Pereto - Rocca di Botte

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martedì 29 marzo 2016

martedì 22 marzo 2016

DOMENICA DELLE PALME

È bene ribadire quanto già detto altre volte e cioè: il tempo non è né sacro né profano, ma siamo noi a qualificarlo in base al riferimento che abbiamo o non abbiamo con Dio.

I monti saltellavano come arieti agli occhi dei deportati che tornavano in patria!

Poiché la santità è propria di Dio ( “Tu so lo sei santo”, diciamo nel gloria ), il nostro tempo diventa santo quando in esso cogliamo la presenza dell’Altissimo o quando viviamo spiritualmente in comunione con lui.     Quando viviamo in grazia di Dio, come comunemente si dice.


Questa settimana è detta santa perché santificata dalla morte e resurrezione di Gesù. Cioè

in questi giorni Gesù visse nella fede “l’abbandono” di Dio: una solitudine che celava la presenza del mistero. Dio, poi, si manifestò come fonte della vita.



Noi siamo invitati a vivere questi giorni con quella predisposizione d’animo capace di farci cogliere i frutti della redenzione la quale consiste nella “remissione dei peccati”.

In sintesi: questa settimana sarà per noi santa se ci vedrà impegnati a prendere le distanze da ogni genere di peccato e se ci lasceremo attrarre dal fascino del messaggio evangelico.


venerdì 18 marzo 2016

Settimana Santa


martedì 15 marzo 2016

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA


IDEA LUCE: Neanch’io ti condanno.



  1. Gesù assume un atteggiamento di attesa  perché desidera estendere la sua misericordia anche agli accusatori della donna.

Nel frattempo scrive per terra. Ma poiché le disposizioni interiori tardano a manifestarsi, sarà lo stesso Gesù a provocarle: Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei.

Parole che provocano una reazione  conseguenza di una immediata introspezione condotta sul binario della sincerità e della umiltà.

Il Giudice quando formula il giudizio deve tener conto della sua personale condotta!?

Costoro l’hanno fatto!

La parola di Gesù aveva richiamato alla loro mente peccati sopiti o lontani nel tempo ( quindi metabolizzati ) oppure peccati con i quali avevano finito per conviverci.

A differenza della nostra epoca in cui condanniamo nella speranza che i nostri “debiti” non s’appurino. Viviamo, infatti, in un tempo basato su questa mentalità diffusa: finché il mio non s’appura sono un onesto cittadino.



  1. a)  Il perdono di Gesù è legato ad un proposito che la donna deve mettere in pratica: Va’ e d’ora in poi non peccare più.

Il perdono è legato al proposito di prendere le distanze dal male fatto; fare una scelta di una nuova pista sulla quale cominciare a danzare la vita con più agili coreografie; girare pagina e provare a scrivere il diario direttamente in bella.



            b)  <<  Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più >>

  • Senza questo atto sincero di pentimento è come se stessi a dire: perdonami, Signore, ma quando lo decido io. Per il momento tienilo sospeso perché ho ancora altri “sassolini” da togliermi.

Si racconta che un signore uscito di chiesa confidasse agli intimi in piazza il contenuto della sua preghiera appena fatta: ho detto a Gesù Cristo “segna!” ( = mettimelo in conto!), ma io la soddisfazione contro  quel tale me la devo togliere!



  • Oltre al proposito vero e sincero, è necessario per ottenere il perdono, prendere coscienza che quello che ho fatto è ritenuto male da Dio.

Più nutriamo la fede con la parola di Dio, più ci accorgiamo di ciò che è male ai suoi occhi.

Davide aveva collocato il suo duplice delitto ( adulterio e omicidio ) nell’ambito, oggi si direbbe, della “ragion di Stato”.

Ma quando il profeta Natan gli fa capire che dinanzi a Dio non esistono giustificazioni legate al ruolo o al grado gerarchico, si sente nudo dinanzi alla sua coscienza e dichiara: il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Quello che è male ai tuoi occhi ( Dio )io l’ho fatto.

In seguito a questa predisposizione d’animo, Natan comunica a Davide il perdono accordatogli da Dio.




QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA


IDEA LUCE: Un uomo aveva due figli.



  1. Da qualche anno si va dando risalto al soggetto della parabola: un uomo padre di due figli.

Il racconto non viene più indicato con il titolo “Parabola del figlio prodigo”, ma con il titolo “Parabola del padre misericordioso”.

La sottolineatura va rimarcata maggiormente in questo anno dedicato a Dio misericordioso.



  1. a) Dopo aver focalizzato il soggetto, la parabola ci presenta la relazione del figlio minore

con il padre. Come tutti i giovincelli si vede realizzato ed essendo benestante desidera accorciare i tempi per mettersi in proprio. Così si decide a chiedere la sua parte di eredità.

           

            b) Con i beni del padre, il figlio minore si mette in gioco, ma subito si ritrova sul lastrico.

<<Chi non raccoglie con me – dice Gesù – disperde>>.

