Pereto - Rocca di Botte

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giovedì 29 settembre 2016

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ospiti e pellegrini con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese.


LA NOTTE DELLA LIBERAZIONE

Il romanticismo della speranza ( come i canti delle trincee! ).

L’autore del libro della Sapienza ( un romantico razionale ?) nel brano proposto dalla prima lettura ci tramanda sue riflessioni sulla liberazione degli antenati dalla schiavitù egiziana.


Una liberazione vissuta anzitutto nella speranza.


Fu un avvenimento atteso e preparato col coraggio della fede diramato con la voce del vento perché diventasse respiro comune.


Il coraggio vicendevole e la solidarietà diventata ossigeno , si fusero in “sacro giuramento” capace di muovere passi decisi sulla sabbia e sicuri nell’attraversare il mare.

La storia raccontata dai vincitori.


Dov’era Dio in questa vicenda?


Dalla parte dei giusti, risponde l’autore. Infatti i carri degli Egiziani – nostri oppressori – furono travolti con i loro cavalli e cavalieri.


Oggi noi diciamo che Dio sta dalla parte di chi fa il bene e pratica la giustizia.

Domenica scorsa Gesù ci ha ricordato che non è venuto per fare il giudice nella spartizione dell’eredità e di conseguenza nella spartizione del mondo e dei beni da esso offerti e delle guerre che facciamo per essi.


Di tutto ciò la responsabilità è soltanto nostra e ne risponderemo quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria.


Ma ci ha anche suggerito di stare lontano da ogni cupidigia.

Dove desumere i criteri del bene e della giustizia?


I frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male sono riservati al Creatore anche se fin dai primordi l’uomo glieli contende.


L’uomo di fede non cavilla per appropriarsi dell’albero, ma attinge lumi dal messaggio evangelico e ne fa discernimento. Con il discernimento mette in gioco la sua libertà e di conseguenza la sua responsabilità.


Egli non è un distaccato esecutore di ordini, ma esercita “l’obbedienza della fede”.


La fede, cioè, lo pone in atteggiamento di ascolto ( audire ) favorevole, quindi ascolto fruttuoso (ob).


Non accade così anche nei nostri momenti di reciproca fiducia ( fede ): ci ascoltiamo volentieri, <<pendiamo dalle labbra>> e facciamo nostro il messaggio accolto, alcune volte anche senza fare discernimento tanta è la fiducia che nutriamo nell’interlocutore?


Esigenza di riferimenti comuni.


La nostra natura sociale richiede principi comuni cui ispirare il comportamento.


Le leggi che si danno gli Stati, gli Statuti e i Regolamenti degli enti intermedi rispondono a questa esigenza. C’è chi si ferma a queste norme formate dagli uomini a maggioranza.


Ci sono molti la cui coscienza non si accontenta di queste leggi, anzi, le sottopone a giudizio in base ad altri principi protestando un altro ordine di norme dette morali, la cui osservanza crea serenità di coscienza mentre l’inosservanza, turbamento.


( In tutte le conversazioni si sente dire: non facciamo moralismi. Ma con il pretesto di non fare moralismi si sta emarginando ogni riferimento alla morale ).


Di per sé anche l’inosservanza delle leggi dello Stato dovrebbe procurare turbamento non per paura della sanzione, ma per il comportamento scorretto, quindi falso, nei confronti dei concittadini.(Non esistono leggi meramente penali ).


Oggi questa sensibilità è pressoché inesistente, per questo è necessario rimettere al centro dell’attenzione la norma morale che compromette la coscienza e quindi provoca la serenità o il turbamento interiore.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

i sandali consunti … lo sguardo sempre oltre

Il metodo di Qoèlet: dalle creature al Creatore.

Le letture di oggi ci invitano a cercare il fine che sintetizzi e dia senso alle molte cose che facciamo nello scorrere degli anni.

Lo sbozzatore coordinava il suo lavoro con quello delle altre maestranze del cantiere; aveva in mente una visione di sintesi dell’andirivieni del cantiere, tanto da dire: io sto costruendo una cattedrale.

Il fine ( la costruzione della cattedrale ) diventa nella mente dell’apprendista scalpellino il movente del suo agire. Anche se materialmente il suo ruolo era di preparare le pietre, egli si sentiva collaboratore dell’unica opera in costruzione: la cattedrale che già immaginava finita.

Il Qoèlet ci aiuta a non parcellizzare le vicende della vita: la sua esperienza è come un colpo d’ala che ci porta ad avere uno sguardo panoramico << perché tra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia>> ( Messale romano ).

Vanità, parola che richiama il concetto del vuoto, del non senso.

Il Qoèlet sembra dire: se racchiudiamo la nostra esistenza entro una visione intramondana rischiamo di leggere la fatica negli avvenimenti della vita e l’intera esistenza perde di senso, diventa vuota.


Proviamo, invece, a dare una prospettiva al presente orientandolo, come fa il Qoèlet, verso l’eternità e tutto cambia: sia la visione della vita, sia il senso delle cose che ci danno gioia e sia quelle che ci affliggono.

Proprio perché fa delle vicende della vita una lettura realistica e senza sconti, il Qoèlet conclude dicendo che senza l’eternità, cioè senza Dio, tutto è vanità.


Queste le parole con le quali termina le sue riflessioni sulle vicende umane: Conclusione del discorso, dopo aver ascoltato tutto: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l’uomo.


Infatti Dio citerà in giudizio ogni azione, anche tutto ciò che è occulto, bene o male. (12,13-14)


CODICILLO
Non nominare il nome di Dio invano


Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità.


Il secondo comandamento può essere letto insieme a ciò che dice il Qoèlet.


“Dio invano” è come ridurlo alla stregua delle cose di questo mondo.


Dio si è fatto uno di noi per comunicarci i segni della sua presenza così da alzare lo sguardo al cielo come ha fatto il Qoèlet.


Nominare Dio “per vanità” è come ridurlo a frivolo ornamento della nostra persona. Un monile.


A noi il compito di accogliere questa sua disponibilità nei modi da lui decisi.


Non ce ne possiamo servire a nostra fatuità.


Dalla seconda lettura. 
 
In Gesù risorto vive sia la nostra definitiva resurrezione sia i parziali cambiamenti di vita che a mano a mano ci cristificano: ci fanno diventare cristiani.


Nella seconda parte l’Apostolo ci elenca le inclinazioni che ci fanno sbandare dalla retta via e che impediscono o rallentano il cammino di immedesimazione in Cristo, il quale <<è tutto in tutti>> coloro che seguono questi suggerimenti.


Questa immedesimazione in Cristo è talmente identificativa da mettere in ombra le differenze di natura.


Per questo la lettura a conclusione dice:
<< Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o in circoncisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto in tutti>>.


L’elenco suggerito da Paolo delle cose che contrastano col cammino di vita cristiana sono:impurità,immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria.

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

il dialogo con Dio prima espressione della fede



Il “Padre nostro” che sappiamo a memoria ci è stato tramandato dall’evangelista Matteo (6,9-13).


Nella prima parte contiene tre richieste e quattro nella seconda.

La versione che ci ha tramandato Luca (11,2-4) e che si legge oggi in chiesa, contiene due richieste nella prima parte e tre nella seconda.


MATTEO

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.


LUCA

Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdonaci i nostri peccati,
perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione”.


Gesù ci invita a rivolgerci a Jahvé con la familiarità che abbiamo tra le mura domestiche, ma anche con la certezza e con la fiducia di essere accontentati.


La parola Padre o Papà evoca una relazione di sicurezza, ma genera anche una relazione di fraternità.


Nella visione di Gesù l’umanità è considerata come la “famiglia di Dio” e gli umani fratelli tra loro.


Da questa visione scaturiscono conseguenze pratiche che qualificano la relazione della singola persona con Dio e i nostri reciproci rapporti.

“Padre nostro” dice che Dio è Persona, non un’idea o un nostro pensiero, che desidera essere accolta con i connotati della paternità: deriviamo la nostra esistenza da lui.

Uno solo è il Padre, quello celeste, e voi siete tutti fratelli (cfr. Matteo 23,8 ).

Durante questo Anno Santo della Misericordia ci si attende che in ogni casa rinverdiscano quelle virtù che derivano dalle relazioni filiali e fraterne: accoglienza, solidarietà, dialogo pacato e costruttivo …

La liturgia della Parola di questa domenica ci invita a mantenere costante il nostro dialogo con Dio.

Il dialogo si concretizza in un colloquio che si fonda sul reciproco ascolto.

Dio ci parla attraverso le letture proclamate e noi rispondiamo in base a ciò che abbiamo ascoltato.

La preghiera della prima lettura ha come oggetto la vita che conducono gli abitanti di Sodoma e di Gomorra.


Le notizie che giungono al Cielo non sono buone, ma prima di prendere una qualsiasi decisione, Dio desidera rendersi conto di persona: decide di fare un sopralluogo.


<< Voglio scendere a vedere>>.


Ciò accade perché Dio – dice il profeta Isaia ( cfr. 11,3 ) – non giudica secondo le apparenze e non prende decisioni per sentito dire.
È una città intera da giudicare, non può fermarsi alle notizie sollevate dal chiacchiericcio. Prima di giudicare e di agire, Dio vuole vedere di persona e per questo scende.


