Pereto - Rocca di Botte

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mercoledì 11 maggio 2016

SETTIMA DOMENICA DI PASQUA Ascensione del Signore

È il giorno del mandato.

1. La celebrazione di oggi, l’Ascensione, coincide con la Pasqua di risurrezione, non fosse altro per le stesse parole dette quella mattina a Maria da  Gesù risorto  : non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre ( Gv 20,17 ).
Siamo noi che celebriamo l’unico avvenimento come  il dritto e il rovescio di una medaglia.
A Pasqua, infatti, abbiamo messo in risalto la vittoria di Cristo sulla morte. In Lui morte e vita si sono affrontate come in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto, ora vive e trionfa.

Oggi mettiamo in risalto che con la morte, come Gesù, entriamo nella gloria di Dio.
Gesù diede prova della sua risurrezione apparendo nell’arco di quaranta giorni. È il motivo per cui Luca chiude questo periodo con la scena dell’Ascensione.
Ormai gli apostoli sono certi che il loro Maestro vive e, quindi, possono “camminare” con la loro fede.

2. Dalla tristezza alla gioia.

La persona paziente e mite sa attendere; non si lascia prendere da emozioni impulsive.
Durante l’ultima cena Gesù aveva messo al corrente i commensali circa la sua dipartita e aveva notato che la notizia aveva turbato il loro cuore.

Chiese fiducia ( cioè tempo ) affermando con certezza: la vostra tristezza si cambierà in gioia.

Oggi ci viene narrato della loro presenza all’Addio.
Come Gesù che a tavola aveva colto dagli sguardi smarriti, il turbamento del cuore dei discepoli, così Luca, sul monte del distacco, li coglie in contemplazione, e subito dopo ci mette al corrente che “tornarono a Gerusalemme con grande gioia”.

L’uomo capisce un po’ alla volta: c’è una gradualità nell’ intus-legere , nello sviscerare e di conseguenza nel com-prendere e far propri gli avvenimenti.
Per questo è necessario che dinanzi alle vicende della vita, soprattutto il credente, deve nutrire fiducia di trovare lo spiraglio che permetta una lettura positiva di ciò che nell’immediato può turbare.

50^ GIORNATA DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

Non cade l’8 maggio, ma nel giorno della festa dell’Ascensione che, come tutti sanno, dipende dalla data della Pasqua.
Il giorno dell’Ascensione Gesù dà mandato ai suoi discepoli di annunciare a tutti i popoli la buona novella: Dio crede nella nostra conversione e a chi imbocca la strada del cambiamento accorderà il perdono dei peccati.
Queste le parole del vangelo di oggi: nel nome di Cristo saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.
Si può dire che la giornata odierna pone l’accento su questi aspetti:
Riflettere sui contenuti della comunicazione. Risulta che i canali della informazione divulghino la conversione e il perdono dei peccati?
Riflettere sulla “veste letteraria” della comunicazione: apologetica, polemica, pettegolezzo, panegirico, ironia …
Gesù parla di annuncio avvalorato dalla testimonianza personale.
Riflettere sull’utilizzo degli strumenti della comunicazione sociale.
Riflettere sul tema proposto e obbligato quest’anno:   Comunicazione e Misericordia, un incontro fecondo”
Ogni annuncio; ogni manifestazione di pensiero; qualsiasi comunicazione devono essere impastati e lievitati con la misericordia.
Una buona notizia comunicata in modo imperativo …
Una verità argomentata con alterigia …
Ognuno comprende l’effetto che sortiscono!

FESTA DELLA MAMMA

La festa della MAMMA si celebra pressoché in tutto il mondo anche se non ovunque nello stesso giorno. Per noi in Italia cade la seconda domenica di maggio.
Riportiamo una poesia di Giuseppe Ungaretti da tutti appresa nelle aule scolastiche:

La madre
E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.



Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.


giovedì 5 maggio 2016

Lettura pubblica "Amoris Laetitia"



mercoledì 4 maggio 2016

SESTA DOMENICA DI PASQUA

Un’antica leggenda racconta che san Giovanni evangelista, vecchio e ormai sul suo letto di morte, continuava a mormorare: “Figli miei, amatevi gli uni gli altri, amatevi gli uni gli altri...”. Questo testamento di Gesù, che egli ci ha trasmesso, era per lui molto importante. E, certamente, questo amore non era facile nemmeno in quei tempi. Non è mai così necessario parlare d’amore come là dove non ce n’è. È la stessa cosa che succede per la pace: non si è mai parlato tanto di pace come oggi, e intanto si continua a fare la guerra in moltissimi luoghi. Ma, proprio su questo punto, il Vangelo di Giovanni pone un’importante distinzione: c’è una pace di Gesù e un’altra pace, data dal mondo. San Giovanni attira la nostra attenzione sul fatto che noi non dobbiamo lasciarci accecare dalle parole, dobbiamo tenere conto soprattutto dello spirito nel quale esse sono dette. Dio ci ha mandato lo Spirito Santo per insegnarci la sua volontà. Il suo Spirito ci insegna anche a penetrare il senso delle parole. Possiamo allora rivolgerci a lui quando siamo disorientati, quando ci sentiamo deboli, quando non sappiamo più cosa fare. È un aiuto al quale possiamo ricorrere quando ci aspettano decisioni difficili da prendere. Egli ci aiuta!