È giusto che l’uomo debba trovare e interpretare l’autonomia nella gestione di se stesso e delle cose di questo mondo, ma senza tagliare i rapporti con la sua origine.

L’autonomia delle cose terrene, o laicità che dir si voglia, va organizzata dall’uomo e se questi è credente non può prescindere dalla sua fede nel dominare, coltivare e custodire le realtà di questo mondo.

La parabola non si rivolge a coloro che pensano di costruire il mondo senza Dio essendo indifferenti alla sua esistenza.

La parabola, infatti, nel raccontare il comportamento dei due figli, descrive la conflittualità interiore del credente che vuole Dio, lo cerca e lo accetta nella sua vita, ma lo vede esigente soprattutto sotto l’aspetto della misericordia.



Così il figlio minore è il credente che si accetta e convive con le sue trasgressioni e il figlio maggiore è l’osservante di facciata.



  1. Un pensiero dalla seconda lettura: la mediazione.


Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.

Se Paolo supplica la comunità di Corinto con le parole: lasciatevi riconciliare con Dio,  vuol dire che il sacramento della riconciliazione ieri come oggi non è facile da accettare.

Il Papa fin dall’inizio del suo pontificato si è fatto vedere sia come penitente che come confessore per invogliarci alla pratica di questo sacramento.

La riconciliazione avviene, dice il brano della seconda lettura, per interposta persona. Non si fa cenno ad un “filo diretto” tra me peccatore e Dio.

Ma, al contrario, balza chiaramente la mediazione di Cristo, e per lui, la mediazione dell’apostolo.



Ieri, sabato, il gruppo che ha partecipato al ritiro spirituale per intero ha accolto l’invito alla riconciliazione mediante il sacramento.



Siamo nell’anno della misericordia e stiamo vivendo la quaresima in preparazione alla Pasqua: valorizziamo questi giorni per trovare un momento per riconciliarci con Dio.

Facciamo nostra la supplica che Paolo rivolge ai Corinti.

In chiesa c’è un manifesto che riporta giorni e orari della celebrazioni del sacramento della confessione nelle parrocchie vicine.

Per la nostra Comunità c’è scritto che tutti i giorni sono buoni per confessarsi, basta chiederlo. Al di là delle celebrazioni di orario, la riconciliazione sta al primo posto tra gli impegni del parroco.






martedì 1 marzo 2016

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA


IDEA LUCE: Non c’è niente di nuovo sotto il sole ( Qoelet 1,9 )

  1. Un pensiero dal vangelo
Sembra che la storia dia ragione a Qoelet, attento osservatore della natura  e degli avvenimenti umani.
Nella prima parte del vangelo di oggi si fa cenno ad una strage sacrilega, avvenuta nel tempio, che sconvolse l’opinione pubblica di Gerusalemme.
A questo fatto Gesù aggiunse il ricordo di un episodio di cronaca forse già dimenticato: un incidente mortale sul lavoro mentre si stava costruendo o ristrutturando la torre di Siloe.

A nessuno sfugge la ricorrente attualità di questi fatti ai quali se ne potrebbero aggiungere molti altri. Ad esempio, e per restare sulla citazione di Qoelet posta come idea luce, si possono citare i versi di Sergej Aleksandrovic Esenin:
Morire non è nuovo sotto il sole
Ma più nuovo non è nemmeno vivere.
Con questi versi il poeta conclude la poesia lasciata nella camera d’albergo all’età di 30 anni, la notte tra il 27 e il 28 dicembre 1925.   (3.X.1895 – 28.XII.1925).
Per Sergej “morire” non è nuovo sotto il sole.
Ci si sta abituando anche a questi gesti; anzi  si vuole addirittura che siano garantiti dalla legge.

Nei giorni scorsi la cronaca ha riferito di un “artista” che aveva programmato in una clinica della Svizzera l’eutanasia il giorno del suo, pare, 93esimo compleanno.
È morto il giorno avanti!
Qualcuno, ironicamente, ha interpretato il fatto come “nemesi” della morte che si è riappropriata della sua prerogativa di giungere inattesa!
Qualche altro, in sintonia con il Giubileo, ha detto che la morte gli ha usato misericordia facendogli evitare il suicidio.

E che dire della attualità di questa terzina di Dante?
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Dinanzi a questi episodi che ancora oggi fanno dire “nulla di nuovo sotto il sole”, Gesù indica la strada della conversione per evitarli. ( seconda parte del vangelo di oggi ).
La strada, ovviamente, è quella tracciata da lui: convertirci, perciò, vuol dire dirigere i nostri passi dietro le sue orme.
Ciò accade quando cominciamo a mettere in discussione noi stessi, a fare autocritica si diceva una volta, mettendoci sotto i riflettori della luce evangelica.
Zappare, concimare, potare … sono azioni che indicano la cura della pianta che siamo noi, senza utilizzare scorciatoie, perché paziente e misericordioso è il Signore. Dio sa attendere anche chi si muove “a passi tardi e lenti”, purché li trascini sul retto cammino.