La Preghiera di Abramo


Abramo entra in dialogo con Dio nel ruolo di mediatore.


La sua difesa a beneficio della città si fonda sulla cultura della giustificazione vicaria: a motivo del giusto anche l’empio ottiene misericordia.


Mentre dialogava col Signore, Abramo pensava a qualche nucleo familiare o a singole persone che ai suoi occhi apparivano giuste.


Ma a mano a mano che proponeva un numero inferiore adeguava i criteri di valutazione a quelli del Signore.


In questo modo Abramo si convertiva a Dio accogliendo i criteri di bene e di male del Signore.


Abramo comprende che né lui né le maggioranze possono decidere sul bene e sul male che Jahvé fin dalle origini ha riservato a sé.

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dall’Accoglienza … all’Ospitalità

Abramo, uomo accogliente

L’accoglienza è una qualità della persona e garantisce la sua apertura d’animo sia verso la gente che incontra sia verso chi l’avvicina.


Dall’accoglienza, poi, si aprono le porte di casa.


La formula del rito del matrimonio dice: Io accolgo te.


La persona prima si accoglie nel proprio animo, poi la si accasa.


L’accoglienza genera relazioni interpersonali e storia comune.


Se la persona che bussa alla porta non è spiritualmente accolta, si appresta per lei qualche convenevole di rito, con la speranza che presto riprenda la sua strada.

I gesti dell’ospitalità della prima lettura fanno capire che Abramo è un uomo culturalmente accogliente.


La sua mentalità è estranea ad ogni pregiudizio: egli accoglie sempre in buona fede.

Abramo mette in movimento se stesso e le persone di casa: tutti svolgono mansioni finalizzate a soddisfare le necessità dei tre viandanti.


Il racconto precisa che tutto ciò avviene “nell’ora più calda del giorno”.


Si alza e va loro incontro.


La sua siesta passa in secondo ordine rispetto alla stanchezza dei sopraggiunti.


Offre l’acqua per i piedi e l’ombra della quercia per farli rinfrescare e riposare in attesa della mensa.

( Anche solo un bicchiere d’acqua fresca dato ad un “fratello” non perderà la sua ricompensa.).


La ricompensa data ad Abramo è la “promessa” di un figlio.


Gli dicono: Abramo, continua a sperare.


Cristo in voi, speranza della gloria.

Cristo diventa speranza di gloria quando lo accogliamo.


Verifichiamo di aver accolto il Cristo quando, animati dalla speranza, ci mettiamo in gioco sulla strada segnata da lui.


Se uno non lo accoglie avrà di sicuro altre speranze perché è impossibile vivere senza, ma non sarà la “speranza della gloria”.


La cultura diffusa dei nostri giorni non evidenzia la speranza nell’al di là. Alimenta svariate speranze che non hanno la forza di spingersi oltre il tempo e lo spazio.


Sembra che l’uomo contemporaneo sia assuefatto al non essere stato col sopraggiungere dell’ultimo respiro.

Se manca il totale coinvolgimento, il Cristo non è speranza della gloria, ma al più uno dei profeti se non semplice oggetto di argomentazioni teologiche e di eruditi ragionamenti.

Altro segno che ci dice di aver accolto il Cristo è la predisposizione alla universalità.


Il Cristo non vuole essere “ingessato”, altrimenti l’uomo assalito dai briganti continuerà a rimanere ai margini della strada.


In una società che fa della laicità il top della propria cultura, il cittadino che desidera giungere ad essere “perfetto in Cristo” si propone nell’agorà con la propria identità consapevole che la laicità è un contenitore che vada riempito con la trama delle relazioni delle famiglie spirituali che animano la società e che hanno, proprio in forza della laicità, pari cittadinanza.


Il cristiano con la propria identità sarà come il “lievito” e si scioglierà come il sale tra i rivi della relazioni sociali.


MARTA E MARIA

Due comportamenti che rendono completa l’ospitalità.


L’equilibrio tra essi è dato dalla tipologia dell’ospite.


Se l’ospite è fresco, sano e rubicondo va da sé che si privilegia la conversazione che serve a mettere in comune le proprie storie e a rinsaldare vincoli.


L’offerta di qualcosa dimostra che la visita è gradita, tanto da prolungarla con una consumazione come segno di reciproca comunione.


Ma quando si presentano come ospiti i tre viandanti della prima lettura, è giocoforza dare la precedenza agli aspetti fisici dell’accoglienza.


Tutto sta a restare calmi e gioiosi di offrire la propria disponibilità.


Ciò che non riesce a Marta.

Il ruolo di Marta e il ruolo di Maria devono fare sintesi in ciascun credente che vuole vivere la universale fraternità.


Se Gesù risponde a Marta che la sorella aveva scelto la parte migliore, vuol dire che Maria aveva la capacità di avere una visione di sintesi circa il suo porgersi e il suo operare.


Possedeva una saggezza equilibrata, matura.


Mentre Marta si disperdeva tra i molti servizi non riuscendo a coordinarli in un unico disegno.


Per questo si innervosiva.

Era una “adolescente”!


MANDELA DAY

Mandela nasce in Sudafrica il 18 luglio 1918.


Muore a Johannesburg il 5 dicembre 2013.

“Ho nutrito l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutte le persone vivono insieme in armonia … è un ideale per il quale sono pronto a morire”

Parole pronunciate da Nelson Mandela in tribunale durante uno dei tanti processi subiti.

Le Nazioni Unite gli hanno dedicato “una giornata” ( quella della sua nascita ), per mantenere viva la memoria, ma soprattutto per diffondere il messaggio dell’uguaglianza delle persone e del rispetto tra le etnie e i popoli.


Un messaggio sempre di attualità soprattutto per i cristiani, perché “ Dio non fa preferenza di persone ”.

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

GESÙ, IL BUON SAMARITANO.


Le parole del brano del vangelo:



Per mettere alla prova Gesù.


Voleva “cacciare a parlare” Gesù come si fa quando si staziona davanti al bar o in piazza o in salotto. Consapevole di possedere l’argomento rivolge domande speciose.

Cosa devo fare per ereditare


Non deve fare nulla. Il figlio eredita perché è figlio. Qualsiasi cosa egli compie è espressione del suo sentirsi figlio.


Dobbiamo sentirci “figli di Dio” e comportarci da fratelli.


Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?


Gesù lo rinvia al testo di riferimento comune sul quale costruire ogni dialogo. Questo deve presupporre anche una lettura comune e, per quanto possibile, concordata per fare proposte che favoriscano una convergenza di intenti.

Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai.


Dalla convergenza di pensiero si passa al comune agire che deriva dall’ avere coscienza di essere figli di Dio.


Chi è mio prossimo?


Il Maestro della Legge cerca di riportare Gesù nella casistica della teologia morale dell’epoca.


Gesù, invece, per rispondere, si inventa un raccontino.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti.


Gerusalemme è la città di Dio. Chiunque va a questa città sale verso Dio. Chi lascia la città scende perché si allontana da Dio.


Le vie degli uomini difficilmente garantiscono la pace finché la vita si tesse con i file della supremazia, della concorrenza, della sopraffazione. Qualcuno per addolcire questi termini parla di emulazione. Gesù ha lottato soltanto contro Satana, il menzognero. Per il resto non ha raccolto alcuna sfida, ma si è presentato come agnello mansueto.


Per caso un sacerdote e un levita che passavano su quella strada lo videro e andarono oltre.


Il prossimo non è una categoria sociale programmabile, lo si incontra “per caso” e devo essere tanto elastico da inserirlo nella mia “passeggiata”.


Ci dice il racconto che il sacerdote e il levita non ebbero, su due piedi, la capacità di adattare i loro schemi dottrinali a nuove situazioni.


Eppure i profeti avevano tentato di annunciare la universale paternità del Dio d’Israele.

Era un annuncio non ancora sottoposto a riflessione teologica e quindi non entrato negli insegnamenti scolastici.


Sta di fatto che il malcapitato rimase nella sua condizione “precaria” rispetto alla “fermezza” della dottrina.

Passarono oltre …

Invece, un Samaritano che era in viaggio …

Un esploratore di terre e di costumi dei popoli … può darsi.


Un cercatore di Dio andato a Gerusalemme a confrontare la propria visione religiosa con quella di coloro che pretendevano di essere i garanti della “continuità” della tradizione della tradizione dei Padri … è possibile.

Sta di fatto che questo viandante non si dimostra ingessato dagli schemi delle scuole teologiche ( è un ricercatore!...) e questo gli permette di smagliare la fitta rete delle norme e mettere al centro la persona in situazione di precarietà.

Come prima cosa riformula il programma della giornata se mai ne avesse avuto bisogno un esploratore …


Quindi scende dalla cavalcatura ( per noi uomini e per la nostra salvezza discese ... diciamo nel credo; sono sceso, dice Dio a Mosè dal roveto ardente) per farsi prossimo del malcapitato: appresta i primi soccorsi e gli offre la propria sella.


Si mette alla ricerca di un albergo per prendersi cura di lui, cioè per offrirgli un supplemento di assistenza.


( discese dal cielo per offrire a tutti la misericordia di Dio).
Ultimato il suo ruolo riprende il viaggio e affida all’albergatore il compito di curarlo, cioè di farsi a lui prossimo e di riconoscerlo come fratello, dandogli il compenso dovuto.