PAPA FRANCESCO
REGINA COELI
Piazza San Pietro
Domenica, 1° maggio 2016



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi ci riporta al Cenacolo. Durante l’Ultima Cena, prima di affrontare la passione e la morte sulla croce, Gesù promette agli Apostoli il dono dello Spirito Santo, che avrà il compito di insegnare e di ricordare le sue parole alla comunità dei discepoli. Lo dice Gesù stesso: «Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Insegnare e ricordare. E questo è quello che fa lo Spirito Santo nei nostri cuori.
Nel momento in cui sta per fare ritorno al Padre, Gesù preannuncia la venuta dello Spirito che anzitutto insegnerà ai discepoli a comprendere sempre più pienamente il Vangelo, ad accoglierlo nella loro esistenza e a renderlo vivo e operante con la testimonianza. Mentre sta per affidare agli Apostoli – che vuol dire appunto “inviati” – la missione di portare l’annuncio del Vangelo in tutto il mondo, Gesù promette che non rimarranno soli: sarà con loro lo Spirito Santo, il Paraclito, che si porrà accanto ad essi, anzi, sarà in essi, per difenderli e sostenerli. Gesù ritorna al Padre ma continua ad accompagnare e ammaestrare i suoi discepoli mediante il dono dello Spirito Santo.
Il secondo aspetto della missione dello Spirito Santo consiste nell’aiutare gli Apostoli a ricordare le parole di Gesù. Lo Spirito ha il compito di risvegliare la memoria, ricordare le parole di Gesù. Il divino Maestro ha già comunicato tutto quello che intendeva affidare agli Apostoli: con Lui, Verbo incarnato, la rivelazione è completa. Lo Spirito farà ricordare gli insegnamenti di Gesù nelle diverse circostanze concrete della vita, per poterli mettere in pratica. È proprio ciò che avviene ancora oggi nella Chiesa, guidata dalla luce e dalla forza dello Spirito Santo, perché possa portare a tutti il dono della salvezza, cioè l’amore e la misericordia di Dio. Per esempio, quando voi leggete tutti i giorni – come vi ho consigliato – un brano, un passo del Vangelo, chiedere allo Spirito Santo: “Che io capisca e che io ricordi queste parole di Gesù”. E poi leggere il passo, tutti i giorni… Ma prima quella preghiera allo Spirito, che è nel nostro cuore: “Che io ricordi e che io capisca”.
Noi non siamo soli: Gesù è vicino a noi, in mezzo a noi, dentro di noi! La sua nuova presenza nella storia avviene mediante il dono dello Spirito Santo, per mezzo del quale è possibile instaurare un rapporto vivo con Lui, il Crocifisso Risorto. Lo Spirito, effuso in noi con i sacramenti del Battesimo e della Cresima, agisce nella nostra vita. Lui ci guida nel modo di pensare, di agire, di distinguere che cosa è bene e che cosa è male; ci aiuta a praticare la carità di Gesù, il suo donarsi agli altri, specialmente ai più bisognosi.
Non siamo soli! E il segno della presenza dello Spirito Santo è anche la pace che Gesù dona ai suoi discepoli: «Vi do la mia pace» (v. 27). Essa è diversa da quella che gli uomini si augurano o tentano di realizzare. La pace di Gesù sgorga dalla vittoria sul peccato, sull’egoismo che ci impedisce di amarci come fratelli. E’ dono di Dio e segno della sua presenza. Ogni discepolo, chiamato oggi a seguire Gesù portando la croce, riceve in sé la pace del Crocifisso Risorto nella certezza della sua vittoria e nell’attesa della sua venuta definitiva.
La Vergine Maria ci aiuti ad accogliere con docilità lo Spirito Santo come Maestro interiore e come Memoria viva di Cristo nel cammino quotidiano.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
il mio cordiale pensiero va ai nostri fratelli delle Chiese d’Oriente che celebrano quest’oggi la Pasqua. Il Signore risorto rechi a tutti i doni della sua luce e della sua pace. Christos anesti!
Ricevo con profondo dolore le drammatiche notizie provenienti dalla Siria, riguardanti la spirale di violenza che continua ad aggravare la già disperata situazione umanitaria del Paese, in particolare nella città di Aleppo, e a mietere vittime innocenti, perfino fra i bambini, i malati e coloro che con grande sacrificio sono impegnati a prestare aiuto al prossimo. Esorto tutte le parti coinvolte nel conflitto a rispettare la cessazione delle ostilità e a rafforzare il dialogo in corso, unica strada che conduce alla pace.
Si apre domani a Roma la Conferenza Internazionale sul tema “Lo sviluppo sostenibile e le forme più vulnerabili di lavoro”. Auspico che l’evento possa sensibilizzare le autorità, le istituzioni politiche ed economiche e la società civile, affinché si promuova un modello di sviluppo che tenga conto della dignità umana, nel pieno rispetto delle normative sul lavoro e sull’ambiente.
Saluto voi, pellegrini provenienti dall’Italia e da altri Paesi. In particolare, saluto i fedeli di Madrid, Barcellona e Varsavia, come pure la Comunità Abramo, impegnata in progetti di evangelizzazione in Europa, i pellegrini di Olgiate Comasco, Bagnolo Mella e i cresimandi di Castelli Calepio.
Saluto l’Associazione “Meter”, che da tanti anni lotta contro ogni forma di abuso sui minori. Questa è una tragedia! Non dobbiamo tollerare gli abusi sui minori! Dobbiamo difendere i minori e dobbiamo punire severamente gli abusatori. Grazie per il vostro impegno e continuate con coraggio in questo lavoro!
A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!


QUINTA DOMENICA DI PASQUA

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri.

1. << Come io ho amato voi >>

Gesù ha illustrato il suo insegnamento con la esemplarità del suo modo di vivere. Non poteva proporci una meta così alta senza tracciarne la via. Poscia ha invitato i suoi discepoli ha seguirlo.
Ma a ben riflettere, quella tracciata da Gesù è una strada senza meta perché essa coincide con lo stesso cammino. Infatti Gesù, lungo la via che porta a Gerusalemme si attarda or con questa or con quella persona per rispondere alle loro necessità.
La strada coincide con l’attenzione al prossimo, o, meglio, col farsi prossimo!

2. << Così amatevi anche voi gli uni gli altri >>.

Con lo sguardo sempre fisso a Gesù, icona dell’amore divino dal volto umano, il discepolo ogni mattina dice: oggi ci voglio ri-provare.
Talvolta parlare di donazione di sé, di amore disinteressato, di agape fraterna, può servire da incoraggiamento, ma non  possiamo essere soddisfatti perché  ne abbiamo parlato, fosse anche davanti ad una platea incantata.
Oggi la testimonianza sulla misericordia deve precedere il dipanare argomenti.
“ L’esempio trascina” diceva un antico adagio.
Questo vale soprattutto in tempi, come il nostro, nei quali la parola non trova più ascoltatori. Eppure tutti parliamo e ci illudiamo di essere ascoltati oppure letti!

L’ esempio ha una eloquenza flebile e silenziosa, sottile e penetrante, capace di imboccare le vie del cuore senza fare violenza.
Non gesti “simbolici”, ma stili di vita capaci di delineare il volto di Cristo e renderlo a noi contemporaneo.
L’attualità di Gesù dipende molto dai cristiani: il nostro comportamento come può facilitare , così può ostacolare il rimando al Cristo e per lui a Dio.
La preghiera di san Francesco è sempre attuale: Signore fammi strumento di tua pace …

3. A cosa porta lo stile di vita ispirato al comportamento di Gesù?

Si può trovare la risposta nella visione che Giovanni pregusta nella speranza.
Immettendo nei nostri comportamenti la linfa dell’amore di Cristo, il cielo e la terra, come pure la Città degli uomini, riprenderanno il “volto” paradisiaco. Torneranno a meravigliare come il giorno della creazione.