  1. Un pensiero dalla seconda lettura.
Questa lettura va ascoltata attentamente perché trasmette un messaggio di particolare importanza: non sono le cose che facciamo a renderci cristiani, ma dimostrano se lo siamo.
Dice la lettura:
tutti furono sotto la nube
tutti attraversarono il mare
tutti furono battezzati
tutti mangiarono lo stesso pane
tutti bevvero la stessa bevanda
ma non tutti, anzi la maggior parte di loro non fu gradita a Dio.

Tutto ciò che facciamo deve essere espressione della nostra fede e della carità verso il prossimo. Tutto finalizzato alla nostra conversione e alla nostra crescita in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini. Crescita non di facciata
La domenica, dopo aver ascoltato la Parola di Dio e dopo averla fatta oggetto di riflessione e di preghiera, devo averla, fuori la chiesa, come criterio che ispira il mio agire.
Se credo ai contenuti della preghiera, devo essere conseguente: farvi spazio nella mente per poi tradurli in comportamento.
Per restare nel tema dell’Anno Santo: credere nella misericordia di Dio mi deve portare ad essere misericordioso come stile di vita e non soltanto a compiere qualche gesto misericordioso. Non a caso il motto del Giubileo è: misericordiosi come il Padre.
Credo nel messaggio evangelico quando vi ispiro il ragionare e l’agire.

Dal messale
Fa’, o Signore, che alla pratica esteriore della Quaresima corrisponda una vera trasformazione interiore dello spirito, sia per la tua grazia che per la nostra attiva collaborazione.

GLOSSARIO DEL GIUBILEO
5. Il Pellegrinaggio
Da sempre è stato visto come metafora della vita.
Il rituale dei pellegrinaggi prevede che i pellegrini si radunino nella chiesa parrocchiale  per una preghiera prima di iniziare il cammino che li porterà nel santuario prescelto. La simbologia è chiara: siamo venuti da Dio, percorriamo le strade del mondo e torniamo a Dio. Essendo la chiesa e il santuario  simboli della presenza di Dio, essi sono all’origine e alla fine del pellegrinaggio come Dio lo è, per il credente, all’origine e alla fine della vita.
Durante il viaggio della vita il credente deve conservare  sempre il fine da raggiungere se vuole vedere il prossimo come compagno di cordata, altrimenti rischia di attualizzare la metafora dei “polli di Renzo” di manzoniana memoria.
Ahinoi! Purtroppo la storia con le sue guerre, la cronaca con le sue violenze e gli alterchi paesani stanno a dimostrare che il fine che Dio ci ha messo davanti non qualifica le nostre azioni.
Il Giubileo con i suoi pellegrinaggi ci aiuti a tener fissa la mente verso il traguardo della nostra vita. A questo proposito, la tradizione cristiana ha coniato un motto: memorare novissima tua et in Aeternum non peccabis. (= pensa costantemente al fine della vita e sicuramente ti asterrai dal male).


lunedì 29 febbraio 2016

Catechesi della Misericordia: preparazione alla Pasqua.


Pellegrinaggio S. Gabriele dell'Addolorata - Forania Carsoli


domenica 21 febbraio 2016

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA






La preghiera illumina il volto

1.      Pregare non è dire le preghiere

Gesù con la sua trasfigurazione ci insegna che altro è pregare e altro è dire le preghiere. Egli prega immergendosi nel mistero divino portandovi dentro le vicende della sua vita.
È facile pensare che abbia trasformato in preghiera sia lo smarrimento dei discepoli ai quali aveva confidato la sua dipartita in Gerusalemme, sia la lettura che egli ne faceva alla luce della tradizione religiosa fondata sugli insegnamenti di Mosè e di Elia.

2.      Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno.

Viene da pensare che la Domenica se non entriamo nel clima di preghiera,  dormire forse no ( ci siamo appena alzati ), ma sicuramente siamo assaliti da noia.
Ugualmente accade a chi non trova spazio in partita, oppure in piazza non riesce ad entrare in dialogo.
È accaduto a Pietro, Giovanni e Giacomo sia in questa circostanza sul monte, sia nell’orto degli ulivi.
Oggi il vangelo ci dice che << Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno>>; mentre nell’orto degli ulivi << dormivano per la tristezza>>.
Nell’un caso e nell’altro i discepoli hanno assicurato la sola presenza fisica , ma il loro cuore era altrove.
Se oggi in chiesa proveremo a immergerci nei contenuti della preghiera, il tempo ci sembrerà breve e la luce degli occhi renderà superfluo ogni cosmetico.