Se nell’assisterlo gli dovesse sembrare di spendere oltre il ricevuto, di non avere il carisma per quel servizio o, pur volendolo fare, si sente inadeguato … il Samaritano lo rassicura:


Nessuna fonte nel documento corrente.non preoccuparti, al mio ritorno ti rifonderò.


Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli … ( Matteo 25,31ss. )

Maestro, cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?

Interpreta la tua esistenza come figlio di Dio e avvicinati a tutti come fratello, perché i figli sono i primi eredi.


GIORNATA MONDIALE DELLA POPOLAZIONE

La Giornata è rivolta soprattutto ai giovani ed ha come scopo la conoscenza dei popoli: la loro cultura, le loro tradizioni, il loro modo di organizzarsi come comunità, gli usi e i costumi ecc. … allo scopo di favorire il dialogo, la collaborazione e la pace.


“I Giovani e la Pace” è il tema proposto alla riflessione di quest’anno.


La Giornata è voluta dall’UNESCO il Atto Costitutivo, tra l’altro, dice:
“L’Organizzazione si propone di contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza favorendo, attraverso l’educazione, la scienza e la cultura, la collaborazione tra le nazioni, onde garantire il rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali che la Carta delle Nazioni Unite riconosce a tutti i popoli, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione.”



11 LUGLIO SAN BENEDETTO ABATE PATRONO D’EUROPA


“San Benedetto, la rondine sotto il tetto” era un modo popolare che manteneva tra il popolo la memoria di questo santo. Aver trasportato la memoria all’undici luglio, data di una sua antica festa, forse non ha contribuito a mantenere viva la memoria di questo santo che pure era nelle intenzioni e fu l’unico motivo perché il 21 marzo, giorno della morte in Cassino, si è sempre in quaresima.


Noi lo veneriamo con la recita dei Vespri oltre che con la celebrazione eucaristica.

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Signore Gesù,
tu ci hai insegnato che figlio di Dio è chiunque cura relazioni di pace.
Oggi desideriamo pregare perché ci aiuti a diventare “benefattori di pace” così da vivere la festa di santa Felicita e figli martiri come Comunità in comunione in chiesa, in casa e in “piazza”. Preghiamo.



Il Maestro dona la sua pace per mezzo del discepolo.


3 – 10 Luglio 2016


Per molti è la settimana del pallone.
Per altri è anche la novena in preparazione alla festa.

“Palla al centro” si usa dire per cominciare o ricominciare un’azione.

Noi diciamo che al centro c’è sempre la persona e tutto deve essere finalizzato alla sua formazione e alla sua crescita in umanità.
La persona è “principio – fondamento – fine” dell’agire umano.

Tutte le Istituzioni, dai semplici Sodalizi agli Stati, all’Europa, all’ONU, sono inventate per aiutare le persone a raggiungere fini che da sole non riuscirebbero a conseguire. Emblematico il caso che dopo la Brexit tutti concordano che l’Europa non stava aiutando i popoli per i quali era stata costituita.

I giorni della novena e della festa hanno lo scopo di risvegliare a colpi scuri e a suon di musica la nostra identità di cristiani e il senso di appartenenza alla Comunità.

Infatti, la Comunità cristiana esiste per offrire al credente gli strumenti per la cura della propria vita interiore allo scopo di evitare assuefazione e … presunzione!
È temerario invitare a fare un’ora di discernimento in questa settimana?



UN COMPITO DEL DISCEPOLO: ESSERE UOMO DI PACE

Discepolo è colui che prepara l’accoglienza nei luoghi dove il Maestro sta per recarsi.
Comunica questa notizia sia il vangelo di domenica scorsa, sia quello di oggi.


Li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. ( vangelo dì oggi )
Mandò avanti dei messaggeri ( … ) per fare i preparativi per lui. ( vangelo di domenica scorsa )
Viene spontaneo pensare al Battista inviato innanzi al Signore a preparargli le strade.


Alla luce della parola di Gesù che lo definisce il più grande tra i nati di donna, noi possiamo vedere Giovanni come il prototipo di ogni discepolo, cioè di chiunque accoglie l’invito di Gesù a seguirlo.

Il discepolo accoglie il Maestro ed instaura con lui un rapporto di fiducia che gli permette la predisposizione all’ascolto.


Inoltre il discepolo interiorizza il messaggio, lo personalizza rispettandone l’integrità; a sua volta lo partecipa con l’umiltà di chi ha coscienza di stare a svolgere un servizio.

Giammai il discepolo pensa di sostituirsi al maestro.


La sua azione è sempre propedeutica:egli prepara l’accoglienza; predispone gli animi a fare esperienza personale del Cristo.

Venite e vedete … Vieni e seguimi … … Fate quello che egli vi dirà …

Il messaggio della liturgia di oggi ci invita a trasmettere il dono della pace.


Non tecniche nuove di apostolato; non discussioni dottrinali né modi espressivi che fanno sentire l’interlocutore “ dirimpetto ” anziché al fianco. Molte volte dal modo di parlare si capisce che ci stiamo rivolgendo agli altri come se fossero avversari. Li abbiamo già catalogati!

L’effetto di relazioni di pace è muovere i passi verso la stessa direzione.


Sia chi annuncia la pace, sia chi l’accoglie iniziano un cammino comune di collaborazione e di mutuo aiuto orientati come sono verso la stessa meta.


Il discepolo non diventa maestro perché la pace che annuncia non è sua, ma dono gratuitamente ricevuto e gratuitamente dato.


La Comunità è costruita sulla roccia quando ogni singolo membro accoglie il dono della pace e ne fa dono tessendo le relazioni.


La Comunità dei discepoli dell’unico maestro, il Cristo ha consapevolezza di aver ricevuto la pace come dono e si di essa programma la sua crescita.

È un dono che Dio ha messo nelle nostre mani per farlo seminare nei solchi della storia perché porti frutti di generazione in generazione.
Il dono della pace è accolto dai “figli della pace”: da coloro che coltivano relazioni filiali con Dio, attesa la beatitudine: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio ( Mt.5,9 ).


Una domanda.
Se Dio si è impegnato a fare scorrere verso Gerusalemme, come un fiume,la pace e questa città a distanza di oltre due millenni e mezzo dal vaticinio, ancora oggi vive una realtà in contraddizione col nome che porta, vuol dire che sono poche e ininfluenti le persone che si dissetano al torrente in piena della pace donata da Dio.
Ciò vuol dire che è facile definirci “figli di Dio” perché battezzati.
Molto difficile diventarlo percorrendo le vie della pace.
Gesù pianse su Gerusalemme e si rammaricò: se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace! ( Luca 19,42 ).
L’uomo di pace quando progetta le sue relazioni con il prossimo tiene conto dei pensieri di pace del Signore perché si fida di lui.


Una seconda domanda.
Dal nostro modo di ragionare; di trovare le soluzioni alle difficoltà o di coniugare i “nostri” progetti con le speranze degli “altri”, si comprende che dietro le nostre proposte c’è una ispirazione che proviene dai contenuti della fede?
Oppure ci ispiriamo al buon senso quando non è l’interesse personale o di parte a farci parlare?
Certo che è difficile pensare da cristiani; agire da cristiani; diventare cristiani!

Spesso su questo foglio è stato scritto;
Se il nostro dirci cristiani non ci costa nulla, non siamo sulle orme di Gesù.



9 LUGLIO

Giornata Mondiale per la Distruzione delle Armi Leggere

Ma noi vogliamo impedire anche alla lingua, anche allo sguardo, anche alla mano ed anche al piede di prendere il posto delle armi leggere!


Questa sera con una solenne processione la Comunità parrocchiale entrerà nella festa con la quale vuole simboleggiare il suo cammino verso la comunione dei santi.

Perciò cade propizia questa ricorrenza e noi la vogliamo utilizzare come stimolo per fare gli ultimi ritocchi alla “veste candida” che ci rende degni di partecipare alle nozze dell’Agnello.

Con l’augurio che, indossandola, caschi “a pennello”, come una divisa!!!

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

GIORNATA PER LA CARITÀ DEL PAPA

GIORNATA INTERNAZIONALE A SOSTEGNO DELLE VITTIME DI TORTURA

Non dobbiamo subito pensare agli eccessi che possono avere coloro che eseguono la coazione prevista dalle leggi; né ci possiamo fermare alle torture verso i prigionieri di guerra o a quelle subite da Rambo e dintorni.
Dobbiamo soprattutto pensare alle torture sia fisiche sia psichiche che si consumano nelle relazioni private ad opera di bulli e da “padri-padroni”.
Quando si arriva a tanto vuol dire che la gestione del potere, reale o presunto, ha generato mostri irresponsabili.
Utilizziamo questa giornata per fare discernimento catartico.

IDEA LUCE: Questo Bambino sarà segno di contraddizione ( Simeone )

1. La contraddizione riportate dal vangelo di oggi.

I Samaritani non vollero riceverlo
C’è invece chi si sente chiamato a seguirlo

C’è una strada sbarrata e senza sbocco
E c’è  una strada che porta ad un altro villaggio

C’è la cultura della punizione
E c’è l’invito a guardare oltre

Ci sono inviti alla sequela
E ci sono risposte condizionate


1. Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio.