Laicità non vuol dire che dobbiamo pensare un mondo senza Dio o, al più, rinchiuderlo nel proprio intimo.
Continua l’apostolo nella seconda lettura: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.

La tradizione ha voluto che questa visione rimanesse in cielo, mentre l’apostolo Giovanni ci riferisce di aver visto la Gerusalemme nuova “scendere” dal cielo.

Riepilogo

L’incarnazione continua anche dopo la risurrezione.
Nelle domeniche scorse ci è stato riferito:
La Maddalena lo “riconosce” quando si sente chiamare per nome;
I discepoli lo “vedranno” nella Galilea delle genti ( il Papa traduce: nelle periferie esistenziali);
Il Risorto s’incarna nella “filantropia” di Pietro;
Sulle rive del lago nessuno gli chiese “Chi sei”, ma condivisero con lui i frutti del lavoro perché sapevano bene che era il Signore quel “vu cumprà” che macinava chilometri sul bagnasciuga.


QUARTA DOMENICA DI PASQUA

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

1. Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni.

La quarta domenica di Pasqua ci propone sempre un brano del vangelo che parla di Gesù, buon pastore.   Per questo motivo la giornata è dedicata alla preghiera per le vocazioni, secondo l’invito di Gesù: pregate il padrone della messe perché mandi operai alla sua messe.
Ascoltiamo Gesù e, all’unisono,  eleviamo preghiere per le vocazioni.

Oltre a pregare, oggi dobbiamo anche riflettere sulla vocazione che ci accomuna tutti e dire grazie per essere stati donati a noi stessi.
Vivere da dono equivale a prodigarci per il bene del prossimo. Il dono, infatti, è tale quando è offerto.  Il dono non appartiene a se stesso ma ad altri.
Diceva il papa Paolo VI: Ogni vita è vocazione.
Siamo stati chiamati alla vita per donarci.   Ognuno, poi, concretizza questa comune chiamata ( = vocazione ) secondo la propria indole e la propria sensibilità.

Possiamo ora facilmente comprendere che la misericordia è il primo modulo che incarna la vocazione vista come dono di sé.
Non farlo è come rinnegare la nostra stessa natura; è come se dicessimo: io sono astemio all’acqua!

2. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno.

a) Gesù propone un fine positivo a chiunque lo segue: vita eterna.
Chi lo segue non ha davanti a sé come meta, “il nulla eterno”, ma l’ingresso in una esistenza che non conosce stagioni.
Dice san Paolo: saremo trasformati.
Non sappiamo i connotati della vita eterna, ma ne abbiamo certezza di fede in Cristo risorto che stiamo celebrando in questo tempo di Pasqua come primo di coloro che risorgono.

“Io do loro la vita”: la vita eterna è un dono.
Sapere questo ci aiuta a comprendere le predisposizioni interiori di chi offre e di chi riceve il dono.
Chi non è stato alcune volte donatore e altre volte donatario?
Basti richiamare alla mente lo stato d’animo che avevamo nell’un caso e nell’altro.
Questo può facilitarci nel tessere la nostra relazione di fede alla sequela di Gesù, buon pastore.

b) Chi di fatto segue Gesù? A chi è donata la vita eterna?

La seconda lettura, dopo averci detto che coloro che seguono Gesù formano una moltitudine  che nessuno può cantare, risponde anche alla seconda domanda: la vita eterna è donata a “coloro che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello”.
Il Giubileo non trascorra invano, ma valorizziamolo immergendoci nel lavacro della misericordia divina e indossiamo l’abito della bontà, dell’umiltà, della mansuetudine, della pazienza, della sopportazione e del perdono scambievole. Tutte qualità che si ritrovano nella simbologia della veste bianca battesimale.

3. I primi segnali di un bivio o di uno scisma?

Dopo la risurrezione  i discepoli di Gesù continuano a frequentare sia il tempio e sia le sinagoghe.
Parlavano di Gesù e di come Dio lo aveva sottratto alla morte.
Per loro l’evento Gesù doveva essere inserito nella tradizione religiosa di tutto il popolo. Non vedevano la vicenda del loro Maestro e la loro stessa esperienza avulse dalla tradizione dei Padri.

A mano a mano, però, anche a motivo dei dissapori e delle incomprensioni che sorgevano con gli ascoltatori, essi presero coscienza di essere portatori di un annuncio che non trovava spazi nella religione istituita, anzi, lo vedevano sempre più come un annuncio di rottura col passato.
Questa rottura non tarda ad arrivare.
Nella sinagoga di Antiochia in Pisidia se ne ha una prima avvisaglia: era necessario – dice Paolo – che fosse proclamata prima a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete (…) noi ci rivolgiamo ai pagani.
È bene notare che Paolo scopre la sua vocazione di apostolo delle genti grazie a questa incomprensione.
Egli durante i suoi viaggi continuerà a frequentare la sinagoga là dove c’è, ma nello stesso tempo fonda comunità con una identità propria basata sull’annuncio di Gesù crocefisso e risorto.


TERZA DOMENICA DI PASQUA

Si riparte dal mondo del lavoro.

A. Siamo tra i pescatori sul mare di Tiberiade

1. Sul lago di Tiberiade, mentre riassettavano le reti, Gesù li aveva chiamati per un corso triennale di introduzione alla fede. Non impartiva  lezioni in cattedra: qualche volta sulla barca, altre volte in casa o lungo la strada; nelle belle giornate in aperta campagna o seduto su un sasso in montagna. ma aveva condiviso tempo e circostanze.
In una parola: Gesù non fu un teorico dottrinale cattedratico, ma insegnava partendo dalle vicende della vita aiutando i discepoli a cogliere in esse la presenza di Dio.

Ai discepoli del Battista aveva detto:<< Venite e vedete>> (Giov. 1,39).

