novità di Dio: Gesù è risorto, è il Vivente! Ma di fronte alla tomba vuota e ai due uomini in abito sfolgorante, la loro prima reazione è di timore: «tenevano il volto chinato a terra» - nota san Luca -, non avevano il coraggio neppure di guardare. Ma quando ascoltano l’annuncio della Risurrezione, l’accolgono con fede. E i due uomini in abito sfolgorante introducono un verbo fondamentale: ricordate. «Ricordatevi come vi parlò, quando era ancora in Galilea… Ed esse si ricordarono delle sue parole» (Lc 24,6.8). Questo è l’invito a fare memoria dell’incontro con Gesù, delle sue parole, dei suoi gesti, della sua vita; ed è proprio questo ricordare con amore l’esperienza con il Maestro che conduce le donne a superare ogni timore e a portare l’annuncio della Risurrezione agli Apostoli e a tutti gli altri (cfr Lc 24,9). Fare memoria di quello che Dio ha fatto e fa per me, per noi, fare memoria del cammino percorso; e questo spalanca il cuore alla speranza per il futuro. Impariamo a fare memoria di quello che Dio ha fatto nella nostra vita!
In questa Notte di luce, invocando l’intercessione della Vergine Maria, che custodiva ogni avvenimento nel suo cuore (cfr Lc 2,19.51), chiediamo che il Signore ci renda partecipi della sua Risurrezione: ci apra alla sua novità che trasforma, alle sorprese di Dio, tanto belle; ci renda uomini e donne capaci di fare memoria di ciò che Egli opera nella nostra storia personale e in quella del mondo; ci renda capaci di sentirlo come il Vivente, vivo ed operante in mezzo a noi; ci insegni, cari fratelli e sorelle, ogni giorno a non cercare tra i morti Colui che è vivo. Amen.


sabato 23 marzo 2013

Domenica delle Palme


Domenica 24 Marzo 2013: VI Domenica di Quaresima  
                          Domenica delle Palme


“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori”. Il canto del servo che oggi ascoltiamo nella prima lettura mette in relazione la forza di “presentare il dorso ai flagellatori”, e cioè di affrontare la violenza ingiusta senza opporvisi, all'ascolto di Dio. è a Dio che bisogna imparare a non opporre resistenza, prima che ai flagellatori. Perché è prima di tutto la proposta che Dio ti fa – quella di vivere un amore radicale, senza cedere mai alla violenza – a trovare dentro di noi una resistenza fortissima. Non è possibile che questa sia la volontà di Dio, non è possibile che Dio voglia che non rispondiamo al male e alla palese menzogna di una situazione ingiusta e inautentica. Le vittime innocenti, chi le vendica, se anche Dio non fa niente? È questa la grande domanda posta dal racconto della passione di Gesù che ascoltiamo oggi, ma è anche la domanda che sale nel cuore quando viviamo personalmente una situazione difficile, in cui sembrano vincere i prepotenti e i bugiardi, i violenti e gli arroganti. Eppure la volontà di Dio è quella che risplende nell'atteggiamento di Gesù, che tanti anni dopo la sua morte paolo descrivere in quel canto che ascoltiamo nella seconda lettura: “umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte”. Per obbedienza Gesù è giunto alla morte. Di nuovo il rapporto tra obbedienza a Dio e morte. Ma perché?
E le domande aumentano man mano che leggiamo il grande racconto della passione. Sin dall’inizio le parole di Gesù ai discepoli sono strane, enigmatiche: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra gli empi”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!». Che cosa vuol dire il Signore? Per lui è arrivato il momento della lotta. Si tratta di una lotta interiore, che avviene prima di tutto dentro di lui. Ma essa riguarderà anche i suoi discepoli, che dovranno fare i conti con un aspro combattimento interiore: davvero scegliere di ascoltare Dio, e di fare la sua volontà, porta sulla strada della croce, della non-violenza che accetta di rimanere disarmati e nudi mentre si fanno i conti con l’ingiustizia, la menzogna, la violenza? Occorre prepararsi, ed attrezzarsi, perché la lotta è dura. Le spade che gli sono presentate sono rifiutate, perchè proprio questo è in gioco: la sapienza divina che rifiuta la violenza anche di fronte alla violenza, e cerca un’altra strada di salvezza.E che Gesù si riferisse non alla spada di ferro, alle armi della fede e della preghiera si vede bene nel racconto dell’Orto degli Ulivi, prima dell’arresto: «Pregate, per non entrare in tentazione». È la preghiera l’arma che tiene lontani dalla tentazione. Di quale tentazione si tratta? Di quella di prendere le spade, appunto, cioè di rispondere alle contraddizioni e alla violenza delle situazioni della vita con altrettanta violenza, finendo solo per moltiplicare così il male. La preghiera è quella che ti mette nel cuore l’energia per contrapporti al male con il bene, e così seguire Gesù.«Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna» dirà Ponzio Pilato ai capi dei sacerdoti. Ecco: quando un uomo fa l’esperienza del male, e si mantiene innocente, senza motivi di condanna: questa è la volontà di Dio. la via di Gesù è la via dell’innocente che rimane tale anche perché decide di non rispondere al male che gli si infligge con il male che egli infligge agli altri.Alla fine si racconta delle donne che preparano aromi e oli profumati. Quella preparazione sarà inutile, perché esse non troveranno più il corpo di Gesù nel sepolcro. Risvegliandolo dalla morte, Dio metterà il suo sigillo sulla vicenda di questo innocente, che non ha nessun motivo per essere condannato, e che sceglie di percorrere fino in fondo la strada della mitezza e della non violenza, accettando persino di essere ucciso, pur di non diventare vendicativo, cattivo, ingiusto. Dio, facendolo risorgere, dirà a tutti: questo è davvero la vita umana come la voglio io, questo è l’Adamo uscito dalle mie mani all’inizio, l’innocente che lotta per rimanere innocente, anche di fronte all’esperienza del male. Ma arrivare a scegliere di vivere così, come Gesù, secondo la volontà di Dio, nell’amore, non è semplice, né spontaneo. È frutto di una lotta, che inizia dallo scegliere di obbedire alla Parola di Dio, di ascoltarla, di metterla in pratica anche nelle situazioni difficili e dolorose.