Gesù nel pronunciare queste parole  aveva certamente in memoria l’episodio narrato nella prima lettura di oggi.
Un uomo ad arare i campi attira lo sguardo di Dio: lo chiama, per interposta persona, al suo servizio.
Quale servizio?
Quello di dare voce al silenzio divino.
Elia aveva fatto discernimento tra le tante voci risuonate sul monte Oreb.
Aveva individuato la voce di Dio nella carezza di una brezza impercettibile.
Una voce nuova, fresca, captata al tramonto di una giornata gridata.
Una voce custodita dal tepore del  mantello per essere riaffidata alla brezza del nuovo mattino.
Il profeta ritornò sui suoi passi e divenne una presenza che richiamava l’invisibile Iddio.

Ora Elia è nella condizione di individuare il suo successore immerso nel lavoro dei campi coprendolo col suo mantello

2. Il profeta.

Il popolo riconosce la qualifica di “portavoce di Dio” a persone di alto profilo spirituale  e di saggezza equilibrata.
Il profeta coltiva la sua relazione con Dio nel proprio intimo dando voce agli arcani silenzi della natura.
Il mezzo che l’uomo di Dio ha a disposizione per trasmettere  al mondo esterno questo suo dialogo interiore è la propria testimonianza di vita.
Egli si distingue per una sorta di spiritualità singolare che il popolo capta con il proprio “sesto senso” senza tema di sbagliare.

Dice Gesù nel vangelo:dai loro frutti li riconoscerete.

Il primo frutto è la manifestazione di una volontà esplicita e tenace di vivere in prima persona quegli arcani silenzi che coglie nel raccoglimento.
Con semplicità mette in gioco se stesso.
Questa testimonianza non azzera le personali fragilità che il profeta riconosce con umile rammarico.
In sintesi: il profeta trasmette la parola con il proprio comportamento ancorché intriso di fragilità. 
Egli è austero con se stesso e comprensivo verso gli altri.

venerdì 24 giugno 2016

NATIVITA' DI SAN GIOVANNI BATTISTA

mons. Vincenzo Paglia Commento su Luca 1,57-66.80

Introduzione

Per bocca del profeta Dio annunciò: "Per voi... cultori del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla" (Ml 3,20). L'inno di Zaccaria è il mirabile sviluppo di questa profezia. Quando, obbedendo all'ingiunzione dell'angelo, diede a suo figlio il nome di Giovanni (che significa: Dio è misericordioso), avendo fornito la prova di una fede senza indugi e senza riserve, la sua pena finì. E, avendo ritrovato la parola, Zaccaria cantò un inno di riconoscenza contenente tutta la speranza del popolo eletto. La prima parte, in forma di salmo, è una lode a Dio per le opere da lui compiute per la salvezza. La seconda parte è un canto in onore della nascita di Giovanni e una profezia sulla sua futura missione di profeta dell'Altissimo. Giovanni sarà l'annunciatore della misericordia divina, che si manifesta nel perdono concesso da Dio ai peccatori. La prova più meravigliosa di questa pietà divina sarà il Messia che apparirà sulla terra come il sole nascente. Un sole che strapperà alle tenebre i pagani immersi nelle eresie e nella depravazione morale, rivelando loro la vera fede, mentre, al popolo eletto, che conosceva già il vero Dio, concederà la pace. L'inno di Zaccaria sulla misericordia divina può diventare la nostra preghiera quotidiana.

Omelia

Passiamo all'altra riva". Questo comando di Gesù ai discepoli, che apre la narrazione evangelica (Mc 4,35-41) di questa domenica, interroga in maniera particolare la tentazione di fermarsi, di rinchiudersi in se stessi, nel proprio orizzonte abituale. La narrazione evangelica ci fa intuire che la traversata non è affatto facile. Sembra iniziare di sera (lo fa pensare il sonno di Gesù). C'è una analogia ai nostri giorni; la caduta di orizzonti ideali, l'assenza di visioni nuove. È necessario un orizzonte nuovo, più grande. Ma questo è possibile solo se si obbedisce al comando di Gesù. Sulla sua parola i discepoli salgono sulla barca. Ma ecco che, poco dopo, si scatena una tempesta; un fenomeno frequente nel lago di Genezaret. I pescatori, in genere, fanno appena in tempo ad accorgersi della furia del vento che già l'imbarcazione è in balìa delle onde. La scena accennata dall'evangelista è emblematica. La barca è sballottata nella tempesta e Gesù dorme; gli apostoli si preoccupano sempre più e la loro paura cresce, mentre Gesù continua a dormire tranquillo. Un atteggiamento che appare quantomeno sconcertante ai discepoli. Sembra che a Gesù non importi nulla di loro, della loro vita, delle loro famiglie. Lo spavento cresce sempre più sino a che i discepoli svegliano Gesù e lo rimproverano: "Non t'importa nulla che moriamo?". È un grido di disperazione, ma possiamo leggerci anche la fiducia in quel maestro; ha un sapore forse un po' rozzo, ma contiene una speranza. Anche la nostra preghiera talvolta è simile ad un grido di disperazione teso a svegliare il Signore. Quanti di noi sono colti dalla tempesta e non hanno altro a cui aggrapparsi se non il grido di aiuto, mentre sembra che il Signore dorma? Quel grido è vicino a tante situazioni umane, talora a popoli interi provati sino alla morte. Il sonno di Gesù può significare il trovarsi a suo agio tra i discepoli in quella traversata, ma certamente indica la sua piena fiducia nel Padre: sa che non lo abbandonerà. Prendere con noi il Signore vuol dire imbarcare la sua fiducia e il suo potere.

Al nostro grido si sveglia, si alza ritto sulla barca, e minaccia il vento e il mare in tempesta. Subito il vento tace e si fa bonaccia. Dio ha vinto le potenze ostili che non permettevano la traversata (a tale proposito va notato che nell'Antico Testamento. la creazione viene descritta come un combattimento di Dio contro il mare, rappresentato come un mostro). L'episodio si chiude con una notazione singolare. I discepoli furono presi da una grande paura, e si dicevano l'un l'altro: "Chi è dunque costui?". Il testo di Marco parla di paura più che di stupore. Ed è una paura più grande di quella che avevano sentito poco prima per la tempesta: non si identifica con l'angoscia, ma può accompagnarsi ad una completa fiducia nel Signore. Questa seconda paura non solo non è meno forte della precedente, ha dei caratteri incisivi, che giungono fin nel profondo dello spirito. Potremmo dire che qui si tratta del santo timore di stare alla presenza di Dio: il timore di chi si sente piccolo e povero di fronte al salvatore della vita; il timore di chi, debole e peccatore, viene comunque accolto da colui che egli ha offeso e che lo supera nell'amore; il timore di non disperdere l'unico vero tesoro di amore che abbiamo ricevuto; il timore di non saper profittare della vicinanza di Dio nella nostra vita di ogni giorno; il timore di non disperdere il "sogno" di un nuovo mondo che Gesù ha iniziato anche in noi e con noi. È proprio questo timore il segno che ci fa comprendere di stare già sull'altra riva. 


XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Non per sondare la popolarità, ma per accertare la verità.
 
Le Frasi della Liturgia della Parola

a) Che si dice?

San Paolo ai suoi tempi metteva in guardia i cristiani dal “prurito di novità” : dal voler creare notizie ad ogni costo, cioè dal chiacchiericcio creato e rincorso.

(Quando io so un fatto e so che lo conosci pure tu e ti caccio a parlarne, questo si chiama pettegolezzo).

È vero che c’è il detto: nulla nova, bona nova, ma le Comunità e i sodalizi sono sempre andati alla ricerca di soddisfare e di grattare il prurito: qualche graffio resta sempre!

Di che si parla?

Che dice la gente?

Può sembrare che anche Gesù si sia lasciato solleticare dall’opinione pubblica.

In realtà, sia nel brano del vangelo di oggi, sia in altre circostanze egli chiede per sapere se la gente ha colto nel segno oppure si è lasciata suggestionare dai gesti taumaturgici.

La sua inchiesta non ha lo scopo di manipolare l’opinione pubblica, quanto di accertarsi se abbia colto il vero di sé.

Infatti nella seconda parte del vangelo Gesù accetta la gradualità delle opinioni espresse che colgono aspetti veri, ma non l’essenziale di sé.

Gesù nota che è estranea all’opinione pubblica e a quella degli apostoli l’idea di un Messia

Eppure gli scritti dei profeti venivano proclamati settimanalmente nelle sinagoghe.

Oggi come allora sono pochi coloro che nell’ascoltare la parola di Dio decidono di assumerla come criterio ispiratore dell’agire.

La maggioranza accogliamo la Parola che riusciamo a incasellare nel nostro modo di pensare, quando non la interpretiamo a giustificazione dell’esistente.

Il resto può anche cadere nel vuoto.

Ecco perché Gesù dice: se qualcuno …

Per fortuna non tutti i membri della Comunità assumono oppure lasciano cadere il medesimo messaggio, per cui c’è da sperare che la Comunità, nella varietà delle sue espressioni e componenti colga ed esprima la pienezza del messaggio evangelico.

b) Guarderanno a me, colui che hanno trafitto.