Dal racconto che gli evangelisti fanno di questa scuola si può dire che il triennio non è bastato ai discepoli.
Essi hanno bisogno di un corso supplementare che il Risorto si rende disponibile a farlo.
In queste prime tre domeniche di Pasqua la liturgia ci ha raccontato  questo “corso di sostegno”.
Oggi termina il racconto delle apparizioni.
Domenica prossima ci presenterà Gesù buon pastore.

2. Erano pescatori e se ne tornano a pescare.

E qui, mentre esercitano la loro professione, essi fanno esperienza della presenza del Risorto.
Nella vita feriale, nello mondo del lavoro, il Risorto trova il modo di far sentire la sua presenza durante la condivisione del cibo.
Viene in mente l’esclamazione di Giobbe: mai ho mangiato da solo il mio tozzo di pane!
Il Risorto invita questi pescatori a mettere insieme a quello che ha preparato sul fuoco di brace i frutti del loro lavoro, pescato oro ora.
Alla luce di ciò forse dobbiamo ripensare il concetto di laicità e di autonomia delle cose terrene dal sacro.
Il credente non indossa i panni della fede in alcuni ambienti e in altri li dismette!

3. Lungo le rive del lago li aveva chiamati e qui, a conclusione del corso di formazione itinerante, il Risorto dà appuntamento per promuoverli.  Non nel tempio, ma in ambiente di lavoro.
Questa la motivazione dell’abilitazione:E nessuno dei discepoli osava domandargli <<Chi sei?>>, perché sapevano bene che era il Signore.
Se riusciamo a condividere il pane con l’affamato, a dare un alloggio a chi non ha un tetto …senza domandargli <<Chi sei, donde vieni?>> perché sappiamo bene che è il Signore, allora saremo promossi anche noi.        Prossimità di stile cristiano!

B. << Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini >>

1. Questa affermazione va intesa come rivendicazione del primato della coscienza e del suo libero esercizio.
La storia ha sempre registrato persone e movimenti che si sono arrogato il diritto di parlare a nome di Dio.
Questo accade quando la persona non vuole rispondere del proprio operato ( dice di essere ispirata dall’Alto ) ed in più, per farsi strada, fa leva sul sentimento religioso altrui.
Colui che rivendica il primato della libertà di coscienza si assume la responsabilità delle proprie azioni, lasciando ai posteri e alla storia il giudizio se ha agito dietro ispirazione divina.

2. Presa alla lettera, questa espressione ha generato fatti, e continua ancora a produrne, che sanno di sopraffazione e di conquista.
Basti ricordare alcuni dei famosi motti che la storia ci ha tramandato:

<<Deus nobiscum>> era il motto degli eserciti del primo millennio
<< Dio lo vuole!>>, fu il grido di battaglia usato da Pietro l’eremita;

<< Kamikaze >> = vento divino;
<< Gott mit uns >> portava scritto sulla fibbia del cinturone l’esercito tedesco;

<< In God we trust>>  è il motto degli Stati Uniti d’America che sostituì  “E pluribus unum”. Fin qui nulla da osservare! Scritto, però, sulle banconote è alquanto deviante!

Sono tutti motti che fanno riferimento a Dio per allargare il proprio dominio o con le armi o col denaro.

Dio, incarnandosi, ha messo al centro l’uomo. Assumiamoci le responsabilità del nostro agire personale e sociale dando valore ai contenuti della nostra fede praticandoli in prima persona.
Il cristiano non impone, ma propone soprattutto il suo stile di vita.

C. Dopo pranzo il Risorto dà la pagella a Pietro

L’esame verte sull’amore divino incarnato da Gesù ( il verbo che lo esprime è “agapào”).
Viene chiesto a Pietro non di argomentare su questo tipo di amore, ma se sa viverlo pure lui così come ha fatto il suo Maestro: se riesce ad essere un unicum con lui mediante questo tipo di amore.
Pietro approfitta che Gesù ha voltato lo sguardo verso il mare e d’un fiato risponde: ma certo, tu lo sai che ti sono amico.( filo se!).
E il Risorto: ma io non ti ho chiesto questo. Ti ho detto: agapas me?
Pietro comincia a sentirsi stretto, ma col suo intuito coglie un secondo frammento di “distrazione” di Gesù per dargli, elaborata, la stessa risposta:filo se
Il Risorto si volta, ma Pietro non regge il suo sguardo, abbassa gli occhi e si rattrista.
Gesù gli si avvicina e gli sussurra: fileis me? 
E Pietro: filo se!
Che dire?
Il Risorto torna nuovamente a “incarnarsi” nella situazione di Pietro e lo promuove. Ma nel contempo gli dice: seguimi.

In questo racconto c’è la storia di ogni cristiano. Gesù con la sua resurrezione non si è allontanato da noi, ma continua a camminare a nostro fianco per accompagnarci sulla via tracciata da lui.


SECONDA DOMENICA DI PASQUA, in Albis FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime

“Io sono come san Tommaso!”, si sente dire spesso!
Ebbene, l’apostolo Tommaso si è dimostrato assiduo all’appuntamento domenicale della Comunità anche se a lui il Risorto non era apparso.
Finché è arrivato anche per lui il momento di “percepire” la presenza del Risorto e di professare per primo, tra gli apostoli, la sua fede: Signore mio e Dio mio.
Stiamo attenti!
Quando estrapoliamo spezzoni di frasi o di comportamenti di una persona rischiamo di offrirne un’immagine distorta oppure lo facciamo perché dobbiamo giustificare il nostro modo di vivere.
Con la sua perseveranza Tommaso è riuscito a nutrire di fede i suoi riti religiosi.