a cura di Gianni Caliandro www.omelie.org



sabato 16 marzo 2013

V Domenica di Quaresima

Domenica 17 Marzo 2013: V Domenica di Quaresima


In questa nostra riflessione raccogliamo un po' liberamente tre “schegge” tratte dai vari testi biblici della liturgia.


Iniziamo subito con la prima lettura che offre un brano del cosiddetto “Secondo Isaia” (43,16-21) (…) Egli canta il ritorno degli Ebrei dall'esilio di Babilonia come un “secondo esodo”, cioè come la rievocazione del grandioso passaggio del mare: ora è, invece, il deserto a essere valicato (…) La frase che scegliamo è questa: <<Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia>>. (…) La conversione è proprio in questo taglio netto col passato e nell'incamminarsi sulla nuova via. (...)


Dalla seconda lettura, lo scritto di Paolo ai Filippesi (3,8-14), estraiamo questa considerazione: <<Dimentico il passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivar al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù>>. L'immagine è la stessa del testo isaiano: passato e futuro sono posti in antitesi e l'appello è ad intraprendere una corsa per raggiungere il nuovo orizzonte che sta di fronte a noi. (...)
Per il profeta si trattava della terra dei padri da rioccupare abitare. Per Paolo è, invece, la patria definitiva che ha per capitale la Gerusalemme celeste. Il cristiano, infatti , non ha <<quaggiù una città stabile ma cerca quella futura>> (Eb 13,14). Il suo sguardo è proteso verso l'incontro perfetto col Cristo, verso la vita divina: <<la vostra fede e la vostra speranza sono fisse in Dio>>.


Giungiamo, così, al testo evangelico, un racconto celebre incastonato nel Vangelo di Giovanni (8,1-11) ma certamente di origine diversa (…)
E', infatti, la celebrazione della misericordia e del perdono nei confronti di una peccatrice. Noi mettiamo l'accento sulla finale: <<Và, e d'ora in poi non peccare più>>. Anche in questo abbiamo un contrasto tra passato e futuro. La donna ha alle spalle una vicenda di adulterio, il trauma della flagranza, il rischio appena evitato della morte per lapidazione. Gesù le offre una mano per riuscire dal baratro e protendersi verso il futuro della purezza, della vita nuova, dell'amore fedele. E per la donna si apre davanti un nuovo percorso sul quale s'avvia, accompagnata dalla salvezza che il Cristo le ha offerto.
La conversione, il tema tipico quaresimale, è per tutta la Bibbia un mutamento di rotta, uno stacco dal passato tenebroso, una lacerazione con una storia precedente di peccato. (…)
Certo, la paura del nuovo è sempre in agguato, come si dice nella Bottega dell'orefice, il dramma giovanile di K.Woytila, il futuro Giovanni Paolo II: <<Non c'è speranza senza paura e paura senza speranza>>. Ma sulla strada della conversione noi non saremo mai soli: <<Non temere perchè io sono con te per proteggerti!>> (Ger 1, 8)

Riflessioni tratte dal libro "SECONDO LE SCRITTURE" di Gianfranco Ravasi - Piemme

giovedì 14 marzo 2013

SANTA MESSA CON I CARDINALI


SANTA MESSA CON I CARDINALI
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Cappella Sistina
Giovedì, 14 marzo 2013