Sotto la croce al discepolo che Gesù amava vengono in mente le parole che il profeta Zaccaria aveva pronunciato circa cinquecento anni prima e che la tradizione aveva mantenuto di attualità nello scorrere del tempo, fino a trovare la persona che avrebbe dato un volto e un nome al “trafitto”( Giov. 19,17 ).

Questo trafitto ha dato origine ad una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità sì da rendere degni di formare il tempio vivo di Dio tutti coloro che gli avrebbero volto lo sguardo.

Come il trafitto del profeta Zaccaria dopo secoli è stato identificato col Cristo dalla fede del discepolo sul calvario, così alcuni della schiera immensa di coloro che volgono lo sguardo al Crocefisso, esprimono il volto della santità in questo nostro mondo.

c) Discendenza di Abramo per la fede in Cristo


L’apostolo Paolo, pur essendo della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino, una volta giunto alla fede in Cristo, allarga l’orizzonte della fede dei Padri per affermare che si è discendenti di Abramo attraverso la fede in Cristo che ci affratella al punto tale da sublimare le differenze.

La veste della fraternità è quella che ci è stata data al battesimo.

Una veste che ci identifica quando la portiamo senza macchia: quando, cioè, nelle nostre relazioni ci trattiamo da fratelli, figli dello stesso Padre.

Il Greco, il Giudeo, l’uomo, la donna la persona libera e lo schiavo ( quante forme di schiavitù anche oggi purtroppo!) continueranno ad esserci, ma non sono più presi come criteri per costruire la società delle differenze tra loro antagoniste, perché il credente trova la sintesi nella fede in Cristo


XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Tutti invitati a compiere un gesto di misericordia.

1. Ho peccato contro il Signore!

Verrebbe da domandarsi: c’è oggi la cultura o, meglio, la fede che fece dire a Davide: ho peccato contro il Signore?

L’aria culturale che respiriamo non dà certamente ossigeno alla vita interiore ove sboccia ogni anelito verso il Trascendente.

Davide era religioso e poeta della preghiera; ne aveva composta una che fa al caso, eccola: Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo.

Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo.

Ti sono note tutte le mie vie. ( Salmo 138, 1-3 ).

Nel “Palazzo” , però, respirava la cultura del “voglio e posso” ammantata da una parvenza di legalità, Natan lo aiuta a uscire da questo pantano mettendolo davanti alla sua coscienza, sotto lo sguardo di Dio.

2. Cammina alla mia presenza

È l’invito che il Signore Dio rivolge ad Abramo e ai Patriarchi e a tutti coloro che invocano su di sé lo sguardo benevolo dell’Eterno.

Sotto lo sguardo di Dio intere generazioni hanno costruito la loro storia di fede.

Non v’è chi non veda come ai nostri giorni questa esortazione biblica non sia più di riferimento al pensare e all’agire dell’uomo contemporaneo, ancorché credente.

Così perde di significato anche l’affermazione di Davide: ho peccato contro il Signore!

Si comincia, infatti, ad avvertire un distacco di mentalità da coloro che disattendono sistematicamente l’appuntamento domenicale, anche se si mostrano disponibili ad azioni di volontariato e sensibili a tematiche umanitarie.

3. Sappiamo che tu pensi diversamente, ma oggi le cose vanno così! Si sente ripetere.

Ma non bisogna avere un comune criterio di riferimento da desumere dalla Parola di Dio dietro ascolto, approfondimento e discernimento comunitario?

Il credente non può fermarsi al criterio della reciprocità ( io ci sto, tu ci stai ) che lo stesso buon senso rifiuta di applicarlo in tutti i settori dell’agire umano!


giovedì 23 giugno 2016

DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Prima domenica del mese: preghiamo per i benefattori.

Ti preghiamo, Signore, per tutti coloro che hanno seminato germi di vita cristiana nei solchi della vita di questa Comunità. La nostra preghiera si fa impegno perché crescano così da permettere

alla tua “buona notizia” di continuare a nutrire le future generazioni.Preghiamo.

Paolo si racconta.

Divide la sua narrazione in due parti ben distinte.

1. C’è un prima … dell’esperienza sulla via di Damasco.

Allora come anche oggi ( il modo di pensare umano tarda a cambiare ) chi ritiene di stare nella

verità non si accontenta di viverla in prima persona, ma desidera condividerla e desidera che sia

Fin qui “nulla questio”!

Il problema nasce quando, oggi come allora, non ci si ferma al dialogo, anche serrato ( apologetico o polemico che sia) ma si passa alla imposizione della propria verità. Nel cosiddetto mondo occidentale si monopolizzano i mezzi della comunicazione sociale.

Un giorno a Gesù fu chiesto: con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità? ( Mt.

La risposta oggi sarebbe stata: ma tu che diritto hai di farmi questa domanda?

Se questo accade a livello interpersonale, non avviene però quando esportiamo le nostre Istituzioni

con la forza o vogliamo ricondurre entro le Istituzioni chi si è allontanato ( Paolo, in fondo, andava

a Damasco con questo scopo).

Quando accade questo, noi cadiamo nello stesso errore di Paolo: errore che la storia umana non è

ancora riuscita a correggere!

Paolo affermava di essere accanito sostenitore della tradizione dei padri e pretendeva di riportare ,

con l’uso della forza, entro l’alveo di questa tradizione tutti coloro che avevano trasbordato o, come

si dice oggi, cambiato casacca.

Quando col dialogo non si approda a nulla, l’unica strada da imboccare è quella della testimonianza

di vita. Ciò permetterebbe all’umanità di evolversi culturalmente.

2. C’è un dopo … l’esperienza sulla via di Damasco.

Su questa strada Paolo prende coscienza che la fede in Cristo non va imposta, ma annunciata.

L’annuncio non si fonda su argomentazioni teologiche, ma sulla testimonianza di vita di colui che

Queste le parole di Gesù:

- Andate, annunciate il vangelo …

- Sarete miei testimoni …

Paolo, diventato apostolo, si guarderà bene di imporre questo suo nuovo credo; anzi, enumera tutto

ciò che ha subito per esso in 2 Cor.11,24 ss.:

cinque volte da Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una

volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balia

Alla luce di queste parole anche l’espressione “raccogliere le sfide del nostro tempo” va abolita o

Non sono le religioni, ma gli uomini che le propagandano le filtrano secondo la propria indole e le

aspirazioni che nutrono così da renderle pretesto di lotta.

3. Paolo si è convertito innanzitutto per aver saputo inserire nella tradizione dei padri Gesù

quale Figlio di Dio e anche per aver compreso che le idee si propongono, e la fede si vive in prima

persona “perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt. 5,16 ).

Da queste parole si comprende che il testimone non ha riscontri diretti sull’efficacia della sua

Se ciò fosse avrebbe già ricevuto la sua ricompensa ( cfr Mt. 6,1-6 ), e starebbe al di fuori della

logica del cristianesimo.


Corpus Domini

NONA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Corpus Domini, solennità


S. Massimino


L’Eucaristia realizzata tra aridi campi.


1. È la domenica della Comunità.

Ci si ritrova, come ogni domenica, per celebrare l’eucaristia.

Dopo l’adorazione e la contemplazione di Dio-Trinità, oggi la liturgia ci propone di inginocchiarci

davanti alla presenza sacramentale di Gesù risorto, significato dall’eucaristia.

Gesù ha scelto la condivisione del pane come segno visibile del suo stile di vita.

Ogni volta che partecipiamo alla celebrazione eucaristica abbiamo il dovere di verificare il nostro

modo di vivere con quello di Gesù per vedere se siamo sulle sue orme.

Si dice che la celebrazione eucaristica è insieme sacrificio e comunione.

Raggiungere il fine di una Comunità in Comunione non soltanto presuppone che ci si creda, ma poi

costa sacrificio perché ognuno deve rinunciare a parte di sé per fare spazio e per accogliere l’altro

nella gioia di camminare insieme.

Si può facilmente comprendere che la celebrazione non è il fine della domenica e neanche della vita

del credente, ma è il simbolo di una vita tutta da vivere sull’esempio lasciatoci da Gesù che si è dato

tutto a tutti proprio come si condivide un pezzo di pane.

Parimenti, anche fare la comunione durante la messa è segno con il quale il cristiano manifesta alla

Comunità almeno l’impegno di essere disponibile a vivere in pace con tutti e quindi a rimuovere

ogni ostacolo che rende muto il saluto.

2. Un pensiero dal vangelo.


Il vangelo di oggi ci racconta il miracolo dell’eucaristia reale.

Sì, perché giungere a condividere ciò che costituiva la propria sopravvivenza nel deserto e in aperta

campagna arata dai raggi del sole, è proprio un miracolo di scambievole aiuto e di reciproca fiducia.

Dopo le parole di Gesù, quello che prima era un coacervo di individui vicini fisicamente, ma chiusi

nelle proprie aspettative, diventa una comunità che mette a disposizione la propria bisaccia nascosta

sotto il mantello e, a somiglianza del ragazzo che era stato invitato a “farsi volontario” con i “cinque

pani e i due pesci”, imbocca la strada del regno dei cieli, cioè la strada eucaristica.

Non aveva detto Gesù: se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli?