P A S Q U A

Ogni domenica è chiamata Pasqua della settimana.
La liturgia, però, dà grande risalto alla prima di queste Pasque settimanali proponendoci di viverla nell’arco di otto giorno.  Oggi, seconda domenica di Pasqua, termina questo ottavario.
È evidente che la fede dei credenti, recepita dalla liturgia, vede la Pasqua come  “la festa”  della comunità cristiana.
Per otto giorni, durante gli incontri di preghiera, abbiamo ripetuto:Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo.
Un unicum in otto giorni!
Peccato che sono pochi i cristiani che vivono questo clima liturgico. Per la maggior parte la Pasqua è già passata! 
 Perché un così grande rilievo è dato alla Pasqua?
La risposta ce la dà san Paolo: se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede ( cfr 1 Cor. 15,17 ).
La risurrezione è come la “prova provata” che Gesù di Nazareth non ha mentito quando si è presentato come l’inviato di Dio, il Messia.
Con la risurrezione siamo certi che Dio si è fatto uomo in Gesù: si è incarnato per tracciare in questo mondo segnato dal male, l’unica strada che porta alla vita eterna ed è quella dell’incarnazione o della misericordia.
Il credente deve  percorrere la via dell’incarnazione  avendo la Pasqua come meta.
Se viviamo lo spirito del Natale, cioè dell’incarnazione, potremo sperare di giungere alla  Pasqua. Ecco perché a conclusione delle feste natalizie la liturgia ci fa annunciare la data della Pasqua.
Tra il Natale e la Pasqua c’è la strada dell’incarnazione: quella che ci fa scendere da cavallo e ci fa prendere cura del prossimo stanco e sfiduciato, accasciato lungo i margini della vita sociale. In una parola: i panni dell’incarnazione non sono quelli della festa, ma quelli che ci permettono di “sporcarci le mani” e di impolverarci. Li possiamo chiamare : i panni della misericordia!
Non dobbiamo mai dimenticare che il tempo della fede è scandito dai palpiti dell’incarnazione.
Il Natale diventa criterio di valutazione dei nostri giorni.
La fede in Gesù che è “passato” (= pasqua) da questo mondo al Padre attraverso la strada dell’incarnazione, ci oriente a tracciare il cammino della misericordia e ci incoraggia a percorrerlo.

Proposta
Prendiamo dal libro dell’Esodo 3,7 i verbi che ci mettono in cammino sulle strade della misericordia:
1. Ho osservato la miseria del mio popolo ( avere lo sguardo panoramico per vedere la realtà che ci circonda)
2. Ho udito il suo grido ( metterci in ascolto per com-prendere le difficoltà del prossimo )
3. Conosco le sue sofferenze ( per intervenire con gesti mirati )
4. Sono sceso : ( abbandono il mio ambiente per condividere l’ambiente del prossimo)
a) per liberarlo (questo chiedeva il popolo: uscire da una condizione di schiavitù e questo il Signore Dio compie);
b) per condurlo verso un paese bello e spazioso ( il misericordioso si fa compagno di viaggio; affianca i discepoli di Emmaus per farli uscire dal dubbio e dallo scoraggiamento e portarli alla fede).

La devozione alla “Divina Misericordia”  non può fermarsi alla preghiera e alla contemplazione dell’immagine  di Gesù misericordioso, né a raccontare le apparizioni avute da santa Faustina.
Tutto ciò è buono se ci aiuta a vedere i fratelli che arrancano sul cammino della vita e ci porta ad affiancarli.
<< Camminare insieme >> deve essere il motto di tutti i credenti in Cristo, Volto della Misericordia del Padre.



martedì 29 marzo 2016

martedì 22 marzo 2016

DOMENICA DELLE PALME

È bene ribadire quanto già detto altre volte e cioè: il tempo non è né sacro né profano, ma siamo noi a qualificarlo in base al riferimento che abbiamo o non abbiamo con Dio.

I monti saltellavano come arieti agli occhi dei deportati che tornavano in patria!

Poiché la santità è propria di Dio ( “Tu so lo sei santo”, diciamo nel gloria ), il nostro tempo diventa santo quando in esso cogliamo la presenza dell’Altissimo o quando viviamo spiritualmente in comunione con lui.     Quando viviamo in grazia di Dio, come comunemente si dice.


Questa settimana è detta santa perché santificata dalla morte e resurrezione di Gesù. Cioè

in questi giorni Gesù visse nella fede “l’abbandono” di Dio: una solitudine che celava la presenza del mistero. Dio, poi, si manifestò come fonte della vita.



Noi siamo invitati a vivere questi giorni con quella predisposizione d’animo capace di farci cogliere i frutti della redenzione la quale consiste nella “remissione dei peccati”.

In sintesi: questa settimana sarà per noi santa se ci vedrà impegnati a prendere le distanze da ogni genere di peccato e se ci lasceremo attrarre dal fascino del messaggio evangelico.


venerdì 18 marzo 2016

Settimana Santa


martedì 15 marzo 2016

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA


IDEA LUCE: Neanch’io ti condanno.



  1. Gesù assume un atteggiamento di attesa  perché desidera estendere la sua misericordia anche agli accusatori della donna.

Nel frattempo scrive per terra. Ma poiché le disposizioni interiori tardano a manifestarsi, sarà lo stesso Gesù a provocarle: Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei.

Parole che provocano una reazione  conseguenza di una immediata introspezione condotta sul binario della sincerità e della umiltà.

Il Giudice quando formula il giudizio deve tener conto della sua personale condotta!?

Costoro l’hanno fatto!

La parola di Gesù aveva richiamato alla loro mente peccati sopiti o lontani nel tempo ( quindi metabolizzati ) oppure peccati con i quali avevano finito per conviverci.

A differenza della nostra epoca in cui condanniamo nella speranza che i nostri “debiti” non s’appurino. Viviamo, infatti, in un tempo basato su questa mentalità diffusa: finché il mio non s’appura sono un onesto cittadino.



  1. a)  Il perdono di Gesù è legato ad un proposito che la donna deve mettere in pratica: Va’ e d’ora in poi non peccare più.

Il perdono è legato al proposito di prendere le distanze dal male fatto; fare una scelta di una nuova pista sulla quale cominciare a danzare la vita con più agili coreografie; girare pagina e provare a scrivere il diario direttamente in bella.



            b)  <<  Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più >>

  • Senza questo atto sincero di pentimento è come se stessi a dire: perdonami, Signore, ma quando lo decido io. Per il momento tienilo sospeso perché ho ancora altri “sassolini” da togliermi.

Si racconta che un signore uscito di chiesa confidasse agli intimi in piazza il contenuto della sua preghiera appena fatta: ho detto a Gesù Cristo “segna!” ( = mettimelo in conto!), ma io la soddisfazione contro  quel tale me la devo togliere!



  • Oltre al proposito vero e sincero, è necessario per ottenere il perdono, prendere coscienza che quello che ho fatto è ritenuto male da Dio.

Più nutriamo la fede con la parola di Dio, più ci accorgiamo di ciò che è male ai suoi occhi.

Davide aveva collocato il suo duplice delitto ( adulterio e omicidio ) nell’ambito, oggi si direbbe, della “ragion di Stato”.

Ma quando il profeta Natan gli fa capire che dinanzi a Dio non esistono giustificazioni legate al ruolo o al grado gerarchico, si sente nudo dinanzi alla sua coscienza e dichiara: il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Quello che è male ai tuoi occhi ( Dio )io l’ho fatto.