In queste tre Letture vedo che c’è qualcosa di comune: è il movimento. Nella Prima Lettura il movimento nel cammino; nella Seconda Lettura, il movimento nell’edificazione della Chiesa; nella terza, nel Vangelo, il movimento nella confessione. Camminare, edificare, confessare.
Camminare. «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). Questa è la prima cosa che Dio ha detto ad Abramo: Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile. Camminare: la nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa.
Edificare. Edificare la Chiesa. Si parla di pietre: le pietre hanno consistenza; ma pietre vive, pietre unte dallo Spirito Santo. Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra angolare che è lo stesso Signore. Ecco un altro movimento della nostra vita: edificare.
Terzo, confessare. Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore. Quando non si cammina, ci si ferma. Quando non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia, tutto viene giù, è senza consistenza. Quando non si confessa Gesù Cristo, mi sovviene la frase di Léon Bloy: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo”. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio.
Camminare, edificare-costruire, confessare. Ma la cosa non è così facile, perché nel camminare, nel costruire, nel confessare, a volte ci sono scosse, ci sono movimenti che non sono proprio movimenti del cammino: sono movimenti che ci tirano indietro.
Questo Vangelo prosegue con una situazione speciale. Lo stesso Pietro che ha confessato Gesù Cristo, gli dice: Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo. Io ti seguo, ma non parliamo di Croce. Questo non c’entra. Ti seguo con altre possibilità, senza la Croce. Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore.
Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti.
Io auguro a tutti noi che lo Spirito Santo, per la preghiera della Madonna, nostra Madre, ci conceda questa grazia: camminare, edificare, confessare Gesù Cristo Crocifisso. Così sia. 

www.vatican.va

mercoledì 13 marzo 2013

HABEMUS PAPAM

HABEMUS PAPAM

 

"Fratelli e sorelle buonasera, voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui". Sono le prime parole pronunciate dal nuovo papa Francesco affacciatosi alla finestra della Santa Sede.


Citta' del Vaticano, (Zenit.org)

Il nuovo Sommo Pontefice, Francesco I, si è affacciato questa sera alle ore 20.22 alla Loggia esterna della Benedizione della Basilica Vaticana per salutare il popolo e impartire la sua prima Benedizione Apostolica "Urbi et Orbi".

Prima della Benedizione il nuovo Vescovo di Roma ha rivolto ai fedeli le seguenti parole.
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Fratelli e sorelle, buonasera!
Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca.
[Il Papa recita insieme ai fedeli presenti in Piazza San Pietro il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Gloria al Padre]
E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!
E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.
[…]
Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
[Benedizione]
Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!

[© Copyright 2013 - Libreria Editrice Vaticana]




venerdì 8 marzo 2013

IV Domenica di Quaresima

Domenica 10 Marzo 2013: IV Domenica di Quaresima


Nella prima lettura il prima è costituito dalla schiavitù in Egitto, segnato dall’umiliazione, dalla sofferenza, dalla mancanza di libertà. A queste ha fatto seguito il duro cammino di purificazione nel deserto, che ha preparato i cuori a un popolo nuovo.
Ad Israele, che porta il fardello di questo passato, Dio dice: “Oggi ho allontanato da voi l’infamia d’Egitto”. Si tratta di una denotazione temporale puntuale, è l’adempimento di una promessa.
L’esperienza dell’inizio di una vita nuova è accompagnata dalla celebrazione della Pasqua, per la prima volta in condizione di uomini liberi. La novità viene celebrata con un rito, alla presenza del Signore.
Il dopo di Israele, la nuova condizione di libertà, inizia il giorno dopo: “Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della regione”.



Lo stesso dinamismo compare nella seconda lettura.
San Paolo esclama: “Le cose vecchie sono passate!”. È come se dicesse: “Il prima è passato!”. Non esiste più, non dobbiamo più guardare ad esso. Paolo può esclamare ciò proprio perché, personalmente, ha fatto questa esperienza: da persecutore della Chiesa è stato perdonato e rigenerato a vita nuova.
L’oggi è segnato da un invito ad accogliere gratuitamente l’amore di Dio. Come il Padre è libero nel donare, il Figlio è libero nell’accogliere, lo Spirito è libero nella comunione, così i cristiani devono essere liberi nell’accettare la novità di Dio: “Lasciatevi riconciliare con Dio!”.
In queste parole, che riguardano l’oggi del cristiano, c’è quasi una passività.
Cosa devo fare?
Devi lasciarti amare. Devi permettere a Dio che ti riconcili con Lui.
Il dopo, il futuro di cui parla la seconda lettura è l’invio nel mondo di ambasciatori di vita nuova, persone che parlano “come se Dio stesso parlasse per mezzo di noi”, invitando i popoli ad accogliere l’amore rigenerante di Dio.