3.      Abramo, padre di tutti i credenti.

a)      Così lo definisce la Sacra Scrittura.   Nella lettura di oggi ci viene presentato immerso nella
natura della quale si sente parte, ma nel contempo ne è attento osservatore. Ciò gli permette di cogliere la propria unicità rispetto a tutto quanto lo circonda.    Non si sente avvolto dal mondo e dai suoi elementi: Abramo li guarda, li osserva, li interroga a cominciare dalle stelle fino alla sabbia che calpesta. Tutto lo aiuta a darsi risposte e a camminare con fede sui tratturi della vita.
Non è un idealista né un romantico “ante litteram”: i suoi greggi ed armenti gli impediscono di sognare!
Ad Abramo urgono risposte concrete che trova con l’aiuto della sua fede incipiente.

b)      In un primo momento cerca scorciatoie appellandosi al “così fan tutti” suggerito dalla cultura del tempo. Ma il figlio avuto da Agar mette in crisi il suo “matrimonio”.
Per salvarlo fu costretto a prendere una drastica decisione nei confronti della schiava e di suo figlio Ismaele.
Costoro però non furono abbandonati dall’Angelo del Signore!
Il gesto dell’allontanamento doveva contribuire a purificare la cultura del tempo con la fede e, sempre mediante la fede, a introdurre Abramo nei “tempi” di Dio.
Infatti se Abramo e Sara avessero avuto un discendente in “età fertile”, difficilmente Isacco  sarebbe stato  accolto come “figlio della promessa”.

c)      La lettura di fede della storia personale e di quella comunitaria avviane sempre “a posteriori”: si configura come una rilettura del passato alla luce di una fede non più condizionata dall’affanno e dall’incertezza del futuro. È una lettura pacata che permette di vedere come Dio ha tracciato la via ai lenti passi dell’uomo che arranca per sentieri impervi.

Siamo alla conclusione del primo trimestre dell’Anno della Misericordia.
Avvertiamo qualche germe primaverile oppure il seme è ben pressato sotterra?

GLOSSARIO DEL GIUBILEO

4 BIS:      MISERICORDIA  ( Segue )

È stato detto che la misericordia è il più grande attributo di Dio. Proprio per questo il Signore si è com-mosso: ha lasciato la sua condizione divina per indossare i nostri panni.
Il Cristianesimo è la religione della Incarnazione.
Del resto anche noi diciamo: “mettiti nei miei panni” quando desideriamo che un amico ci comprenda in pienezza.
Il cuore di Dio si commuove dinanzi all’uomo impigliato nella rete delle proprie fragilità. Si muove a compassione. Per questo si è mosso da cielo: per patire con noi. Ha preso su di sé le nostre debolezze. Non si sente estraneo dinanzi alla nostra sofferenza, perciò si è mosso; è sceso da cavallo e ha condiviso la cavalcatura col malcapitato.

Si sente corresponsabile: Gesù risponde di noi presso il Padre, fino a donare la sua vita. Muore al posto del peccatore. 

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA





Convertitevi e credete al vangelo!

1.      È questione di fede
La Comunità si è ritrovata pressoché al completo alla celebrazione di inizio della Quaresima. Ciò lascia ben sperare circa l’impegno di progredire sulle vie proposte dal vangelo.
Ci è stato detto che la conversione dipende dalla fede: più crediamo in Dio e sua alla Parola, più speditamente camminiamo sulla via della penitenza evangelica.
La misericordia divina sia balsamo e ristoro lungo le tappe quaresimali. Buona Quaresima!

2.      Dal pensiero all’azione.
Prima di iniziare la predicazione, Gesù si ritira per riflettere su come presentarsi al popolo per farsi conoscere nella sua identità di Messia.( Sappiamo che gli è costato sacrificio; per cui a noi se non costa nulla dirci cristiani forse stiamo sulla strada sbagliata!)
Il discernimento che Gesù fa nel deserto ci viene raccontato come una lotta tra il suo essere uomo e il suo essere Dio. Con quali criteri programmare la predicazione con quelli che sono suggeriti da Dio o con quelli vengono  dall’uomo?
Sembra che l’Incarnazione non abbia ancora ripristinato la relazione di comunione tra l’uomo e Dio. È necessario che Gesù si sottoponga alla prova dell’Eden.
Tutti sperimentiamo la conflittualità interiore che san Paolo ci racconta con queste parole: Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. ( Rom. 7,15 ).
Allo stesso Paolo però vien detto: ti basta la mia grazia ( 2 Cor. 12,9 ).
Gesù supera questa conflittualità a tal punto da sentirsi libero di disporre della sua vita: nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo ( Giov. 10,18 ).
Per raggiungere la piena libertà di fronte al male, Gesù ha seguito il seguente criterio:
a)      Si è nutrito della parola di Dio senza dimenticare di sfamare le folle;
b)      Si è messo in preghiera e in adorazione del Padre al punto da trasfigurarsi nel volto  senza mettere a disagio chi l’avvicinava;
c)      Non ha reso vano il nome di Dio pur dando dignità all’uomo.
Ha capovolto, cioè, i criteri che ispirano il nostro agire che sono:
-          La ricerca del “soldo” e di tutto ciò che simboleggia;
-          Dal possesso del denaro a sentirsi “potenti” il passo è breve ( Voglio e posso! );
-          Come terzo gradino:la ricerca del successo con gli “intrecci”  celati che annoda.
Ci rendiamo conto che molti sono gli ambiti sui quali fare discernimento in questo tempo quaresimale.