In seguito a questa predisposizione d’animo, Natan comunica a Davide il perdono accordatogli da Dio.




QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA


IDEA LUCE: Un uomo aveva due figli.



  1. Da qualche anno si va dando risalto al soggetto della parabola: un uomo padre di due figli.

Il racconto non viene più indicato con il titolo “Parabola del figlio prodigo”, ma con il titolo “Parabola del padre misericordioso”.

La sottolineatura va rimarcata maggiormente in questo anno dedicato a Dio misericordioso.



  1. a) Dopo aver focalizzato il soggetto, la parabola ci presenta la relazione del figlio minore

con il padre. Come tutti i giovincelli si vede realizzato ed essendo benestante desidera accorciare i tempi per mettersi in proprio. Così si decide a chiedere la sua parte di eredità.

           

            b) Con i beni del padre, il figlio minore si mette in gioco, ma subito si ritrova sul lastrico.

<<Chi non raccoglie con me – dice Gesù – disperde>>.

È giusto che l’uomo debba trovare e interpretare l’autonomia nella gestione di se stesso e delle cose di questo mondo, ma senza tagliare i rapporti con la sua origine.

L’autonomia delle cose terrene, o laicità che dir si voglia, va organizzata dall’uomo e se questi è credente non può prescindere dalla sua fede nel dominare, coltivare e custodire le realtà di questo mondo.

La parabola non si rivolge a coloro che pensano di costruire il mondo senza Dio essendo indifferenti alla sua esistenza.

La parabola, infatti, nel raccontare il comportamento dei due figli, descrive la conflittualità interiore del credente che vuole Dio, lo cerca e lo accetta nella sua vita, ma lo vede esigente soprattutto sotto l’aspetto della misericordia.



Così il figlio minore è il credente che si accetta e convive con le sue trasgressioni e il figlio maggiore è l’osservante di facciata.



  1. Un pensiero dalla seconda lettura: la mediazione.


Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.

Se Paolo supplica la comunità di Corinto con le parole: lasciatevi riconciliare con Dio,  vuol dire che il sacramento della riconciliazione ieri come oggi non è facile da accettare.

Il Papa fin dall’inizio del suo pontificato si è fatto vedere sia come penitente che come confessore per invogliarci alla pratica di questo sacramento.

La riconciliazione avviene, dice il brano della seconda lettura, per interposta persona. Non si fa cenno ad un “filo diretto” tra me peccatore e Dio.

Ma, al contrario, balza chiaramente la mediazione di Cristo, e per lui, la mediazione dell’apostolo.



Ieri, sabato, il gruppo che ha partecipato al ritiro spirituale per intero ha accolto l’invito alla riconciliazione mediante il sacramento.



Siamo nell’anno della misericordia e stiamo vivendo la quaresima in preparazione alla Pasqua: valorizziamo questi giorni per trovare un momento per riconciliarci con Dio.

Facciamo nostra la supplica che Paolo rivolge ai Corinti.

In chiesa c’è un manifesto che riporta giorni e orari della celebrazioni del sacramento della confessione nelle parrocchie vicine.

Per la nostra Comunità c’è scritto che tutti i giorni sono buoni per confessarsi, basta chiederlo. Al di là delle celebrazioni di orario, la riconciliazione sta al primo posto tra gli impegni del parroco.






martedì 1 marzo 2016

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA


IDEA LUCE: Non c’è niente di nuovo sotto il sole ( Qoelet 1,9 )

  1. Un pensiero dal vangelo
Sembra che la storia dia ragione a Qoelet, attento osservatore della natura  e degli avvenimenti umani.
Nella prima parte del vangelo di oggi si fa cenno ad una strage sacrilega, avvenuta nel tempio, che sconvolse l’opinione pubblica di Gerusalemme.
A questo fatto Gesù aggiunse il ricordo di un episodio di cronaca forse già dimenticato: un incidente mortale sul lavoro mentre si stava costruendo o ristrutturando la torre di Siloe.

A nessuno sfugge la ricorrente attualità di questi fatti ai quali se ne potrebbero aggiungere molti altri. Ad esempio, e per restare sulla citazione di Qoelet posta come idea luce, si possono citare i versi di Sergej Aleksandrovic Esenin:
Morire non è nuovo sotto il sole
Ma più nuovo non è nemmeno vivere.
Con questi versi il poeta conclude la poesia lasciata nella camera d’albergo all’età di 30 anni, la notte tra il 27 e il 28 dicembre 1925.   (3.X.1895 – 28.XII.1925).
Per Sergej “morire” non è nuovo sotto il sole.
Ci si sta abituando anche a questi gesti; anzi  si vuole addirittura che siano garantiti dalla legge.

Nei giorni scorsi la cronaca ha riferito di un “artista” che aveva programmato in una clinica della Svizzera l’eutanasia il giorno del suo, pare, 93esimo compleanno.
È morto il giorno avanti!
Qualcuno, ironicamente, ha interpretato il fatto come “nemesi” della morte che si è riappropriata della sua prerogativa di giungere inattesa!
Qualche altro, in sintonia con il Giubileo, ha detto che la morte gli ha usato misericordia facendogli evitare il suicidio.

E che dire della attualità di questa terzina di Dante?
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Dinanzi a questi episodi che ancora oggi fanno dire “nulla di nuovo sotto il sole”, Gesù indica la strada della conversione per evitarli. ( seconda parte del vangelo di oggi ).
La strada, ovviamente, è quella tracciata da lui: convertirci, perciò, vuol dire dirigere i nostri passi dietro le sue orme.
Ciò accade quando cominciamo a mettere in discussione noi stessi, a fare autocritica si diceva una volta, mettendoci sotto i riflettori della luce evangelica.
Zappare, concimare, potare … sono azioni che indicano la cura della pianta che siamo noi, senza utilizzare scorciatoie, perché paziente e misericordioso è il Signore. Dio sa attendere anche chi si muove “a passi tardi e lenti”, purché li trascini sul retto cammino.

  1. Un pensiero dalla seconda lettura.
Questa lettura va ascoltata attentamente perché trasmette un messaggio di particolare importanza: non sono le cose che facciamo a renderci cristiani, ma dimostrano se lo siamo.
Dice la lettura:
tutti furono sotto la nube
tutti attraversarono il mare
tutti furono battezzati
tutti mangiarono lo stesso pane
tutti bevvero la stessa bevanda
ma non tutti, anzi la maggior parte di loro non fu gradita a Dio.