Al centro della liturgia è posto oggi quel capolavoro del Vangelo di Luca che è la parabola del figlio prodigo o, meglio del padre prodigo d'amore, stupenda rappresentazione dell'itinerario di un'esistenza prima bruciata nel peccato poi ricostruita nella conversione e infine approdata alla pace e alla gioia.

La parabola nel suo centro tematico non è la storia di una crisi ma la storia di un “ritorno”, cioè la soluzione di un dramma interiore. Il noto verbo biblico della conversione – l'ebraico shùb, <<ritornare>> , che nei vangeli diventa il greco metanoein, <<cambiare mentalità>> - indica appunto un'inversione di rotta che fa il pastore beduino che nel deserto s'accorge di battere un pista che porta lontano dall'acqua, dall'oasi. O come la nave che segue una rotta fuori della mappa che la guida.

Appena si profila all'orizzonte la figura del figlio, il padre gli corre incontro per abbracciarlo. Come dicono le sue prime parole al figlio, è una morte che si trasforma in vita, è uno smarrimento che diventa ritrovamento gioioso. Nella fatica che ogni conversione c'è, quindi, la certezza di non essere mai soli, di non correre il rischio di trovare alla fine una porta sbarrata o un padre che è solo giudice implacabile e senza misericordia. Anzi, quel padre, come ha detto Gesù in un altra parabola, è pronto a mettersi a servizio del figlio facendolo sedere a mensa (Lc 12,37).

giungiamo così, all'ultimo quadro della narrazione, al cui centro appara la figura del fratello maggiore, tipica rappresentazione del benpensante che, soddisfatto della sua conclamata onestà, diventa un freddo ed impietoso giudice del fratello. 

Riflessioni tratte dal libro "SECONDO LE SCRITTURE" diGianfranco Ravasi - Piemme

sabato 2 marzo 2013

III Domenica di Quaresima


Domenica 03 Marzo 2013: III Domenica di Quaresima


Nel lezionario odierno, potremmo tentare di trovare un filo unificatore sulla base di un grande segno umano e religioso, quello del dialogo. All'interno di un dialogo corre una specie di nervatura che comprende alcune componenti fondamentali. C'è una persona che apre il discorso, interpellando un'altra persona; l'interpellato può reagire negativamente ed allora il dialogo si spezza oppure accettare la proposta ed allora il dialogo fiorisce e puàò trasformarsi in scoperta, in approfondimento, in amicizia, in comunione, in amore.


I lettura: (Es 3,1-8.13-15)

Il celbre brano del c.3 dell'Esodo è per eccellenza la rappresentazione dell'inizio assoluto del dialogo tra Dio e l'uomo: Dio, infatti, si presenta all'improvviso all'orizzonte della vita dell'esule Mosè egli rivela il suo nome segreto. E' la prima e fondamentale battuta del dialogo della rivelazione ed è anche uno dei doni più alti di Dio all'uomo. (...) La conoscenza del nome di una persona comporta una specie di potere sull'essere in questione di cui si viene a conoscere l'essenza e l'energia.


II lettura: (1 Cor 10,1-6.10-12)

L'Apostolo introduce la prima storia nel contesto della sua evocazione dell'Esodo di Israele dall'Egitto. Siamo nel deserto; in Israele pellegrino verso la terra della promessa divina e della libertà si incunea il tarlo della frustrazione, della disperazione, della ribellione. E' ciò che la Bibbia chiama con un verbo curioso, <<mormorare>>: è un modo per indicare l'incredulità, il sospetto nei confronti di Dio e della sua capacità di salvare.


Vangelo (Lc 13,1-9)

La parabola di Gesù ricorre, invece, al simbolo dei frutti assenti in una albero inutilmete frondoso. E' la storia di una aridità interiore che non è scossa neppure dalla voce di Dio. (...) Al centro della cronaca ci sono due episodi di "nera": una repressione brutale dalla polizia romana all'interno del Tempio e la traggedia delle 18 vittime sotto il crollo della torre di Siloe. Gesù non vuole allineasi con quelli che amano vedere nelle disgrazie il dito di Dio giudice. (...) La loro vicenda ha, vinvece, un significato proprio per noi rimsti in vita e spettatori: la storia è breve e può essere spesso spezzata all'improvviso; non si possono lasciar cadere nel vuoto gli appelli del dialogo che Dio intesse con noi.
Alla cronaca si accosta la parbola nella quale è decisivo il dialogo tra il padrone della vigna e il contadino. Tra il Padre (il Padrone) e il Figlio (il contadino) si instaura un rapposto di intercessione per l'umanità arida e indifferente (il fico). Il Cristo tenta, quindi di annodare i fili di un dialogo che l'uomo ignora o lascia anche spegnere.
Ma Cristo non vuole che il lavoro dei "tre anni" del suo ministero sia inutile e supplica il Padre di attendere ancora un anno perchè finalmente questo albero, che è l'umanità, riesca a sbocciare, a fiorire, a fruttificare in una risposta d'amore e di giustizia