3.      Dalla prima lettura.
a)      Domenica scorsa ci siamo soffermati sulla fede in Dio creatore. Sul fondamento di questa fede la sacra scrittura ci tramanda l’offerta delle primizie a Dio come segno di ringraziamento per aver dato all’uomo l’utilizzo di questo mondo per ricavarne i beni necessari alla vita.
Oggi la liturgia ci propone la preghiera che il pio israelita pronuncia mentre presenta le primizie all’altare.
La preghiera consiste nel raccontare i cosiddetti <<magnalia Dei>> (= le grandi cose fatte dal Signore in favore del popolo ).
Anche la Madonna, nel Magnificat, racconta ciò che il Signore ha operato in lei e nella vita del suo popolo.

b)     La preghiera riferita dalla prima lettura di oggi racconta la liberazione dall’Egitto grazie ad un intervento di Dio.
Il pio israelita vede la Palestina come “terra promessa” e, quindi, come dono di Dio. Questo è un nuovo motivo, che si aggiunge a quello della fede in Dio creatore, per offrirgli le primizie.
La preghiera inizia riconoscendo la condizione dei Padri che erano Aramei erranti ( oggi diremmo: migranti, apolidi, senza fissa dimora, clandestini … ), che comprarono un fazzoletto di terra in Palestina da destinare alla sepoltura. Qui, figgiti dall’Egitto, gli Ebrei portarono le ossa di Giuseppe.
La sacra Scrittura ci racconta, poi,  come si espansero e si insediarono mediante la conquista.

c)      La lettura stimola la riflessione sul discernimento dei segni della presenza di Dio nella nostra storia, perché ancora oggi il credente cede alla tentazione di far passare come volere di Dio proprie aspirazioni, oppure occupa spazi e ruoli in suo nome.

E che dire dei tanti fenomeni e miracoli che la cronaca registra?

Resta, tuttavia, un dato certo: Dio si rende presente nella nostra storia: non è un Dio lontano! A noi il compito non facile di metterci sulla sua lunghezza d’onda.
Come fare?
Ci possono aiutare le parole dell’apostolo Giovanni:Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro ( 1 lettera di Giovanni 3,3 ). Una coscienza pura è, dunque, lo strumento base che ci mette nella condizione di metterci alla presenza di Dio innanzitutto là dove egli ci ha detto di stare: comunione fraterna, ascolto religioso della Parola, Sacramenti.
Se non riusciamo a trovarlo qui, fermiamoci e riflettiamo; cercarlo altrove potrebbe significare che andiamo alla ricerca del sensazionale: da qui, cadere nella superstizione, il passo è breve.
Del resto, nelle tentazioni del deserto Gesù non rifiuta proprio il sensazionale?    

Gesù pianse su Gerusalemme per non aver saputo riconoscere il tempo in cui era stata visitata.
Saper riconoscere i segni della presenza di Dio nella nostra storia non solo è importante, ma doveroso.
Il Risorto dice: ecco, sto alla porta e busso.

Segni non eclatanti, ma silenziosi e discreti che dobbiamo saper discernere nella fede ed accoglierli entro un clima di misericordia e di carità operosa. 

Mercoledì delle ceneri




Inizia oggi il periodo di quaresima: quaranta giorni in cui siamo invitati a ripensare la nostra vita di fede, a verificare la nostra adesione a Cristo, per andare all'essenziale. E lo facciamo con l'austero segno dell'imposizione delle ceneri.



Quaranta giorni all'anno, non molti, ad essere sinceri. Ma sufficienti, se vissuti con verità. Quaranta giorni per prepararci ancora una volta allo stupore della Pasqua, quaranta giorni per ritrovare il bandolo della matassa di una vita troppo spesso travolta dalle cose da fare, delle preoccupazioni infinite che la crisi economica sembra amplificare all'infinito... Quaranta giorni per fare argine, per costruire o ricostruire una diga contro la dittatura delle cose da fare, dell'efficienza a tutti i costi, della produttività. Quaranta giorni da vivere con gioia interiore, andando all'essenziale, per vivificarsi, non per mortificarsi, per ridare ossigeno alla fiamma della fede che sembra continuamente spegnersi. E oggi, nella chiesa latina, iniziamo questo cammino ridando proporzione alle cose che facciamo. Davanti a quel segno così antipatico, l'imposizione delle ceneri, ci ricordiamo che fra cento anni di noi non ci sarà più nulla. Vale la pena, allora, affannarsi così tanto intorno a cose che non servono? Il tempo di crisi, se non altro, ha il vantaggio di ricordare a tutti chi e che cosa vale veramente nella nostra vita. Ripartiamo dall'essenziale.

sabato 2 gennaio 2016

APERTURA PORTA DELLA MISERICORDIA


venerdì 1 gennaio 2016

Vi auguriamo che possiate sperimentare l'Amore di Dio nella vostra vita nel nuovo anno giubilare!