Il vangelo di oggi ci insegna che il rito viene dopo la realtà della quale è simbolo e criterio di

La realtà della vita quotidiana entra nel rito attraverso l’offertorio durante il quale si chiede al

Signore di qualificare come eucaristici i frutti del lavoro già condivisi.


SS. TRINITÀ

OTTAVA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SS. TRINITÀ


Santa Rita da Cascia

“impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile” Matteo 19,26.

La fede robusta e tenace di santa Rita si è rivelata come punto d’appoggio al braccio possente di Dio perché

compisse ciò che per noi comuni mortali è impossibile.


Rimanendo nella loro identità, le tre Persone divine formano un solo Dio.



1. La fede in Dio Uno-Trino sollecita il credente di ogni tempo a trovare spiegazioni di così

Un solo Dio in tre persone: Padre-Figlio- Spirito.

Queste tre persone sono talmente in comunione tra loro da essere un solo Dio senza, tuttavia,

annullare la propria identità e senza subordinazione gerarchica tra loro.

Questa mancanza di subordinazione o di gerarchia potrebbe essere un “seme” da far germogliare

Il seme - dice il vangelo – mentre marcisce germoglia e cresce senza che il contadino sappia come.

Ad una voce si afferma che la nostra è un’epoca di transizione: tra i solchi aridi di questa nostra

storia seminiamo la rivelazione di un Dio non gerarchico e lasciamo che germogli e cresca senza

Forse per questo è accaduto che l’Europa non si è richiamata alle radici cristiane: avrebbe

“concimato” una cultura in declino, mentre c’è bisogno di un “seme” originale offerto proprio dalla

fede in Dio-Trinità, capace di far inventare dai credenti nuove aggregazioni che tengano conto del

monito di Gesù: Non così dovrà essere tra voi (Matteo 20,26).

Sono parole che invitano ad esplorare modi originali di intessere stabili relazioni tra credenti ispirati

al solo atteggiamento di servizio senza paludamenti.

“Nomadelfia” è una proposta elaborata su quanto ci riferiscono gli Atti degli Apostoli 4,32: La

moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno

diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune.

2. Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo (Luca 15,31).

Con queste parole il padre misericordioso si rivolge al figlio maggiore che non vuole condividere la

Su questa affermazione si gettano le basi per un progetto di vita comune ove il “mio” e il “tuo”

Ciò accade tra Padre-Figlio- Spirito secondo il racconto del vangelo di oggi.

Dimostriamo di credere e di far nostra questa rivelazione di Dio Trinità, quando cominciamo a

“camminare insieme” in modo stabile e duraturo mettendo in gioco il proprio futuro.

Mi pensamiento eres tu, Senor, è un anelito che non soltanto deve ispirare intime e devote relazioni

con Dio, ma deve essere posto a base delle nostre reciproche relazioni.

Se di fatto accade altro, vuol dire che già in partenza abbiamo scambiato le tappe con la meta finale.

SOLENNITÀ DELLA PENTECOSTE

SOLENNITÀ DELLA PENTECOSTE



1. Lo Spirito Santo.

Con la Pentecoste inizia il tempo dello Spirito che ha il compito di guidare la Comunità dei

discepoli di Gesù, e ciascun membro di essa, alla comprensione della verità tutta intera.

Questo ruolo, decodificato, dice che lo Spirito si rende disponibile ad aiutarci a diventare cristiani.

Sì, perché cristiani si diventa e non una volta per sempre, ma giorno per giorno.

Infatti, le stesse Comunità si formano perché il singolo possa trovare sostegno e offrire aiuto lungo

il cammino che ha come meta di portare tutti “alla piena maturità di Cristo” ( Ef. 4,13 ).

2. Lo Spirito consolatore.

La sua consolazione si concretizza con il dono del consiglio all’afflitto e spendendo parole a suo

favore nei confronti di terzi. Per questo è chiamato Paraclito, cioè Avvocato.

3. Lo Spirito memoria della Comunità

“Vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”, dice Gesù.

Ci aiuta a rileggere la storia sia personale che comunitaria per contemplarla senza l’affanno del

Il cammino che si traccia andando è rigato dal sudore dell’ansia e dell’incertezza che si asciuga

sulla strada della memoria.

Quando l’anziano racconta la vita di trincea, nel suo animo non c’è l’angoscia e la paura che

serpeggiavano nel vallo.


mercoledì 11 maggio 2016

SETTIMA DOMENICA DI PASQUA Ascensione del Signore

È il giorno del mandato.

1. La celebrazione di oggi, l’Ascensione, coincide con la Pasqua di risurrezione, non fosse altro per le stesse parole dette quella mattina a Maria da  Gesù risorto  : non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre ( Gv 20,17 ).
Siamo noi che celebriamo l’unico avvenimento come  il dritto e il rovescio di una medaglia.
A Pasqua, infatti, abbiamo messo in risalto la vittoria di Cristo sulla morte. In Lui morte e vita si sono affrontate come in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto, ora vive e trionfa.

Oggi mettiamo in risalto che con la morte, come Gesù, entriamo nella gloria di Dio.
Gesù diede prova della sua risurrezione apparendo nell’arco di quaranta giorni. È il motivo per cui Luca chiude questo periodo con la scena dell’Ascensione.
Ormai gli apostoli sono certi che il loro Maestro vive e, quindi, possono “camminare” con la loro fede.

2. Dalla tristezza alla gioia.

La persona paziente e mite sa attendere; non si lascia prendere da emozioni impulsive.
Durante l’ultima cena Gesù aveva messo al corrente i commensali circa la sua dipartita e aveva notato che la notizia aveva turbato il loro cuore.

Chiese fiducia ( cioè tempo ) affermando con certezza: la vostra tristezza si cambierà in gioia.

Oggi ci viene narrato della loro presenza all’Addio.
Come Gesù che a tavola aveva colto dagli sguardi smarriti, il turbamento del cuore dei discepoli, così Luca, sul monte del distacco, li coglie in contemplazione, e subito dopo ci mette al corrente che “tornarono a Gerusalemme con grande gioia”.

L’uomo capisce un po’ alla volta: c’è una gradualità nell’ intus-legere , nello sviscerare e di conseguenza nel com-prendere e far propri gli avvenimenti.
Per questo è necessario che dinanzi alle vicende della vita, soprattutto il credente, deve nutrire fiducia di trovare lo spiraglio che permetta una lettura positiva di ciò che nell’immediato può turbare.

50^ GIORNATA DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

Non cade l’8 maggio, ma nel giorno della festa dell’Ascensione che, come tutti sanno, dipende dalla data della Pasqua.
Il giorno dell’Ascensione Gesù dà mandato ai suoi discepoli di annunciare a tutti i popoli la buona novella: Dio crede nella nostra conversione e a chi imbocca la strada del cambiamento accorderà il perdono dei peccati.
Queste le parole del vangelo di oggi: nel nome di Cristo saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.
Si può dire che la giornata odierna pone l’accento su questi aspetti:
Riflettere sui contenuti della comunicazione. Risulta che i canali della informazione divulghino la conversione e il perdono dei peccati?
Riflettere sulla “veste letteraria” della comunicazione: apologetica, polemica, pettegolezzo, panegirico, ironia …
Gesù parla di annuncio avvalorato dalla testimonianza personale.
Riflettere sull’utilizzo degli strumenti della comunicazione sociale.
Riflettere sul tema proposto e obbligato quest’anno:   Comunicazione e Misericordia, un incontro fecondo”
Ogni annuncio; ogni manifestazione di pensiero; qualsiasi comunicazione devono essere impastati e lievitati con la misericordia.
Una buona notizia comunicata in modo imperativo …
Una verità argomentata con alterigia …
Ognuno comprende l’effetto che sortiscono!

FESTA DELLA MAMMA

La festa della MAMMA si celebra pressoché in tutto il mondo anche se non ovunque nello stesso giorno. Per noi in Italia cade la seconda domenica di maggio.
Riportiamo una poesia di Giuseppe Ungaretti da tutti appresa nelle aule scolastiche:

La madre
E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.



Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.


giovedì 5 maggio 2016

Lettura pubblica "Amoris Laetitia"



mercoledì 4 maggio 2016

SESTA DOMENICA DI PASQUA

Un’antica leggenda racconta che san Giovanni evangelista, vecchio e ormai sul suo letto di morte, continuava a mormorare: “Figli miei, amatevi gli uni gli altri, amatevi gli uni gli altri...”. Questo testamento di Gesù, che egli ci ha trasmesso, era per lui molto importante. E, certamente, questo amore non era facile nemmeno in quei tempi. Non è mai così necessario parlare d’amore come là dove non ce n’è. È la stessa cosa che succede per la pace: non si è mai parlato tanto di pace come oggi, e intanto si continua a fare la guerra in moltissimi luoghi. Ma, proprio su questo punto, il Vangelo di Giovanni pone un’importante distinzione: c’è una pace di Gesù e un’altra pace, data dal mondo. San Giovanni attira la nostra attenzione sul fatto che noi non dobbiamo lasciarci accecare dalle parole, dobbiamo tenere conto soprattutto dello spirito nel quale esse sono dette. Dio ci ha mandato lo Spirito Santo per insegnarci la sua volontà. Il suo Spirito ci insegna anche a penetrare il senso delle parole. Possiamo allora rivolgerci a lui quando siamo disorientati, quando ci sentiamo deboli, quando non sappiamo più cosa fare. È un aiuto al quale possiamo ricorrere quando ci aspettano decisioni difficili da prendere. Egli ci aiuta!