Riflessioni tratte dal libro "SECONDO LE SCRITTURE" diGianfranco Ravasi - Piemme

mercoledì 27 febbraio 2013

UDIENZA GENERALE


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 27 febbraio 2013


Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato!
Distinte Autorità!
Cari fratelli e sorelle!

Vi ringrazio di essere venuti così numerosi a questa mia ultima Udienza generale.

Grazie di cuore! Sono veramente commosso! E vedo la Chiesa viva! E penso che dobbiamo anche dire un grazie al Creatore per il tempo bello che ci dona adesso ancora nell’inverno.

Come l’apostolo Paolo nel testo biblico che abbiamo ascoltato, anch’io sento nel mio cuore di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo. In questo momento il mio animo si allarga ed abbraccia tutta la Chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le «notizie» che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola realmente nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo.

Sento di portare tutti nella preghiera, in un presente che è quello di Dio, dove raccolgo ogni incontro, ogni viaggio, ogni visita pastorale. Tutto e tutti raccolgo nella preghiera per affidarli al Signore: perché abbiamo piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, e perché possiamo comportarci in maniera degna di Lui, del suo amore, portando frutto in ogni opera buona (cfr Col 1,9-10).

In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia.

Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto la ferma certezza che mi ha sempre accompagnato: questa certezza della vita della Chiesa dalla Parola di Dio. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie debolezze. E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore.

Siamo nell’Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano. Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano. In una bella preghiera da recitarsi quotidianamente al mattino si dice: «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano…». Sì, siamo contenti per il dono della fede; è il bene più prezioso, che nessuno ci può togliere! Ringraziamo il Signore di questo ogni giorno, con la preghiera e con una vita cristiana coerente. Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!

Ma non è solamente Dio che voglio ringraziare in questo momento. Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è la sua prima responsabilità. Io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino; il Signore mi ha messo accanto tante persone che, con generosità e amore a Dio e alla Chiesa, mi hanno aiutato e mi sono state vicine. Anzitutto voi, cari Fratelli Cardinali: la vostra saggezza, i vostri consigli, la vostra amicizia sono stati per me preziosi; i miei Collaboratori, ad iniziare dal mio Segretario di Stato che mi ha accompagnato con fedeltà in questi anni; la Segreteria di Stato e l’intera Curia Romana, come pure tutti coloro che, nei vari settori, prestano il loro servizio alla Santa Sede: sono tanti volti che non emergono, rimangono nell’ombra, ma proprio nel silenzio, nella dedizione quotidiana, con spirito di fede e umiltà sono stati per me un sostegno sicuro e affidabile. Un pensiero speciale alla Chiesa di Roma, la mia Diocesi! Non posso dimenticare i Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, le persone consacrate e l’intero Popolo di Dio: nelle visite pastorali, negli incontri, nelle udienze, nei viaggi, ho sempre percepito grande attenzione e profondo affetto; ma anch’io ho voluto bene a tutti e a ciascuno, senza distinzioni, con quella carità pastorale che è il cuore di ogni Pastore, soprattutto del Vescovo di Roma, del Successore dell’Apostolo Pietro. Ogni giorno ho portato ciascuno di voi nella preghiera, con il cuore di padre.

Vorrei che il mio saluto e il mio ringraziamento giungesse poi a tutti: il cuore di un Papa si allarga al mondo intero. E vorrei esprimere la mia gratitudine al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, che rende presente la grande famiglia delle Nazioni. Qui penso anche a tutti coloro che lavorano per una buona comunicazione e che ringrazio per il loro importante servizio.

A questo punto vorrei ringraziare di vero cuore anche tutte le numerose persone in tutto il mondo, che nelle ultime settimane mi hanno inviato segni commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui. E’ vero che ricevo lettere dai grandi del mondo – dai Capi di Stato, dai Capi religiosi, dai rappresentanti del mondo della cultura eccetera. Ma ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che mi scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella Chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi!

In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi.

Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona. Prima ho detto che molte persone che amano il Signore amano anche il Successore di san Pietro e sono affezionate a lui; che il Papa ha veramente fratelli e sorelle, figli e figlie in tutto il mondo, e che si sente al sicuro nell’abbraccio della vostra comunione; perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui.

Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio.