1 Gennaio 2016 
Giornata della Pace 




Messaggio di Papa Francesco:
"Vinci l'indifferenza e conquista la pace"




sabato 12 dicembre 2015

13 Dicembre 2015 ore 16:30 non verra' celebrata la Messa in Santuario

Vi comunichiamo che Domenica 13 Dicembre 2015 ci sara' l'apertura del Giubileo della Misericordia nella Diocesi di Avezzano.
L'appuntamento e' alle ore 16:30 presso la chiesa di Don Orione in Avezzano, dalla quale partira' una processione diretta verso la Cattedrale.
Qui verra' aperta la Porta della Misericordia e celebrata la Santa Messa presieduta da S. E. Mons. Pietro Santoro.
Per questo motivo non saranno celebrate le Messe pomeridiane nelle parrocchie e santuari della Diocesi dei Marsi





mercoledì 25 novembre 2015

Santa Caterina d'Alessandria Martire

Questa è la Caterina inafferrabile, senza notizie sicure della vita e della morte. Ed è la Caterina onnipresente in Europa, per la diffusione del suo culto, che ha poi influito anche sulla letteratura popolare e sul folclore. Parlano di lei alcuni testi redatti tra il VI e il X secolo, cioè tardivi rispetto all’anno 305, indicato come quello della sua morte. Ed ecco come emerge la sua figura da questi racconti pieni di particolari fantasiosi. Caterina è una bella diciottenne cristiana, figlia di nobili e vive ad Alessandria d’Egitto.
Qui, nel 305, arriva Massimino Daia, nominato governatore di Egitto e Siria (che si proclamerà “Augusto”, cioè imperatore, nel 307, morendo suicida nel 313). Per l’occasione si celebrano feste grandiose, che includono anche il sacrificio di animali alle divinità pagane. Un atto obbligatorio per tutti i sudditi, e quindi anche per i cristiani, ancora perseguitati. Caterina si presenta a Massimino, invitandolo a riconoscere invece Gesù Cristo come redentore dell’umanità, e rifiutando il sacrificio.
Massimino allora convoca un gruppo di intellettuali alessandrini, perché la convincano a venerare gli dèi. Ma è invece Caterina che convince loro a farsi cristiani. Per questa conversione così pronta, Massimino li fa uccidere tutti, poi richiama Caterina e le propone addirittura il matrimonio. Nuovo rifiuto, sempre rifiuti, finché il governatore la condanna a una morte orribile: una grande ruota dentata farà strazio del suo corpo.
Un nuovo miracolo salva la giovane, che poi viene decapitata: ma gli angeli portano miracolosamente il suo corpo da Alessandria fino al Sinai, dove ancora oggi l’altura vicina a Gebel Musa (Montagna di Mosè) si chiama Gebel Katherin. Questo avviene il 24-25 novembre 305. E alcuni studiosi ritengono che il racconto leggendario indichi, trasfigurandola, un’effettiva traslazione del corpo sul monte, avvenuta però in epoca successiva. Dal Gebel Katherin, infine, e in data sconosciuta, le spoglie furono portate nel monastero a lei dedicato, sotto quel monte.
A una sua biografia così poco attendibile si contrappone la realtà di un culto diffuso anche fuori dall’Egitto. La troviamo raffigurata nella basilica romana di San Lorenzo, in una pittura dell’VIII secolo col nome scritto verticalmente: Ca/te/ri/na; a Napoli (sec. X-XI) nelle catacombe di San Gennaro, e più tardi in molte parti d’Italia, così come in Francia e nell’Europa centro-settentrionale, dove ispira anche poemetti, rappresentazioni sacre e “cantari”.
La sua festa annuale è vista principalmente come la festa dei giovani. In Francia, Caterina diviene la patrona degli studenti di teologia e la titolare di molte confraternite femminili; e, in particolare, la protettrice delle apprendiste sarte, che da lei prenderanno il nome destinato a durare a lungo anche in Italia: “Caterinette”.

Autore:
Domenico Agasso 

 

martedì 24 novembre 2015

Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)

Il cristianesimo giunse in Vietnam sul finire del secolo XVI, ma fu continuamente osteggiato dai regnanti locali tanto che, tra i secoli XVII e XIX, si susseguirono più di 50 editti contro i cristiani, che provocarono l’uccisione di circa 130 mila fedeli. La persecuzione toccò il suo acme sotto il regno di Tu-Duc (1847-1883): per i nativi era difficile dissociare la nuova fede dalla politica coloniale francese che pretendeva di impadronirsi del paese. I missionari venivano braccati a pagamento e uccisi sul luogo stesso dove venivano arrestati; ai catechisti vietnamiti veniva impresso a fuoco sul volto la scritta: «Falsa religione». I semplici fedeli avevano salva la vita solo se calpestavano la croce; altrimenti subivano supplizi di ogni genere inventati con fantasia feroce. In ogni caso, i nuclei familiari cristiani venivano smembrati e i congiunti erano deportati in regioni diverse, privati di ogni proprietà e di ogni legame religioso. Nel 1988 vari gruppi di martiri vietnamiti, beatificati dai precedenti pontefici, sono stati unificati in un solo gruppo e canonizzati da papa Giovanni Paolo II che li ha anche dichiarati «Patroni del Vietnam».Vi sono compresi: 8 vescovi, 50 sacerdoti, 59 laici (tra cui medici, militari, molti padri di famiglia e una mamma). A rappresentarli tutti, il Messale Romano nomina Andrea Dung-Lac, prima catechista e poi sacerdote, che riscuote in Vietnam una particolare devozione. Di un altro martire (Paolo Le-Bao-Tinh) il Breviario riporta oggi un brano di lettera dove si legge: «In mezzo a questi tormenti, che di solito piegano e spezzano gli altri, per la grazia di Dio sono pieno di gioia e letizia perché non sono solo, ma Cristo è con me».