PAPA FRANCESCO
REGINA COELI
Piazza San Pietro
Domenica, 1° maggio 2016



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi ci riporta al Cenacolo. Durante l’Ultima Cena, prima di affrontare la passione e la morte sulla croce, Gesù promette agli Apostoli il dono dello Spirito Santo, che avrà il compito di insegnare e di ricordare le sue parole alla comunità dei discepoli. Lo dice Gesù stesso: «Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Insegnare e ricordare. E questo è quello che fa lo Spirito Santo nei nostri cuori.
Nel momento in cui sta per fare ritorno al Padre, Gesù preannuncia la venuta dello Spirito che anzitutto insegnerà ai discepoli a comprendere sempre più pienamente il Vangelo, ad accoglierlo nella loro esistenza e a renderlo vivo e operante con la testimonianza. Mentre sta per affidare agli Apostoli – che vuol dire appunto “inviati” – la missione di portare l’annuncio del Vangelo in tutto il mondo, Gesù promette che non rimarranno soli: sarà con loro lo Spirito Santo, il Paraclito, che si porrà accanto ad essi, anzi, sarà in essi, per difenderli e sostenerli. Gesù ritorna al Padre ma continua ad accompagnare e ammaestrare i suoi discepoli mediante il dono dello Spirito Santo.
Il secondo aspetto della missione dello Spirito Santo consiste nell’aiutare gli Apostoli a ricordare le parole di Gesù. Lo Spirito ha il compito di risvegliare la memoria, ricordare le parole di Gesù. Il divino Maestro ha già comunicato tutto quello che intendeva affidare agli Apostoli: con Lui, Verbo incarnato, la rivelazione è completa. Lo Spirito farà ricordare gli insegnamenti di Gesù nelle diverse circostanze concrete della vita, per poterli mettere in pratica. È proprio ciò che avviene ancora oggi nella Chiesa, guidata dalla luce e dalla forza dello Spirito Santo, perché possa portare a tutti il dono della salvezza, cioè l’amore e la misericordia di Dio. Per esempio, quando voi leggete tutti i giorni – come vi ho consigliato – un brano, un passo del Vangelo, chiedere allo Spirito Santo: “Che io capisca e che io ricordi queste parole di Gesù”. E poi leggere il passo, tutti i giorni… Ma prima quella preghiera allo Spirito, che è nel nostro cuore: “Che io ricordi e che io capisca”.
Noi non siamo soli: Gesù è vicino a noi, in mezzo a noi, dentro di noi! La sua nuova presenza nella storia avviene mediante il dono dello Spirito Santo, per mezzo del quale è possibile instaurare un rapporto vivo con Lui, il Crocifisso Risorto. Lo Spirito, effuso in noi con i sacramenti del Battesimo e della Cresima, agisce nella nostra vita. Lui ci guida nel modo di pensare, di agire, di distinguere che cosa è bene e che cosa è male; ci aiuta a praticare la carità di Gesù, il suo donarsi agli altri, specialmente ai più bisognosi.
Non siamo soli! E il segno della presenza dello Spirito Santo è anche la pace che Gesù dona ai suoi discepoli: «Vi do la mia pace» (v. 27). Essa è diversa da quella che gli uomini si augurano o tentano di realizzare. La pace di Gesù sgorga dalla vittoria sul peccato, sull’egoismo che ci impedisce di amarci come fratelli. E’ dono di Dio e segno della sua presenza. Ogni discepolo, chiamato oggi a seguire Gesù portando la croce, riceve in sé la pace del Crocifisso Risorto nella certezza della sua vittoria e nell’attesa della sua venuta definitiva.
La Vergine Maria ci aiuti ad accogliere con docilità lo Spirito Santo come Maestro interiore e come Memoria viva di Cristo nel cammino quotidiano.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
il mio cordiale pensiero va ai nostri fratelli delle Chiese d’Oriente che celebrano quest’oggi la Pasqua. Il Signore risorto rechi a tutti i doni della sua luce e della sua pace. Christos anesti!
Ricevo con profondo dolore le drammatiche notizie provenienti dalla Siria, riguardanti la spirale di violenza che continua ad aggravare la già disperata situazione umanitaria del Paese, in particolare nella città di Aleppo, e a mietere vittime innocenti, perfino fra i bambini, i malati e coloro che con grande sacrificio sono impegnati a prestare aiuto al prossimo. Esorto tutte le parti coinvolte nel conflitto a rispettare la cessazione delle ostilità e a rafforzare il dialogo in corso, unica strada che conduce alla pace.
Si apre domani a Roma la Conferenza Internazionale sul tema “Lo sviluppo sostenibile e le forme più vulnerabili di lavoro”. Auspico che l’evento possa sensibilizzare le autorità, le istituzioni politiche ed economiche e la società civile, affinché si promuova un modello di sviluppo che tenga conto della dignità umana, nel pieno rispetto delle normative sul lavoro e sull’ambiente.
Saluto voi, pellegrini provenienti dall’Italia e da altri Paesi. In particolare, saluto i fedeli di Madrid, Barcellona e Varsavia, come pure la Comunità Abramo, impegnata in progetti di evangelizzazione in Europa, i pellegrini di Olgiate Comasco, Bagnolo Mella e i cresimandi di Castelli Calepio.
Saluto l’Associazione “Meter”, che da tanti anni lotta contro ogni forma di abuso sui minori. Questa è una tragedia! Non dobbiamo tollerare gli abusi sui minori! Dobbiamo difendere i minori e dobbiamo punire severamente gli abusatori. Grazie per il vostro impegno e continuate con coraggio in questo lavoro!
A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!


QUINTA DOMENICA DI PASQUA

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri.

1. << Come io ho amato voi >>

Gesù ha illustrato il suo insegnamento con la esemplarità del suo modo di vivere. Non poteva proporci una meta così alta senza tracciarne la via. Poscia ha invitato i suoi discepoli ha seguirlo.
Ma a ben riflettere, quella tracciata da Gesù è una strada senza meta perché essa coincide con lo stesso cammino. Infatti Gesù, lungo la via che porta a Gerusalemme si attarda or con questa or con quella persona per rispondere alle loro necessità.
La strada coincide con l’attenzione al prossimo, o, meglio, col farsi prossimo!

2. << Così amatevi anche voi gli uni gli altri >>.

Con lo sguardo sempre fisso a Gesù, icona dell’amore divino dal volto umano, il discepolo ogni mattina dice: oggi ci voglio ri-provare.
Talvolta parlare di donazione di sé, di amore disinteressato, di agape fraterna, può servire da incoraggiamento, ma non  possiamo essere soddisfatti perché  ne abbiamo parlato, fosse anche davanti ad una platea incantata.
Oggi la testimonianza sulla misericordia deve precedere il dipanare argomenti.
“ L’esempio trascina” diceva un antico adagio.
Questo vale soprattutto in tempi, come il nostro, nei quali la parola non trova più ascoltatori. Eppure tutti parliamo e ci illudiamo di essere ascoltati oppure letti!

L’ esempio ha una eloquenza flebile e silenziosa, sottile e penetrante, capace di imboccare le vie del cuore senza fare violenza.
Non gesti “simbolici”, ma stili di vita capaci di delineare il volto di Cristo e renderlo a noi contemporaneo.
L’attualità di Gesù dipende molto dai cristiani: il nostro comportamento come può facilitare , così può ostacolare il rimando al Cristo e per lui a Dio.
La preghiera di san Francesco è sempre attuale: Signore fammi strumento di tua pace …

3. A cosa porta lo stile di vita ispirato al comportamento di Gesù?

Si può trovare la risposta nella visione che Giovanni pregusta nella speranza.
Immettendo nei nostri comportamenti la linfa dell’amore di Cristo, il cielo e la terra, come pure la Città degli uomini, riprenderanno il “volto” paradisiaco. Torneranno a meravigliare come il giorno della creazione.

Laicità non vuol dire che dobbiamo pensare un mondo senza Dio o, al più, rinchiuderlo nel proprio intimo.
Continua l’apostolo nella seconda lettura: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.

La tradizione ha voluto che questa visione rimanesse in cielo, mentre l’apostolo Giovanni ci riferisce di aver visto la Gerusalemme nuova “scendere” dal cielo.

Riepilogo

L’incarnazione continua anche dopo la risurrezione.
Nelle domeniche scorse ci è stato riferito:
La Maddalena lo “riconosce” quando si sente chiamare per nome;
I discepoli lo “vedranno” nella Galilea delle genti ( il Papa traduce: nelle periferie esistenziali);
Il Risorto s’incarna nella “filantropia” di Pietro;
Sulle rive del lago nessuno gli chiese “Chi sei”, ma condivisero con lui i frutti del lavoro perché sapevano bene che era il Signore quel “vu cumprà” che macinava chilometri sul bagnasciuga.


QUARTA DOMENICA DI PASQUA

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

1. Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni.

La quarta domenica di Pasqua ci propone sempre un brano del vangelo che parla di Gesù, buon pastore.   Per questo motivo la giornata è dedicata alla preghiera per le vocazioni, secondo l’invito di Gesù: pregate il padrone della messe perché mandi operai alla sua messe.
Ascoltiamo Gesù e, all’unisono,  eleviamo preghiere per le vocazioni.