Ringrazio tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui avete accolto questa decisione così importante. Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre. Vi chiedo di ricordarmi davanti a Dio, e soprattutto di pregare per i Cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo Successore dell’Apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito.

Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria Madre di Dio e della Chiesa perché accompagni ciascuno di noi e l’intera comunità ecclesiale; a Lei ci affidiamo, con profonda fiducia.

Cari amici! Dio guida la sua Chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della Chiesa e del mondo. Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore. Grazie!


Rivolgo un cordiale benvenuto a tutti i pellegrini di lingua italiana. Grazie per il vostro affetto e amore. Grazie! Cari amici, grazie per questi otto anni tra di voi e vi ringrazio per la vostra partecipazione così numerosa a questo incontro, come pure per il vostro affetto e per la gioia della vostra fede. Sono sentimenti che ricambio cordialmente, assicurando la mia preghiera per voi qui presenti, per le vostre famiglie, per le persone a voi care, per la cara Italia e Roma.
Il mio pensiero si rivolge, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Il Signore riempia del suo amore il cuore di ciascuno di voi, cari giovani, perché siate pronti a seguirlo con entusiasmo; sostenga voi, cari malati, perché accettiate con serenità il peso della sofferenza; e guidi voi, cari sposi novelli, perché facciate crescere le vostre famiglie nella santità.

fonti: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2013/documents/hf_ben-xvi_aud_20130227_it.html

sabato 23 febbraio 2013

II Domenica di Quaresima anno C



Domenica 24 Febbraio 2013: II Domenica di Quaresima anno C

Le tre trasfigurazioni secondo Ravasi

"Le tre trasfigurazioni, quella di Dio, del Figlio e dell'uomo, si uniscono nello stesso significato: Dio e uomo si incontrano, Dio si rivela e si curva sull'uomo per attirarlo a sé in un abbraccio d'Amore."
Prima trasfigurazione:

Dio affida il suo rivelarsi al segno del fuoco che evoca la luce, una realtà che è al di fuori di noi ma che ci attraversa e ci specifica. L'uomo, invece, prepara questo incontro attraverso un rito arcaico, quello degli animali divisi.(...) Ma in quella notte, in mezzo agli animali squartati da Abramo passa soltanto "il forno fumante, la fiaccola ardente". (...) E' questa la rivelazione di Dio stesso che si rivela all'uomo come suo alleato, come salvatore potente, come sorgente della promessa, cioè della speranza. E' lui che si impegna per primo e senza attendere risposta dall'uomo. E' lui che si mette sulla strada dell'uomo svelandogli il suo amore. E l'uomo deve solo offrire la sua fede, cioè l'accoglienza libera e gioiosa del dono che Dio gli presenta: "Abramo credette al Signore..."

Seconda trasfigurazione:

Ha per protagonista Gesù di Nazareth, giunto a metà del suo ministero pubblico. (...) Appare, quindi, il mistero che Gesù di Nazareth nasconde sotto i lineamenti di un uomo che cammina per le strade della Palestina. E' come se si sollevasse un velo e dietro i lembi dell'umanità di Gesù sfolgorasse la divinità. Per ora è solo un bagliore; Gesù scenderà il monte, ritornerà nella pianura del quotidiano ove lo stanno attendendo uomini sofferenti e peccatori ma anche avversari implacabili. Tuttavia il suo mistero è ormai affiorato per una prima volta agli occhi dei discepoli. (...) La trasfigurazione del monte è la rivelazione della presenza perfetta di Dio in mezzo agli uomini, anzi, nella carne dell'uomo Gesù di Nazareth.

Terza trasfigurazione:

Quella del cristiano. Essa è disegnata da Paolo nella lettera ai Cristiani di Filippi, la prima comunità ecclesiale europea. Scrive l'Apostolo "Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso". (...) La miseria della nostra mortalità, la fragilità di questo corpo, simile all'<<erba che germoglia al mattino, fiorisce, germoglia e alla sera è falciata>>, la debolezza creaturale sono destinate a essere <<trasfigurate>> perchè Cristo, entrando nella nostra carne, nel nostro tempo e nel nostro spazio, vi ha deposto un seme di eterno e di infinito, destinato a crescere e sbocciare.