Martirologio Romano: Memoria dei santi Andrea Dung Lac, sacerdote, e compagni, martiri. Con un’unica celebrazione si onorano centodiciassette martiri di varie regioni del Viet Nam, tra i quali otto vescovi, moltissimi sacerdoti e un gran numero di fedeli laici di entrambi i sessi e di ogni condizione ed età, che preferirono tutti patire l’esilio, il carcere, le torture e l’estremo supplizio piuttosto che recare oltraggio alla croce e rinnegare la fede cristiana.

La storia del cattolicesimo in Vietnam, iniziò nel secolo XVI con padre Alessandro de Rhodes, missionario francese, considerato il primo apostolo di questa giovane Chiesa asiatica, allora divisa un tre distinte regioni: Tonchino, Annam e Cocincina.
Ma dal 1645 quando padre de Rhodes fu espulso, ci fu tutto un sopravvenire di persecuzioni, alternate da periodi di pace, in cui i missionari di varie Congregazioni si stabilizzavano nelle regioni, rincuorando i fedeli e soprattutto istituendo le ‘Case di Dio’ per la formazione del clero locale e dei catechisti.
Dal 1645 al 1886, si ebbero ben 53 editti contro i cristiani con la morte di circa 113.000 fedeli. Durante il regno di Minh-Manh (re dal 1821), la persecuzione divenne spietata, condannando a morte anche chi osava solo nascondere i cristiani; altro re particolarmente contrario fu Tuc-Dúc che regnò dal 1847 al 1883, il quale profondamente avverso alla politica coloniale francese, odiava tutto ciò che fosse europeo, non distinguendo la politica dalla religione; stabilì che chi collaborava alla cattura di un missionario riceveva 300 once d’argento, mentre il missionario, dopo avergli spaccato il cranio, doveva essere gettato nel fiume.
I sacerdoti locali ed i catechisti stranieri venivano sgozzati, mentre ai catechisti locali veniva impressa sulla guancia la scritta “Ta dao” che significa “falsa religione”, additandoli così al pubblico disprezzo; i semplici fedeli cristiani potevano aver salva la vita se calpestavano la croce davanti al giudice.
Inoltre davanti alla fermezza nella fede dei cristiani, ne ordinò la dispersione, separando i mariti dalle mogli ed i figli dai genitori, esiliandoli in regioni lontane in mezzo ai pagani, confiscando tutti i loro beni.
Di questa miriade di martiri, eroi della fede, la Chiesa ne ha beatificati un certo numero negli anni: 1900 da Leone XIII, 1906 e 1909 da Pio X, 1951 da Pio XII; di questi 117 sono stati proclamati santi da papa Giovanni Paolo II il 19 giugno 1988, così suddivisi: 8 vescovi, 50 sacerdoti, 59 laici; 96 sono vietnamiti, 11 spagnoli, 10 francesi; fra i laici vi sono 16 catechisti, una mamma, 4 medici, 6 militari, molti padri di famiglia.

Il capolista dei 117 martiri è Andrea Dung-Lac prima catechista e poi sacerdote vietnamita. Nacque nel 1795 da genitori pagani ma così poveri che se ne disfecero volentieri vendendolo ad un catechista, visse alla missione di Vinh-Tri, dove fu battezzato, istruito e diventando anche catechista; continuò gli studi teologici e il 15 marzo 1823 fu consacrato sacerdote, nominato parroco in varie zone, alla fine fu arrestato più volte durante la persecuzione del re Minh-Manh, ogni volta fu riscattato presso i mandarini, dai cristiani locali, continuando, pericolosamente per lui, l’apostolato fra i fedeli e amministrando i sacramenti.
Arrestato ancora una volta il 10 novembre 1839 dal sindaco di Ké-Song, fu rilasciato dietro il pagamento di 200 pezze d’argento raccolte fra i cristiani, ma mentre attraversava il fiume in barca per allontanarsi, ebbe delle difficoltà per cui fu aiutato a scendere a terra sull’altra sponda; chi l’aiutò era il segretario del prefetto che riconosciutolo esclamò: “Ho preso un maestro di religione!”.
Condotto nella prigione di Hanoi il 16 novembre 1839, fu sottoposto a snervanti interrogatori e invitato più volte ad apostatare e calpestare la croce, ma essendo restato fermo nella sua fede venne condannato alla decapitazione, sentenza eseguita il 21 dicembre 1839.
È stato posto come capolista nel calendario liturgico, sia per il culto che gode nel suo Paese, sia per l’esempio luminoso dato durante la sua vita. Gli altri 116 santi martiri nel Tonchino (Vietnam) hanno ognuno una storia edificante del loro martirio, compiutasi in luoghi e date diverse, ma accomunati nella gloria dei santi. La comune festa liturgica dei 117 martiri del Tonchino (Vietnam), fu fissata al 24 novembre, con memoria singola per alcuni di essi, specie per quelli appartenenti a Congregazioni Missionarie.