Oltre a pregare, oggi dobbiamo anche riflettere sulla vocazione che ci accomuna tutti e dire grazie per essere stati donati a noi stessi.
Vivere da dono equivale a prodigarci per il bene del prossimo. Il dono, infatti, è tale quando è offerto.  Il dono non appartiene a se stesso ma ad altri.
Diceva il papa Paolo VI: Ogni vita è vocazione.
Siamo stati chiamati alla vita per donarci.   Ognuno, poi, concretizza questa comune chiamata ( = vocazione ) secondo la propria indole e la propria sensibilità.

Possiamo ora facilmente comprendere che la misericordia è il primo modulo che incarna la vocazione vista come dono di sé.
Non farlo è come rinnegare la nostra stessa natura; è come se dicessimo: io sono astemio all’acqua!

2. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno.

a) Gesù propone un fine positivo a chiunque lo segue: vita eterna.
Chi lo segue non ha davanti a sé come meta, “il nulla eterno”, ma l’ingresso in una esistenza che non conosce stagioni.
Dice san Paolo: saremo trasformati.
Non sappiamo i connotati della vita eterna, ma ne abbiamo certezza di fede in Cristo risorto che stiamo celebrando in questo tempo di Pasqua come primo di coloro che risorgono.

“Io do loro la vita”: la vita eterna è un dono.
Sapere questo ci aiuta a comprendere le predisposizioni interiori di chi offre e di chi riceve il dono.
Chi non è stato alcune volte donatore e altre volte donatario?
Basti richiamare alla mente lo stato d’animo che avevamo nell’un caso e nell’altro.
Questo può facilitarci nel tessere la nostra relazione di fede alla sequela di Gesù, buon pastore.

b) Chi di fatto segue Gesù? A chi è donata la vita eterna?

La seconda lettura, dopo averci detto che coloro che seguono Gesù formano una moltitudine  che nessuno può cantare, risponde anche alla seconda domanda: la vita eterna è donata a “coloro che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello”.
Il Giubileo non trascorra invano, ma valorizziamolo immergendoci nel lavacro della misericordia divina e indossiamo l’abito della bontà, dell’umiltà, della mansuetudine, della pazienza, della sopportazione e del perdono scambievole. Tutte qualità che si ritrovano nella simbologia della veste bianca battesimale.

3. I primi segnali di un bivio o di uno scisma?

Dopo la risurrezione  i discepoli di Gesù continuano a frequentare sia il tempio e sia le sinagoghe.
Parlavano di Gesù e di come Dio lo aveva sottratto alla morte.
Per loro l’evento Gesù doveva essere inserito nella tradizione religiosa di tutto il popolo. Non vedevano la vicenda del loro Maestro e la loro stessa esperienza avulse dalla tradizione dei Padri.

A mano a mano, però, anche a motivo dei dissapori e delle incomprensioni che sorgevano con gli ascoltatori, essi presero coscienza di essere portatori di un annuncio che non trovava spazi nella religione istituita, anzi, lo vedevano sempre più come un annuncio di rottura col passato.
Questa rottura non tarda ad arrivare.
Nella sinagoga di Antiochia in Pisidia se ne ha una prima avvisaglia: era necessario – dice Paolo – che fosse proclamata prima a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete (…) noi ci rivolgiamo ai pagani.
È bene notare che Paolo scopre la sua vocazione di apostolo delle genti grazie a questa incomprensione.
Egli durante i suoi viaggi continuerà a frequentare la sinagoga là dove c’è, ma nello stesso tempo fonda comunità con una identità propria basata sull’annuncio di Gesù crocefisso e risorto.


TERZA DOMENICA DI PASQUA

Si riparte dal mondo del lavoro.

A. Siamo tra i pescatori sul mare di Tiberiade

1. Sul lago di Tiberiade, mentre riassettavano le reti, Gesù li aveva chiamati per un corso triennale di introduzione alla fede. Non impartiva  lezioni in cattedra: qualche volta sulla barca, altre volte in casa o lungo la strada; nelle belle giornate in aperta campagna o seduto su un sasso in montagna. ma aveva condiviso tempo e circostanze.
In una parola: Gesù non fu un teorico dottrinale cattedratico, ma insegnava partendo dalle vicende della vita aiutando i discepoli a cogliere in esse la presenza di Dio.

Ai discepoli del Battista aveva detto:<< Venite e vedete>> (Giov. 1,39).

Dal racconto che gli evangelisti fanno di questa scuola si può dire che il triennio non è bastato ai discepoli.
Essi hanno bisogno di un corso supplementare che il Risorto si rende disponibile a farlo.
In queste prime tre domeniche di Pasqua la liturgia ci ha raccontato  questo “corso di sostegno”.
Oggi termina il racconto delle apparizioni.
Domenica prossima ci presenterà Gesù buon pastore.

2. Erano pescatori e se ne tornano a pescare.

E qui, mentre esercitano la loro professione, essi fanno esperienza della presenza del Risorto.
Nella vita feriale, nello mondo del lavoro, il Risorto trova il modo di far sentire la sua presenza durante la condivisione del cibo.
Viene in mente l’esclamazione di Giobbe: mai ho mangiato da solo il mio tozzo di pane!
Il Risorto invita questi pescatori a mettere insieme a quello che ha preparato sul fuoco di brace i frutti del loro lavoro, pescato oro ora.
Alla luce di ciò forse dobbiamo ripensare il concetto di laicità e di autonomia delle cose terrene dal sacro.
Il credente non indossa i panni della fede in alcuni ambienti e in altri li dismette!

3. Lungo le rive del lago li aveva chiamati e qui, a conclusione del corso di formazione itinerante, il Risorto dà appuntamento per promuoverli.  Non nel tempio, ma in ambiente di lavoro.
Questa la motivazione dell’abilitazione:E nessuno dei discepoli osava domandargli <<Chi sei?>>, perché sapevano bene che era il Signore.
Se riusciamo a condividere il pane con l’affamato, a dare un alloggio a chi non ha un tetto …senza domandargli <<Chi sei, donde vieni?>> perché sappiamo bene che è il Signore, allora saremo promossi anche noi.        Prossimità di stile cristiano!

B. << Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini >>

1. Questa affermazione va intesa come rivendicazione del primato della coscienza e del suo libero esercizio.
La storia ha sempre registrato persone e movimenti che si sono arrogato il diritto di parlare a nome di Dio.
Questo accade quando la persona non vuole rispondere del proprio operato ( dice di essere ispirata dall’Alto ) ed in più, per farsi strada, fa leva sul sentimento religioso altrui.
Colui che rivendica il primato della libertà di coscienza si assume la responsabilità delle proprie azioni, lasciando ai posteri e alla storia il giudizio se ha agito dietro ispirazione divina.

2. Presa alla lettera, questa espressione ha generato fatti, e continua ancora a produrne, che sanno di sopraffazione e di conquista.
Basti ricordare alcuni dei famosi motti che la storia ci ha tramandato:

<<Deus nobiscum>> era il motto degli eserciti del primo millennio
<< Dio lo vuole!>>, fu il grido di battaglia usato da Pietro l’eremita;

<< Kamikaze >> = vento divino;
<< Gott mit uns >> portava scritto sulla fibbia del cinturone l’esercito tedesco;

<< In God we trust>>  è il motto degli Stati Uniti d’America che sostituì  “E pluribus unum”. Fin qui nulla da osservare! Scritto, però, sulle banconote è alquanto deviante!

Sono tutti motti che fanno riferimento a Dio per allargare il proprio dominio o con le armi o col denaro.

Dio, incarnandosi, ha messo al centro l’uomo. Assumiamoci le responsabilità del nostro agire personale e sociale dando valore ai contenuti della nostra fede praticandoli in prima persona.
Il cristiano non impone, ma propone soprattutto il suo stile di vita.

C. Dopo pranzo il Risorto dà la pagella a Pietro

L’esame verte sull’amore divino incarnato da Gesù ( il verbo che lo esprime è “agapào”).
Viene chiesto a Pietro non di argomentare su questo tipo di amore, ma se sa viverlo pure lui così come ha fatto il suo Maestro: se riesce ad essere un unicum con lui mediante questo tipo di amore.
Pietro approfitta che Gesù ha voltato lo sguardo verso il mare e d’un fiato risponde: ma certo, tu lo sai che ti sono amico.( filo se!).
E il Risorto: ma io non ti ho chiesto questo. Ti ho detto: agapas me?
Pietro comincia a sentirsi stretto, ma col suo intuito coglie un secondo frammento di “distrazione” di Gesù per dargli, elaborata, la stessa risposta:filo se
Il Risorto si volta, ma Pietro non regge il suo sguardo, abbassa gli occhi e si rattrista.
Gesù gli si avvicina e gli sussurra: fileis me? 
E Pietro: filo se!
Che dire?
Il Risorto torna nuovamente a “incarnarsi” nella situazione di Pietro e lo promuove. Ma nel contempo gli dice: seguimi.

In questo racconto c’è la storia di ogni cristiano. Gesù con la sua resurrezione non si è allontanato da noi, ma continua a camminare a nostro fianco per accompagnarci sulla via tracciata da lui.