Riflessione tratta dal libro" SECONDO LE SCRITTURE" di Gianfranco Ravasi - Piemme

sabato 16 febbraio 2013

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2013

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

BENEDETTO XVI

PER LA QUARESIMA 2013


Credere nella carità suscita carità 
«Abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16)



Cari fratelli e sorelle,la celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno della fede, ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore, che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri.
1. La fede come risposta all'amore di Dio.
Già nella mia prima Enciclica ho offerto qualche elemento per cogliere lo stretto legame tra queste due virtù teologali, la fede e la carità. Partendo dalla fondamentale affermazione dell’apostolo Giovanni: «Abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16), ricordavo che «all'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva... Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,10), l'amore adesso non è più solo un ”comandamento”, ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro» (Deus caritas est, 1). La fede costituisce quella personale adesione – che include tutte le nostre facoltà – alla rivelazione dell'amore gratuito e «appassionato» che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo. L’incontro con Dio Amore che chiama in causa non solo il cuore, ma anche l’intelletto: «Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l'amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell'atto totalizzante dell'amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l'amore non è mai “concluso” e completato» (ibid., 17). Da qui deriva per tutti i cristiani e, in particolare, per gli «operatori della carità», la necessità della fede, di quell'«incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l'amore e apra il loro animo all'altro, così che per loro l'amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall'esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell'amore» (ibid., 31a). Il cristiano è una persona conquistata dall’amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore - «caritas Christi urget nos» (2 Cor 5,14) –, è aperto in modo profondo e concreto all'amore per il prossimo (cfr ibid., 33). Tale atteggiamento nasce anzitutto dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio.
«La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! ... La fede, che prende coscienza dell'amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l'amore. Esso è la luce – in fondo l'unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire» (ibid., 39). Tutto ciò ci fa capire come il principale atteggiamento distintivo dei cristiani sia proprio «l'amore fondato sulla fede e da essa plasmato» (ibid., 7).
2. La carità come vita nella fede
Tutta la vita cristiana è un rispondere all'amore di Dio. La prima risposta è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un’inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E il «sì» della fede segna l’inizio di una luminosa storia di amicizia con il Signore, che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza. Dio però non si accontenta che noi accogliamo il suo amore gratuito. Egli non si limita ad amarci, ma vuole attiraci a Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (cfr Gal 2,20).
Quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità. Aprirci al suo amore significa lasciare che Egli viva in noi e ci porti ad amare con Lui, in Lui e come Lui; solo allora la nostra fede diventa veramente «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) ed Egli prende dimora in noi (cfr 1 Gv 4,12).
La fede è conoscere la verità e aderirvi (cfr 1 Tm 2,4); la carità è «camminare» nella verità (cfr Ef 4,15). Con la fede si entra nell'amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia (cfr Gv 15,14s). La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica (cfr Gv 13,13-17). Nella fede siamo generati come figli di Dio (cfr Gv 1,12s); la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22). La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare (cfr Mt 25,14-30).
3. L'indissolubile intreccio tra fede e carità
Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non possiamo mai separare o, addirittura, opporre fede e carità. Queste due virtù teologali sono intimamente unite ed è fuorviante vedere tra di esse un contrasto o una «dialettica». Da un lato, infatti, è limitante l'atteggiamento di chi mette in modo così forte l'accento sulla priorità e la decisività della fede da sottovalutare e quasi disprezzare le concrete opere della carità e ridurre questa a generico umanitarismo. Dall’altro, però, è altrettanto limitante sostenere un’esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall'attivismo moralista.
L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l'amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo come lo zelo degli Apostoli per l’annuncio del Vangelo che suscita la fede è strettamente legato alla premura caritatevole riguardo al servizio verso i poveri (cfr At 6,1-4). Nella Chiesa, contemplazione e azione, simboleggiate in certo qual modo dalle figure evangeliche delle sorelle Maria e Marta, devono coesistere e integrarsi (cfr Lc10,38-42). La priorità spetta sempre al rapporto con Dio e la vera condivisione evangelica deve radicarsi nella fede (cfr Catechesi all’Udienza generale del 25 aprile 2012). Talvolta si tende, infatti, a circoscrivere il termine «carità» alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. E’ importante, invece, ricordare che massima opera di carità è proprio l’evangelizzazione, ossia il «servizio della Parola». Non v'è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l'evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana. Come scrive il Servo di Dio Papa Paolo VI nell'Enciclica Populorum progressio, è l'annuncio di Cristo il primo e principale fattore di sviluppo (cfr n. 16). E’ la verità originaria dell’amore di Dio per noi, vissuta e annunciata, che apre la nostra esistenza ad accogliere questo amore e rende possibile lo sviluppo integrale dell’umanità e di ogni uomo (cfr Enc. Caritas in veritate, 8).
In sostanza, tutto parte dall'Amore e tende all'Amore. L'amore gratuito di Dio ci è reso noto mediante l'annuncio del Vangelo. Se lo accogliamo con fede, riceviamo quel primo ed indispensabile contatto col divino capace di farci «innamorare dell'Amore», per poi dimorare e crescere in questo Amore e comunicarlo con gioia agli altri.
A proposito del rapporto tra fede e opere di carità, un’espressione dellaLettera di san Paolo agli Efesini riassume forse nel modo migliore la loro correlazione: «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (2, 8-10). Si percepisce qui che tutta l'iniziativa salvifica viene da Dio, dalla sua Grazia, dal suo perdono accolto nella fede; ma questa iniziativa, lungi dal limitare la nostra libertà e la nostra responsabilità, piuttosto le rende autentiche e le orienta verso le opere della carità. Queste non sono frutto principalmente dello sforzo umano, da cui trarre vanto, ma nascono dalla stessa fede, sgorgano dalla Grazia che Dio offre in abbondanza. Una fede senza opere è come un albero senza frutti: queste due virtù si implicano reciprocamente. La Quaresima ci invita proprio, con le tradizionali indicazioni per la vita cristiana, ad alimentare la fede attraverso un ascolto più attento e prolungato della Parola di Dio e la partecipazione ai Sacramenti, e, nello stesso tempo, a crescere nella carità, nell’amore verso Dio e verso il prossimo, anche attraverso le indicazioni concrete del digiuno, della penitenza e dell’elemosina.
4. Priorità della fede, primato della carità
Come ogni dono di Dio, fede e carità riconducono all'azione dell'unico e medesimo Spirito Santo (cfr 1 Cor 13), quello Spirito che in noi grida «Abbà! Padre» (Gal 4,6), e che ci fa dire: «Gesù è il Signore!» (1 Cor 12,3) e «Maranatha!» (1 Cor 16,22; Ap 22,20).
La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso, piena e perfetta adesione alla volontà del Padre e infinita misericordia divina verso il prossimo; la fede radica nel cuore e nella mente la ferma convinzione che proprio questo Amore è l'unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte. La fede ci invita a guardare al futuro con la virtù della speranza, nell’attesa fiduciosa che la vittoria dell'amore di Cristo giunga alla sua pienezza. Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr Rm 5,5).
Il rapporto che esiste tra queste due virtù è analogo a quello tra due Sacramenti fondamentali della Chiesa: il Battesimo e l'Eucaristia. Il Battesimo (sacramentum fidei) precede l'Eucaristia (sacramentum caritatis), ma è orientato ad essa, che costituisce la pienezza del cammino cristiano. In modo analogo, la fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è coronata da essa. Tutto parte dall'umile accoglienza della fede («il sapersi amati da Dio»), ma deve giungere alla verità della carità («il saper amare Dio e il prossimo»), che rimane per sempre, come compimento di tutte le virtù (cfr 1 Cor 13,13).
Carissimi fratelli e sorelle, in questo tempo di Quaresima, in cui ci prepariamo a celebrare l’evento della Croce e della Risurrezione, nel quale l’Amore di Dio ha redento il mondo e illuminato la storia, auguro a tutti voi di vivere questo tempo prezioso ravvivando la fede in Gesù Cristo, per entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita. Per questo elevo la mia preghiera a Dio, mentre invoco su ciascuno e su ogni comunità la Benedizione del Signore!