Tutto ciò che facciamo deve essere espressione della nostra fede e della carità verso il prossimo. Tutto finalizzato alla nostra conversione e alla nostra crescita in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini. Crescita non di facciata
La domenica, dopo aver ascoltato la Parola di Dio e dopo averla fatta oggetto di riflessione e di preghiera, devo averla, fuori la chiesa, come criterio che ispira il mio agire.
Se credo ai contenuti della preghiera, devo essere conseguente: farvi spazio nella mente per poi tradurli in comportamento.
Per restare nel tema dell’Anno Santo: credere nella misericordia di Dio mi deve portare ad essere misericordioso come stile di vita e non soltanto a compiere qualche gesto misericordioso. Non a caso il motto del Giubileo è: misericordiosi come il Padre.
Credo nel messaggio evangelico quando vi ispiro il ragionare e l’agire.

Dal messale
Fa’, o Signore, che alla pratica esteriore della Quaresima corrisponda una vera trasformazione interiore dello spirito, sia per la tua grazia che per la nostra attiva collaborazione.

GLOSSARIO DEL GIUBILEO
5. Il Pellegrinaggio
Da sempre è stato visto come metafora della vita.
Il rituale dei pellegrinaggi prevede che i pellegrini si radunino nella chiesa parrocchiale  per una preghiera prima di iniziare il cammino che li porterà nel santuario prescelto. La simbologia è chiara: siamo venuti da Dio, percorriamo le strade del mondo e torniamo a Dio. Essendo la chiesa e il santuario  simboli della presenza di Dio, essi sono all’origine e alla fine del pellegrinaggio come Dio lo è, per il credente, all’origine e alla fine della vita.
Durante il viaggio della vita il credente deve conservare  sempre il fine da raggiungere se vuole vedere il prossimo come compagno di cordata, altrimenti rischia di attualizzare la metafora dei “polli di Renzo” di manzoniana memoria.
Ahinoi! Purtroppo la storia con le sue guerre, la cronaca con le sue violenze e gli alterchi paesani stanno a dimostrare che il fine che Dio ci ha messo davanti non qualifica le nostre azioni.
Il Giubileo con i suoi pellegrinaggi ci aiuti a tener fissa la mente verso il traguardo della nostra vita. A questo proposito, la tradizione cristiana ha coniato un motto: memorare novissima tua et in Aeternum non peccabis. (= pensa costantemente al fine della vita e sicuramente ti asterrai dal male).


lunedì 29 febbraio 2016

Catechesi della Misericordia: preparazione alla Pasqua.


Pellegrinaggio S. Gabriele dell'Addolorata - Forania Carsoli


domenica 21 febbraio 2016

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA






La preghiera illumina il volto

1.      Pregare non è dire le preghiere

Gesù con la sua trasfigurazione ci insegna che altro è pregare e altro è dire le preghiere. Egli prega immergendosi nel mistero divino portandovi dentro le vicende della sua vita.
È facile pensare che abbia trasformato in preghiera sia lo smarrimento dei discepoli ai quali aveva confidato la sua dipartita in Gerusalemme, sia la lettura che egli ne faceva alla luce della tradizione religiosa fondata sugli insegnamenti di Mosè e di Elia.

2.      Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno.

Viene da pensare che la Domenica se non entriamo nel clima di preghiera,  dormire forse no ( ci siamo appena alzati ), ma sicuramente siamo assaliti da noia.
Ugualmente accade a chi non trova spazio in partita, oppure in piazza non riesce ad entrare in dialogo.
È accaduto a Pietro, Giovanni e Giacomo sia in questa circostanza sul monte, sia nell’orto degli ulivi.
Oggi il vangelo ci dice che << Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno>>; mentre nell’orto degli ulivi << dormivano per la tristezza>>.
Nell’un caso e nell’altro i discepoli hanno assicurato la sola presenza fisica , ma il loro cuore era altrove.
Se oggi in chiesa proveremo a immergerci nei contenuti della preghiera, il tempo ci sembrerà breve e la luce degli occhi renderà superfluo ogni cosmetico.

3.      Abramo, padre di tutti i credenti.

a)      Così lo definisce la Sacra Scrittura.   Nella lettura di oggi ci viene presentato immerso nella
natura della quale si sente parte, ma nel contempo ne è attento osservatore. Ciò gli permette di cogliere la propria unicità rispetto a tutto quanto lo circonda.    Non si sente avvolto dal mondo e dai suoi elementi: Abramo li guarda, li osserva, li interroga a cominciare dalle stelle fino alla sabbia che calpesta. Tutto lo aiuta a darsi risposte e a camminare con fede sui tratturi della vita.
Non è un idealista né un romantico “ante litteram”: i suoi greggi ed armenti gli impediscono di sognare!
Ad Abramo urgono risposte concrete che trova con l’aiuto della sua fede incipiente.

b)      In un primo momento cerca scorciatoie appellandosi al “così fan tutti” suggerito dalla cultura del tempo. Ma il figlio avuto da Agar mette in crisi il suo “matrimonio”.
Per salvarlo fu costretto a prendere una drastica decisione nei confronti della schiava e di suo figlio Ismaele.
Costoro però non furono abbandonati dall’Angelo del Signore!
Il gesto dell’allontanamento doveva contribuire a purificare la cultura del tempo con la fede e, sempre mediante la fede, a introdurre Abramo nei “tempi” di Dio.
Infatti se Abramo e Sara avessero avuto un discendente in “età fertile”, difficilmente Isacco  sarebbe stato  accolto come “figlio della promessa”.

c)      La lettura di fede della storia personale e di quella comunitaria avviane sempre “a posteriori”: si configura come una rilettura del passato alla luce di una fede non più condizionata dall’affanno e dall’incertezza del futuro. È una lettura pacata che permette di vedere come Dio ha tracciato la via ai lenti passi dell’uomo che arranca per sentieri impervi.

Siamo alla conclusione del primo trimestre dell’Anno della Misericordia.
Avvertiamo qualche germe primaverile oppure il seme è ben pressato sotterra?