 

domenica 15 novembre 2015

Sant' Alberto Magno Vescovo e dottore della Chiesa

Nacque in Germania verso il 1200. Molto giovane venne in Italia per studiare le arti a Padova e forse anche a Bologna e Venezia. Durante il soggiorno nella penisola conobbe i domenicani, dai quali fu inviato a Colonia per la formazione religiosa e per lo studio della teologia. Approdò infine a Parigi dove tenne la cattedra di teologia per tre anni, durante i quali ebbe un allievo d’eccezione:Tommaso d’Aquino. Rimandato dai superiori a Colonia per fondarvi lo studio teologico, portò con sé Tommaso con il quale avviò un progetto molto ambizioso: il commento dell’opera di Dionigi l’Areopagita e degli scritti filosofico­naturali di Aristotele. Alberto vedeva il punto d’incontro di questi due autori nella dottrina dell’anima. Posta da Dio nell’oscurità dell’essere umano (Dionigi), secondo Aristotele l’anima si esprime nella conoscenza e negli aspetti pratici dell’esistenza umana.In questo agire complesso e meraviglioso, essa svela la sua origine divina. Alberto dava così avvio all’orientamento mistico nel suo ordine che sarà sviluppato da maestro Eckhart, mentre la ricerca filosofico-teologica verrà proseguita da san Tommaso. Grande studioso delle scienze naturali, Alberto non rifuggì dagli incarichi pastorali. Fu provinciale dell’ordine domenicano per il nord della Germania, per breve tempo vescovo di Ratisbona, partecipò al concilio di Lione. Il «dottore universale» morì nel 1280.

Patronato: Scienziati

Etimologia: Alberto = di illustre nobiltà, dal tedesco

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Sant’Alberto, detto Magno, vescovo e dottore della Chiesa, che, entrato nell’Ordine dei Predicatori, insegnò a Parigi con la parola e con gli scritti filosofia e teologia. Maestro di san Tommaso d’Aquino, riuscì ad unire in mirabile sintesi la sapienza dei santi con il sapere umano e la scienza della natura. Ricevette suo malgrado la sede di Ratisbona, dove si adoperò assiduamente per rafforzare la pace tra i popoli, ma dopo un anno preferì la povertà dell’Ordine a ogni onore e a Colonia in Germania si addormentò piamente nel Signore.


Alberto, della nobile famiglia Bollstadt, prese ancora giovanissimo l’Abito dei Predicatori dalle mani del Beato Giordano di Sassonia, immediato successore del Santo Patriarca Domenico. Dopo aver trionfato nel mondo, al giovane studente sembrò ostacolo insormontabile le difficoltà che incontrava nello studio della Teologia, e fu tentato di fuggire dalla casa del Signore. La Madonna, però, di cui era devotissimo, lo animò a perseverare, rassenerandolo nei suoi timori, dicendogli: “Attendi allo studio della sapienza e affinché non ti avvenga di vacillare nella fede, sul declinare della vita ogni arte di sillogizzare ti sarà tolta”. Sotto la tutela della Celeste Madre, Alberto divenne sapiente in ogni ramo della cultura, sì da essere acclamato Dottore universale e meritare il titolo di Grande, ancor quando era in vita. Insegnò con sommo onore a Parigi e nei vari Studi Domenicani di Germania, soprattutto in quello di Colonia, da lui fondato, dove ebbe tra i suoi discepoli San Tommaso d’Aquino, di cui profetizzò la grandezza. Fu Provinciale di Germania e, nel 1260, Vescovo di Ratisbona, alla cui sede rinunziò per darsi di nuovo all’insegnamento e alla predicazione. Fu arbitro e messaggero di pace in mezzo ai popoli, e al Concilio di Lione portò il contributo della sua sapienza per l’unione della Chiesa Greca con quella Latina. Avanzato negli anni saliva ancora vigoroso la cattedra, ma un giorno, come Maria aveva predetto, la sua memoria si spense. Anelò allora solo al cielo, al quale volò dopo quattro anni, il 15 novembre 1280, consumato dalla divina carità. La sua salma riposa nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea a Colonia. Papa Gregorio XV nel 1622 lo ha beatificato. Papa Pio XI nel 1931 lo ha proclamato Santo e Dottore della Chiesa. Il 16 dicembre 1941 Papa Pio XII lo ha dichiarato Patrono dei cultori delle scienze naturali.

Autore:
Franco Mariani