Dal Vaticano, 15 ottobre 2012 


 
BENEDICTUS PP. XVI

martedì 12 febbraio 2013

Introduzione alla Quaresima





Don Tonino Bello: Quaresima, Cenere in testa e Acqua sui piedi

Quaresima, Cenere in testa e Acqua sui piedi


Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi, una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala. Pentimento e servizio.
Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all'acqua, più che alle parole. Non c'è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un "linguaggio a lunga conservazione". È difficile, per esempio, sottrarsi all'urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un'autentica martellata quel richiamo all'unica cosa che conta: "Convertiti e credi al Vangelo". Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d'ulivo benedetti nell'ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all'impegno per la pace, all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione.
Quello "shampoo alla cenere", comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato. Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell'acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo "udita con gli occhi", pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da
vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l'offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio. Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate. Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell'attesa di Cristo? "Una tantum" per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni! Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l'ardore, mettiamoci alla ricerca dell'acqua da versare... sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo.
Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
Un grande augurio.


Don Tonino Bello, Vescovo

lunedì 24 dicembre 2012

ORARI SANTA MESSA

ORARI SANTA MESSA

 

Sabato ore 16:00

 

Domenica ore 09:30 e 16:30

venerdì 9 novembre 2012

Benvenuto


Messaggio di benvenuto

Salve Popolo di Dio,
con queste parole vogliamo aprire le trasmissioni del sito della Madonna dei Bisognosi. Anche noi vogliamo avvallerci dei nuovi sistemi di trasmissione per arrivare là dove la voce umana di per se non arriva, ci viene da pensare che Dio si serva dell'uomo per i suoi disegni, in questo caso lo strumento si allunga perchè l'uomo si serve delle realtà telematiche per metterle a servizio di Dio.
Pace e Bene