GLOSSARIO DEL GIUBILEO

4 BIS:      MISERICORDIA  ( Segue )

È stato detto che la misericordia è il più grande attributo di Dio. Proprio per questo il Signore si è com-mosso: ha lasciato la sua condizione divina per indossare i nostri panni.
Il Cristianesimo è la religione della Incarnazione.
Del resto anche noi diciamo: “mettiti nei miei panni” quando desideriamo che un amico ci comprenda in pienezza.
Il cuore di Dio si commuove dinanzi all’uomo impigliato nella rete delle proprie fragilità. Si muove a compassione. Per questo si è mosso da cielo: per patire con noi. Ha preso su di sé le nostre debolezze. Non si sente estraneo dinanzi alla nostra sofferenza, perciò si è mosso; è sceso da cavallo e ha condiviso la cavalcatura col malcapitato.

Si sente corresponsabile: Gesù risponde di noi presso il Padre, fino a donare la sua vita. Muore al posto del peccatore. 

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA





Convertitevi e credete al vangelo!

1.      È questione di fede
La Comunità si è ritrovata pressoché al completo alla celebrazione di inizio della Quaresima. Ciò lascia ben sperare circa l’impegno di progredire sulle vie proposte dal vangelo.
Ci è stato detto che la conversione dipende dalla fede: più crediamo in Dio e sua alla Parola, più speditamente camminiamo sulla via della penitenza evangelica.
La misericordia divina sia balsamo e ristoro lungo le tappe quaresimali. Buona Quaresima!

2.      Dal pensiero all’azione.
Prima di iniziare la predicazione, Gesù si ritira per riflettere su come presentarsi al popolo per farsi conoscere nella sua identità di Messia.( Sappiamo che gli è costato sacrificio; per cui a noi se non costa nulla dirci cristiani forse stiamo sulla strada sbagliata!)
Il discernimento che Gesù fa nel deserto ci viene raccontato come una lotta tra il suo essere uomo e il suo essere Dio. Con quali criteri programmare la predicazione con quelli che sono suggeriti da Dio o con quelli vengono  dall’uomo?
Sembra che l’Incarnazione non abbia ancora ripristinato la relazione di comunione tra l’uomo e Dio. È necessario che Gesù si sottoponga alla prova dell’Eden.
Tutti sperimentiamo la conflittualità interiore che san Paolo ci racconta con queste parole: Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. ( Rom. 7,15 ).
Allo stesso Paolo però vien detto: ti basta la mia grazia ( 2 Cor. 12,9 ).
Gesù supera questa conflittualità a tal punto da sentirsi libero di disporre della sua vita: nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo ( Giov. 10,18 ).
Per raggiungere la piena libertà di fronte al male, Gesù ha seguito il seguente criterio:
a)      Si è nutrito della parola di Dio senza dimenticare di sfamare le folle;
b)      Si è messo in preghiera e in adorazione del Padre al punto da trasfigurarsi nel volto  senza mettere a disagio chi l’avvicinava;
c)      Non ha reso vano il nome di Dio pur dando dignità all’uomo.
Ha capovolto, cioè, i criteri che ispirano il nostro agire che sono:
-          La ricerca del “soldo” e di tutto ciò che simboleggia;
-          Dal possesso del denaro a sentirsi “potenti” il passo è breve ( Voglio e posso! );
-          Come terzo gradino:la ricerca del successo con gli “intrecci”  celati che annoda.
Ci rendiamo conto che molti sono gli ambiti sui quali fare discernimento in questo tempo quaresimale.

3.      Dalla prima lettura.
a)      Domenica scorsa ci siamo soffermati sulla fede in Dio creatore. Sul fondamento di questa fede la sacra scrittura ci tramanda l’offerta delle primizie a Dio come segno di ringraziamento per aver dato all’uomo l’utilizzo di questo mondo per ricavarne i beni necessari alla vita.
Oggi la liturgia ci propone la preghiera che il pio israelita pronuncia mentre presenta le primizie all’altare.
La preghiera consiste nel raccontare i cosiddetti <<magnalia Dei>> (= le grandi cose fatte dal Signore in favore del popolo ).
Anche la Madonna, nel Magnificat, racconta ciò che il Signore ha operato in lei e nella vita del suo popolo.

b)     La preghiera riferita dalla prima lettura di oggi racconta la liberazione dall’Egitto grazie ad un intervento di Dio.
Il pio israelita vede la Palestina come “terra promessa” e, quindi, come dono di Dio. Questo è un nuovo motivo, che si aggiunge a quello della fede in Dio creatore, per offrirgli le primizie.
La preghiera inizia riconoscendo la condizione dei Padri che erano Aramei erranti ( oggi diremmo: migranti, apolidi, senza fissa dimora, clandestini … ), che comprarono un fazzoletto di terra in Palestina da destinare alla sepoltura. Qui, figgiti dall’Egitto, gli Ebrei portarono le ossa di Giuseppe.
La sacra Scrittura ci racconta, poi,  come si espansero e si insediarono mediante la conquista.

c)      La lettura stimola la riflessione sul discernimento dei segni della presenza di Dio nella nostra storia, perché ancora oggi il credente cede alla tentazione di far passare come volere di Dio proprie aspirazioni, oppure occupa spazi e ruoli in suo nome.

E che dire dei tanti fenomeni e miracoli che la cronaca registra?

Resta, tuttavia, un dato certo: Dio si rende presente nella nostra storia: non è un Dio lontano! A noi il compito non facile di metterci sulla sua lunghezza d’onda.
Come fare?
Ci possono aiutare le parole dell’apostolo Giovanni:Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro ( 1 lettera di Giovanni 3,3 ). Una coscienza pura è, dunque, lo strumento base che ci mette nella condizione di metterci alla presenza di Dio innanzitutto là dove egli ci ha detto di stare: comunione fraterna, ascolto religioso della Parola, Sacramenti.
Se non riusciamo a trovarlo qui, fermiamoci e riflettiamo; cercarlo altrove potrebbe significare che andiamo alla ricerca del sensazionale: da qui, cadere nella superstizione, il passo è breve.
Del resto, nelle tentazioni del deserto Gesù non rifiuta proprio il sensazionale?    

Gesù pianse su Gerusalemme per non aver saputo riconoscere il tempo in cui era stata visitata.
Saper riconoscere i segni della presenza di Dio nella nostra storia non solo è importante, ma doveroso.
Il Risorto dice: ecco, sto alla porta e busso.

Segni non eclatanti, ma silenziosi e discreti che dobbiamo saper discernere nella fede ed accoglierli entro un clima di misericordia e di carità operosa.